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Squid Game

Squid Game, una possibile lettura dell’imperdibile serie Netflix

Riflessioni e analisi di una serie da non perdere

16 minuti di lettura

Squid Game, serie sudcoreana scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk, e presente su Netflix dal 17 settembre, ha ottenuto un immediato successo diventando la serie TV coreana più vista sulla piattaforma. Ciò è confermato anche dall’accoglienza della critica (Rotten Tomatoes la valuta 8.50/10), dove vanta gli encomi di diversi giornalisti.

Il cinema coreano contemporaneo, da Parasite in poi, ha mostrato un peculiare interesse per quella forbice sociale fonte di differenze economiche radicali. Ma se mentre nel film di Bong Joon-ho prevale lo sfruttamento parassitario da parte di poveri disperati ai danni di ricchi annoiati, ingenui, e fondamentalmente stupidi; in Squid Game ritroviamo, invece, il topos della ricchezza unita a una certa tipologia di potere. 

Si tratta di potere occulto, quello spropositato che riesce ad agire al di sopra del diritto positivo, e, soprattutto, naturale, compiendo azioni efferate in maniera indisturbata. I ricchi di Squid Game formano una sorta di corporazione segreta molto ben organizzata, la quale è fautrice di un tipo di violenza raffinata e ideologizzata, propria di una intelligenza organismica che, per i suoi fini disumanizzanti, può essere definita “nazista”. L’esatto contrario delle ricche associazioni filantropiche.

Di questa cosca segreta non si sa molto, per ora. Si ignora se ha connessioni con le istituzioni politiche, o se agisce in modo autonomo. Di certo, si comprende che quanto avviene nei giochi e la loro esistenza (i giochi esistono dagli anni ‘90) non è neppure nei sospetti delle persone comuni. 

Squid Game si lascia collocare in modo plurale, nel genere thriller, nel survival drama e nel mystery. 

Squid Game trama: tra Rousseau e Hunger Games

squid game netflix

Già con Old Boy il cinema coreano aveva mostrato il versante più estremo della mente razionale, scrupolosa – e occulta – macchinazione violenta. La psicologia dell’atrocità calcolatoria, in Squid Game, sullo stile di Old Boy, si presenta come una lotta etica tra umanità e disumanità, atti di gentilezza, amicizia, amore, contro pensieri e azioni spietate. Nella serie di Hwang Dong-hyuk non c’è il movente della vendetta personale, né dello sfruttamento o dell’umiliazione; bensì compare la totale disumanizzazione del considerare gli esseri umani strumenti umani di divertimento. Si tratta di un gioco ludico, perverso e perfido.

Il sadismo manca, come anche la tortura: questo proprio perché la morte e il dolore dei giocatori non sono oggetto di interesse in sé, ma hanno un requisito imprescindibile del gioco che non procura né piacere né dispiacere. Un po’ come lo scommettitore delle corse di cavalli non prova nulla nei confronti dei cavalli come tali.

In questo consiste la disumanizzazione realizzata in Squid Game: non considerare i giocatori come esseri umani sotto certi aspetti, ma esclusivamente sotto altri. Ciò che rende il gioco degno di essere una fonte di divertimento è il comportamento e la psicologia umana dei giocatori, non la loro componente emotiva e sentimentale, o la loro vita privata.

La persona è considerata nei giochi solo in base alle sue qualità razionali e comportamentali, in quanto le superiori capacità cognitive dell’uomo danno vita, se portate all’estremo, a intrattenimenti avvincenti. Coinvolgimento e interesse che non può essere eguagliato, se al posto delle persone ci fossero i cavalli, o esseri le cui capacità sono più limitate e, quindi, meno coinvolgenti. Ma il grado di interesse e di coinvolgimento risulta inferiore anche nei giochi comuni con giocatori umani (abilità sportiva, talent show, giochi televisivi di cultura o di abilità mentali). 

Il gioco in Squid Game è, tuttavia, strutturato in base ad un ferreo codice morale, costruito sull’obbedienza alle regole e sul principio dell’uguaglianza dei giocatori; come in tutti i giochi, conta la fortuna, ma anche la creatività, e l’inganno. 

Ciò che rende Squid Game un intrattenimento ludico sui generis, e al contempo un laboratorio sociale estremo, non sono i giochi in sé (semplici passatempi di gruppo puerili) ma la componente omicida che li informa: la classica competizione infantile viene riscoperta e portata all’estremo, se l’eliminazione dal gioco coincide con la morte del giocatore. I giochi svolgono anche una funzione di “purga” sociale, eliminando soggetti ormai condannati e comunque non più integrati nella società. 

Il fenomeno psicologico di fondo è risaputo: in un gioco di sopravvivenza l’istinto di sopravvivenza ha la meglio su quello della solidarietà. Se, come diceva Rousseau, la pietà è il sentimento morale (e sociale) per eccellenza, come sentimento di dolore simpatetico con chi soffre, in una condizione di sopravvivenza individuale all’ultimo sangue, l’amore di sé autoconservativo è più forte, e la compassione tende a svanire. 

Qualcosa di simile lo abbiamo già visto nella logica degli Hunger Games

Questioni di democrazia

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La peculiarità dello Squid Game è che, benché si tratti di giochi mortali ignoti, che non danno nessuna garanzia di sopravvivenza, la partecipazione al gioco è completamente libera, cioè non è coercitiva. La serie rappresenta, in questo senso, la scoperta che ha evidenziato Michel Foucault sulle nuove forme del potere. Ovvero che il potere non è da intendersi in modo negativo come costrizione o divieto, ma esiste perché c’è libertà in tutto, e laddove è maggiore la libertà, maggiore sarà anche il potere di controllo esercitabile. Il dominio più illimitato e pervasivo non passa attraverso la coercizione, ma si nutre della libertà personale che porta a far si che le persone si possano trovare in determinate condizioni di difficoltà, di subalternità, e di assoggettamento, apparentemente, ma concretamente, create spontaneamente dall’esercizio della loro libertà.

Per questo, il messaggio che l’etica del protagonista Gi-hun fa passare, è che bisogna riflettere bene sulle scelte che uno prende in assenza di coercizione esplicita. Perché la libertà che combatte davvero la coercizione è un sacrificio, non è facile affatto fare la cosa giusta, o trovarsi automaticamente bene, solo perché si è liberi, dal momento che, mentre la libertà che celebriamo, cioè la libertà pura, non è reale, ma illusoria, pensiamo che la libertà che viviamo sia quella, invece è la libertà democratica di una società che non garantisce il benessere universale dei cittadini. Una libertà del laissez-faire, che poi si rivela nella forma paradossale di una libertà coatta. Situazione in cui si innestano tecniche di dominio come quella espressa nello Squid Game

Lo Squid Game è, quindi, un esempio estremo di ciò che genera la realtà perversa nascosta nella libertà della società democratica, che può realizzarsi solo in questa e non in altre forme di governo politico. 

Uno sguardo lucido sulla situazione sociale contemporanea conduce subito a bollare, se non come falsa, certo applicabile in modo ancora abbastanza circoscritto, la convinzione che il soggetto si determini in piena libertà essendo padrone di sé. Per quanto uno possa scegliere di fare o non fare una certa cosa, la sfera di azione o di passività è limitata, e la cifra della vita sociale e lavorativa è il compromesso che segue naturalmente alla rinuncia di ciò che si farebbe e vorrebbe.

Allo stesso modo, seppur di fatto sia scelta libera dei giocatori di giocare a questo gioco terribile, tale libertà è solo formale e vuota in quanto la scelta personale si presenta come esito di un compromesso attraente con cui, paradossalmente, si spera di salvare la propria vita. 

I giocatori dello Squid Game tentano di salvare la propria esistenza, esponendo radicalmente la propria vita alla morte in una esperienza che aliena la loro stessa – già indebolita – umanità. Certamente si è liberi di vivere o di morire e, in assenza di coercizione, democraticamente il gioco è una officina che produce cadaveri. Siamo davanti ad una particolare tecnica di dominio che ha buon gioco sfruttando la libertà coatta, ancora troppo diffusa nelle società democratiche. 

L’elemento concettuale che più riesce a disingannare in Squid Game, in questo periodo di clamore febbrile della libertà democratica, è proprio la critica alla democraticità che la serie coreana presenta. La democrazia, senza il benessere (economico) dei cittadini, diventa un regime politico ostile, tragicamente esposto all’uso della violenza e del dominio. Cosa che già Platone aveva messa in chiaro: forma estrema e insensata di libertà, fa sfociare la democrazia nella tirannide. 

Squid Game e tirannia

La terza clausola della partecipazione al gioco recita: “il gioco ha luogo solo se la maggioranza dei giocatori vuole giocare“. 

C’è da chiedersi: chi e perché parteciperebbe spontaneamente ad un gioco mortale, disarmato e inerme in un ambiente sorvegliato da squadre che ti puntano contro mitragliette? Persone che vivono una vita infernale insopportabile, triste, opprimente, povera, e piena di dolore. Queste, in linea di massima, sono le persone disposte a tutto: chi è disperato, vuole migliorare le sue condizioni, e non ha niente da perdere eccetto la vita. Cosa spinge queste persone non più integrate nei circuiti della società, senza più dignità né riconoscimento, privati ormai persino del calore dei loro simili, a rischiare così tanto? Il denaro.

Il denaro è teoricamente ciò che può aiutare tutte queste persone a riacquisire ciò che hanno perso, e cioè una condizione di vita non ricca e agiata, ma serena e tranquilla in cui il dolore e l’umiliazione sono accidentali e non la norma. Questi individui cercano il denaro perché ottenerlo, benché sia l’oggetto magico che rende tutto migliore, è difficile, ed è anzi più facile restarne privi. I giocatori dello Squid Game scommettono l’ultima cosa che davvero gli è rimasta: la vita, sé stessi, per ottenere in cambio una grossa somma di denaro e cosi facendo diventano da persone, oggetti umani di dominio e di trastullo. 

Ma la parte più interessante da analizzare non è quella dei giocatori, bensì quella delle menti che organizzano il gioco. I creatori del gioco, probabilmente un gruppo di uomini divenuti ricchi prestando soldi ad usura, hanno avuto l’idea di generare questa distopica struttura studiando, di volta in volta, giochi ispirati a quelli che tutti abbiamo fatto da bambini (lo Squid Game è il Gioco del Calamaro, molto popolare tra i bambini coreani) per trovare una fonte per dissetare il divertimento e uscire dallo stato di perenne insoddisfazione, proprio di chi ha i soldi per fare tutto, che le attività collaudate non riuscivano più ad appagare. 

La presenza di maschere assume diversi significati. La maschera è simbolo di potere, serve ad occultare identità che devono restare nascoste per ovvie ragioni, indicano l’illiceità e la segretezza di ciò che sta avvenendo. Qui un richiamo subitaneo è alla celeberrima scena della villa in Eyes wide shut

Squid Game stagione 2: perché ci speriamo

La Serie TV si è giustamente affermata rapidamente e Squid Game stagione 2 è praticamente certezza, perché in grado di creare suspence ad un mirabile livello concettuale di analisi socio-politica, mostrando i punti deboli delle società democratiche contemporanee e il fraintendimento comune sulla nozione stessa di libertà. 

Il trailer di Squid Game (per chi ancora avesse dubbi)


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Lorenzo Pampanini

Laureato in filosofia, sono appassionato di cinema fin dall’età infantile. Ho una propensione per la riflessione e per l’elaborazione dei concetti, per questo nella visione di un film mi muovo soprattutto sull’analisi delle intersezioni tra il contenuto narrativo e lo stile registico che lo sviluppa. Amo riflettere sulle caratterizzazioni dei personaggi e sugli sfondi simbolici e filosofici che li costituiscono all’interno della trama di cui sono protagonisti. Guardo al cinema come a un sofisticato modo di rappresentazione degli aspetti cruciali della vita. Guardare un film per me significa entrare in un meccanismo riflessivo che fa comprendere, ma anche formulare, relazioni concettuali e costruzioni teoretiche. Il cinema è per me un modo di fare filosofia.

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