L’importanza di chiamarsi Kubrick

Se si volesse definire con un solo aggettivo il carattere di Stanley Kubrick quello più adatto sarebbe spietato. Spietato in quanto vero, scomodo, esplicito come i suoi film, che per quasi quarant’anni hanno rappresentato lo spirito del tempo restituendoci il ritratto di un uomo geniale, irritabile e generoso, padre di pellicole capaci di portare sullo schermo i più selvaggi eccessi della passione.

David Thompson lo definì «un Prospero, che ha tenuto la gente lontano dalla sua isola» e in effetti la vita di uno del cineasti più amati (e cannibalizzati) di sempre è un oceano di riservatezza e piccoli misteri. Nato nel Bronx nel 1928 da una famiglia mitteleuropea, Kubrick ha vissuto fin dal 1961 in un ferreo isolamento nell’Inghilterra rurale, accompagnato sempre dalla cinepresa e dalla macchina fotografica, sue antiche e assolute passioni. Se non fosse diventato un grande regista, sarebbe forse passato alla storia come fotografo geniale, con un talento innato per l’inquadratura e il “fissaggio” del mondo attraverso le immagini. Sua la celebre foto di un venditore di giornali affranto dalla morte di F. D. Roosevelt che la rivista “Look” comprerà per venticinque dollari assumendo quel promettente diciassettenne come apprendista fotografo.

Stanley Kubrick

Che l’arte dei Lumière fosse però il suo primo amore lo dimostra la scelta compiuta nel 1950 quando, con l’appoggio dell’amico Alexander Singer, lascia il lavoro da “Look” per investire i suoi risparmi nella realizzazione di Day of the Fight, cortometraggio dedicato al boxeur Walter Cartier, conosciuto durante un servizio fotografico per la rivista statunitense. Da qui il via: i documentari – rigorosamente autofinanziati –si fanno sempre più numerosi, la California diventa il luogo ideale per girare un lungometraggio (Fear and Desire) e l’attenzione dei giovani critici hollywoodiani inizia a farsi sentire. Sarà uno di questi, Sterling Hayden, a far entrare Kubrick nel giro delle grandi case di produzione, convincendo la United Artists a finanziare Rapina a mano armata, primo film realizzato con mezzi adeguati e attori professionisti. La stessa United copre le spese di Orizzonti di Gloria, capolavoro antimilitarista subito accostato alla Grande Illusione di Jean Renoir, censurato in Francia ma osannato da uno dei maestri della Nouvelle Vague quale François Truffaut. Sul set dirige e apprezza il divo Kirk Douglas, con cui stringerà un sodalizio importante, culminato in sette candidature all’Oscar per il kolossal Spartacus e nell’ormai famosa dichiarazione dell’attore secondo cui «per Kubrick oltrepassare i limiti del budget è quasi una malattia».

Stanley Kubrick

Non contento, Stanley sembra interessato a oltrepassare anche i limiti dei generi; con il compenso per Orizzonti di Gloria acquista i diritti dello “scandaloso” romanzo di Vladimir Nabokov Lolita, che gli permetterà di traferirsi in Inghilterra sfuggendo all’odiata pressione delle mayors. Alla stesura della sceneggiatura partecipa anche lo scrittore russo, ma il prodotto finale è sicuramente kubrickiano e porterà il regista, nonostante le modifiche apportate, a combattere duramente contro i tagli della censura. Due anni più tardi gira Il dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba, pellicola incentrata sull’incubo nucleare che viene qui trattato in chiave satirica con il maggiore T. J. “King” Kong che cavalca l’ordigno come un cowboy da rodeo.

Stanley Kubrick

La fantascienza lo mette in contatto con lo scrittore Arthur C. Clarke, ma per Kubrick un film dovrebbe assomigliare più alla musica che alla letteratura; ecco allora che le ricerche condotte dai due danno vita a 2001: Odissea nello Spazio, in cui le note immortali di Johann Strauss segnano contrasti e sobbalzi. Sarebbe inoltre impossibile pensare ad Arancia Meccanica senza la canzone rubata a Gene Kelly e canticchiata dal cattivissimo Alex in una pellicola che rappresenta l’inno archetipico della violenza urbana.

Eppure la letteratura e il romanzo continuano ad esercitare un’attrazione non da poco su Kubrick, il quale realizza il Barry Lyndon più bello della storia, applaudito dal pubblico e premiato con un Oscar alla fotografia per le magiche atmosfere del XVII secolo rese al solo lume di candela e lampade ad olio. Libri mozzafiato gli danno l’ispirazione per film geniali e agghiaccianti come Shining, realizzato nell’arco di quattro anni con un Jack Nicholson protagonista nevrotico e indimenticabile e Eyes Wide Shut, tratto dalla Traumnovelle di Arthur Schnitzler che da capolavoro dell’Austria diviene dramma archetipico del declino della borghesia newyorkese. A partire dal romanzo The Short Timers di Gustav Hasford realizza invece Full Metal Jacket, in cui il Vietnam diviene il pretesto per anatomizzare il delirio collettivo della guerra e la regressione della recluta Joker che da soldato ad assassino scompare nell’oscurità intonando la marcetta di Topolino.

Stanley Kubrick scompare nel 1999, in quell’Inghilterra per lui divenuta rifugio ideale, senza riuscire a portare a termire il montaggio di Eyes Wide Shut ma dopo aver costretto Tom Cruise, diretto per due anni, a ripetere una scena ben novantatrè volte.


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Redazione NPC

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