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Sull'isola di Bergman film

Sull’isola di Bergman, sulla incomunicabilità

Un film sulle isole che ci portiamo dentro

10 minuti di lettura

Sull’isola di Bergman è un film del 2021 diretto da Mia Hansen-Love. Presentato proprio quest’anno alla 74a edizione del Festival di Cannes, arriva nelle sale italiane dal 16 dicembre.

Un film che ha al suo interno altri film, sia di Bergman che dei personaggi stessi. Ma non c’è mai un confine vero tra le molteplici trame, è tutto sfumato e ogni scena, ogni spezzone di vita si metamorfizza in un altro, andando poi a creare un unicum, un insieme fatto di veri e falsi, ma che poi visti così, dall’alto, non hanno più alcuna distinzione.

Di cosa parla Sull’Isola di Bergman?

Sull'isola di Bergman recensione

Sull’isola di Bergman racconta dell’esperienza di due registi che decidono, per poter avere un luogo silenzioso e pregno di ispirazione, di andare sull’isola di Faro, in Svezia, denominata isola di Bergman, perché l’omonimo regista ci visse per molto tempo, fino alla morte, e ci girò alcuni dei suoi film più importanti, come Persona ad esempio.

La trama è essenzialmente questa, e la scelta è particolare. Infatti chiunque abbia visto anche un solo film di Bergman, fatta eccezione forse del Il Settimo Sigillo, e per questo evidentemente il più popolare, sa che le trame sono sempre limitate a pochissimi avvenimenti. Sono alquanto piatte insomma. Ma d’altronde non era la trama densa ad essere ciò che Bergman andava cercando nei suoi film, ma qualche cosa di più profondo, che è sotteso alle scene.

Alcune cose della vita non possono essere davvero spiegate con delle parole, perché queste saranno sempre limitate, perché il valore semantico, il significato di una parola, un discorso, una lettera, non sarà mai esplicativo sufficientemente rispetto a tutto quello che c’è davvero da spiegare. Barthes, un grande filosofo strutturalista, a proposito dell’esprimere a parole un sentimento, dunque di ciò che si prova e che non si riesce davvero mai ad esprimere, diceva che si finisce sempre a non dire nulla se non ad usare un linguaggio estremamente tautologico: ti amo perché ti amo, senza altro perché.

Bergman questo lo sapeva, e perciò non infittiva le sue trame con ulteriori e inutili fatti che avrebbero snaturato l’essenza stessa della sua ricerca. La sua era una filmografia esistenzialista e sempre lì doveva tornare, al sé e all’esistenza. Ed è così che alla fine la trama di Bergman sta più nell’interpretazione, nella critica. È lì dove ogni singolo gesto, dettaglio, sguardo, parola viene scomposto fino all’osso per trovarne un senso, che poi però non viene mai trovato perché sarebbe rispondere a quesiti troppo complessi. Lo si può provare però. E questo basta.

Sull’isola di Bergman di Mia Hansen-love riprende tutto questo, ma con qualche aspetto differente.

Vale la pena farsi isola?

Sull'isola di Bergman Tim Roth

Bergman diceva che Persona gli ha salvato la vita.

Sarebbe riduttivo dire che Sull’isola di Bergman è una copia di un film di Bergman, perché non lo è. Qui si prendono una serie di storie e le si fa convergere tutte nella stessa trama. Inizialmente c’è la storia di questi due registi, un uomo e una donna, che non si capisce effettivamente troppo bene quale rapporto abbiano. Ma si dicono amici.

La donna, interpretata da Vicky Krieps, in particolare incomincia prima a compiere da sé un viaggio per l’isola, incontrando poi anche uno studioso di cinema che le diventerà amico, scoprendo una serie di luoghi che hanno fatto parte dei film più importanti di Bergman. A un certo punto incomincia però a raccontare della trama del suo nuovo film. E così ci viene in modo molto pirandelliano un’altra storia. Una storia che parla di un amore impossibile tra una donna e un uomo già sposati con altri due coniugi, ma che si ritrovano all’isola di Bergman per un matrimonio di amici in comune.

L’ambientazione è la stessa della storia principale, la protagonista è essenzialmente la stessa, e il rapporto tra i due sposati e i due del film della Hansen-Love è lo stesso: incomunicabilità.

Il significato più profondo di Sull’isola di Bergman, spezzettato in una serie di storie, è questo: l’incomunicabilità con l’altro e con l’alterità, la difficoltà di aprirsi.

La ritroviamo nella difficoltà del regista uomo – interpretato da Tim Roth – di aprirsi davvero all’amica, tant’è che lei alcuni dettagli dovrà poi scoprirli leggendo il suo diario. L’incomunicabilità di lei, che anch’essa non riesce ad esprimere a nessuno il suo vuoto interiore, il suo dolore persistente. È l’incomunicabilità di Ingmar Bergman, quel protagonista del film che c’è ma non vediamo mai. Un uomo che fu un artista, capace delle cose più grandi ma incapace delle cose più piccole, come aprirsi agli altri e di conseguenza finendo a vivere sempre chiuso nel proprio dolore. E sicuramente l’ultimo protagonista da prendere in considerazione è l’isola. Isola come metafora del distacco e dell’incapacità di ricongiungersi ad un altro: un’ambientazione che vive di un rapporto biunivoco con i personaggi sopracitati. L’isola sfuma dentro di loro, e loro sfumano dentro l’isola, fino ad arrivare ad interiorizzarla ed è così che tutti in qualche modo diventano dipendenti e parte di questa ambientazione-protagonista.

Ma l’isola non si nasconde soltanto nell’anima dei personaggi che abbiamo citato. L’isola sta dentro tutti noi, è un fatto esistenziale. È il non riuscire a comunicare quanto sia dolorosa l’esistenza, e che cosa voglia dire ritrovarsi quotidianamente in quell’angoscia che ci è data da affrontare. E l’isola ci serve forse per rendere il nostro dolore qualche cosa di singolare, tolto dall’universalità, dalla collettività che condivide la stessa cosa, e renderlo almeno in apparenza speciale. Come se il dolore del singolo che decide che debba essere così, sia più particolare, più bello rispetto al dolore altrui e allora ne diviene quasi geloso, isolandosi e chiudendosi dentro la propria gabbia d’oro.

E l’incomunicabilità con l’altro allora è questo: è la decisione di dare al dolore un nome diverso, come talento o capacità, e custodirlo gelosamente dall’occhio degli altri.

Ingmar Bergman
Ingmar Bergman e Liv Ullmann

Questo fece Bergman, che come si dice anche Sull’Isola di Bergman, a quarant’anni si ritrovò ad aver già girato una cinquantina di film, perché decise che era meglio dare al suo dolore esistenziale la fisionomia del talento: ed è così che è diventato uno dei più grandi registi della storia, e la sua vita fu pressoché dedicata soltanto a questo, alla sua arte, alla sua isola e al suo dolore.

E la domanda di fondo forse, che troviamo anche nel finale della storia della regista donna, è questa: ne vale la pena di essere un’isola?

Bergman certamente avrebbe risposto di sì, ed è proprio per questo che avrebbe odiato questo film.

Una critica a Bergman, un interrogativo per lo spettatore

Un film certamente molto interessante perché analizza Bergman prendendo dei personaggi bergmaniani. Ma qui c’è anche una forte critica a Bergman: l’incomunicabilità con l’altro posta in essere per una propria decisione. Ha senso tutto ciò? Ha senso essere come Bergman? La regista credo risponderebbe di no, e Bergman risponderebbe di sì, ma poco importa. L’importante è che lo spettatore di Sull’Isola di Bergman dopo aver visto la pellicola si ponga questa domanda, e se è così, il film è riuscito nei suoi intenti.


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Classe 1999. Studente di Lettere all'Università degli studi di Milano. Amo la letteratura, il cinema e la scrittura, che mi dà la possibilità di esprimere i silenzi, i sentimenti. Insomma, quel profondo a cui la parola orale non può arrivare.

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