«Sulle ali dell’avventura» un film che spicca il volo

Il nuovo film del regista, scrittore ed esploratore Nicolas Vanier, Sulle ali dell’avventura, si differenzia dalla versione italiana grazie ad un titolo originale piuttosto evocativo: Donne-moi des ailes, che tradotto significa “Dammi le ali”. Questo per dire che il lato puramente simbolico del film è forse quello più efficace, rispetto ad un viaggio più itinerante che avventuroso.

Sulle ali dell'avventura

Un racconto che “spiega” le ali

Christian Moullec (interpretato da Jean-Paul Rouve) è un ornitologo francese che vive la crisi di mezza età dedicando la sua vita da single allo studio delle oche selvatiche nel bel mezzo delle paludi francesi. Paola, moglie di Christian (una convincente Mèlanie Doutey), impone al figlio Thomas (Louis Vazquez) di “staccare la spina” per passare l’estate dal padre, con il quale non ha mai stretto un grande rapporto a causa dell’innocua povertà tecnologica nella quale quest’ultimo ha scelto di vivere.

Christian insegnerà a Thomas l’importanza dell’ambiente, coinvolgendolo nel suo visionario (e a tratti folle) piano per reintrodurre una famiglia di oche lombardelle nel loro habitat naturale con il giusto imprinting e un mezzo volante per le “prove di volo”. Tra padre e figlio nascerà una forte complicità che li porterà a scoprire nuove emozioni e a realizzare i propri sogni…ovviamente ostacolati da personaggi di umana, e a volte pericolosa, superficialità.

Sulle ali dell'avventura

Una prima impressione «Sulle ali dell’avventura»

Il cosiddetto imprinting (impressione) è un termine coniato dal padre dell’etologia scientifica moderna, l’austriaco Konrad Zacharias Lorenz. Lorenz fu il primo a studiare la capacità degli animali (principalmente nelle oche selvatiche) di attaccarsi affettivamente ad un essere vivente ed apprendere le nozioni per poter sopravvivere in autonomia grazie agli input esterni. Studi per i quali vinse il premio Nobel per la medicina nel 1973.

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Sulle ali dell'avventura

Konrad Lorenz, durante l’infanzia, fu un grande appassionato del romanzo di formazione Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson, della svedese Selma Lagerlöf, premio Nobel per la letteratura nel 1909. Il libro narra le vicende di Nils, un ragazzino svedese dedito alla violenza e al disprezzo per la natura. Un giorno il piccolo Nils gioca un brutto scherzo ad un coboldo, il quale si vendica, rimpicciolendolo a dismisura. Il ragazzo inizia così ad apprendere il linguaggio degli animali ed intraprende un viaggio in groppa ad un’oca selvatica di nome Mårten. I due amici si uniscono ad uno stormo di oche selvatiche, volando attraverso i paesaggi svedesi, entrando in contatto con gli orrori della rivoluzione industriale e le sue nefaste conseguenze.

Questa parentesi è necessaria per cogliere la vera essenza di Sulle ali dell’avventura, un film “leggero” ma dalla forte morale, che sembra attingere dal filone europeo dei racconti per l’infanzia. Partendo, prima ancora di Selma Lagerlöf, dal famoso Il brutto anatroccolo di Hans Christian Andersen.

Sulle ali dell'avventura

Realtà documentaristica

Nicolas Vanier (detto “il viaggiatore del freddo“), già scrittore di un romanzo ed un libro illustrato, tratti dalla versione originale della storia di Moullec, ha deciso di affrontare il tema avventuroso con una tecnica di ripresa documentaristica assolutamente virtuosa, utilizzando droni e cineprese fissate sul deltaplano, affinando le riprese aeree già utilizzate dal documentarista Jacques Perrin (assieme allo stesso Moullec) ne Il popolo migratore del 2001.

Le sfide tecniche appena citate sono riscontrabili nella seconda parte del film, in cui Thomas affronta i cieli e le difficili condizioni meteorologiche per insegnare una rotta più sicura alle giovani oche. Le sequenze di volo sono composte da una consistente serie di riprese aeree di grande impatto cinematografico, forse eccessivamente lunghe ma pur sempre piacevoli.

Sulle ali dell'avventura

La finzione cinematografica di «Sulle ali dell’avventura»

Christian Moullec, co-sceneggiatore del film assieme a Matthieu Petit, condivide la sua storia e la sua passione, spesso ridicolizzandola con sana ironia, con il pubblico del grande schermo. La finzione filmica, in un progetto ambizioso come questo, è necessaria per enfatizzare un messaggio così importante per il mondo d’oggi e poter raggiungere il maggior numero di spettatori. Purtroppo in Italia il film è passato un po’ in sordina a causa di una distribuzione sparpagliata e poco attenta.

Sulle ali dell'avventura

Riallacciare i rapporti: tra viaggio e famiglia sulle ali dell’avventura

L’intento del film è alquanto chiaro, per non dire “scontato” in un momento in cui tutto ciò che sembra esserlo rivela invece il suo opposto. Il messaggio ambientalista spesso e volentieri ne nasconde uno morale e in questo caso è piuttosto evidente: Il viaggio (come un istinto migratorio), intrapreso dal giovane Thomas, non è altro che un percorso umano di allontanamento ma soprattutto di crescente unione. La fiducia nella famiglia, a volte distante ma sempre più vicina, genera in lui la sicurezza ed il coraggio necessari per poter affrontare qualsiasi insidia.

Sulle ali dell'avventura

Uno sguardo naturalistico

La pellicola francese si distingue positivamente dalle recenti produzioni internazionali dello stesso genere, grazie ad una regia limpida ed un comparto visivo di prim’ordine, frutto non solo del direttore della fotografia Éric Guichard e degli splendidi panorami a sua disposizione, ma anche dell’esperienza visiva di Venier e Moullec in quanto studiosi del reale, capaci di catturare straordinari dettagli: dalle sabbiose insenature salmastre su cui regna la salicornia ai glaciali fiordi norvegesi.

La sensibilità con cui viene ritratto l’ambiente in cui si muovono i personaggi non basta però a sottolineare il tema principale del film ma anzi, lascia trasparire una certa insicurezza a causa di un montaggio troppo meccanico ed una narrazione talvolta poco stimolante che non lascia assaporare appieno le incantevoli qualità del film.

Un ottimo film per la famiglia

Un film dichiaratamente per famiglie, che restituisce le giuste emozioni e guarda alla natura con saggezza e consapevolezza. Un’esperienza cinematografica genuina ricca di significati. Debole per certi aspetti, ma che fa riflettere sui rapporti indelebili e sull’umana ipocrisia che “unisce” il mondo.

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Edoardo Rimoldi

Classe 1997. Vive a Sasso Marconi, paese immerso nei Colli Bolognesi. Ama la natura, il freddo e gli spazi incontaminati. Appassionato di musica, cinema e pittura.
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