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Taglio Lungo 2021, il meglio della rassegna LGBT su MYmovies

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11 minuti di lettura

Dall’1 al 4 aprile si è tenuta su MYmovies Taglio Lungo, rassegna organizzata dal Coordinamento dei festival di cinema LGBTQ. I nove festival facenti parte di tale coordinamento (Bari International Gender Film Festival, Florence Queer Festival, Gender Bender, Festival Mix Milano, Immaginaria International Film Festival of Lesbians & Other Rebellious Women, Orlando Identità Relazioni Possibilità, Sardinia Queer Film Expo, Sicilia Queer filmfest e Some Prefer Cake Bologna Lesbian Film Festival) hanno selezionato gli otto migliori film LGBT del 2020, che sono stati trasmessi nel corso delle quattro giornate sulla piattaforma streaming.

Otto, appunto, i titoli in programma (tre documentari e cinque film di finzione): Il caso Braibanti, di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese (Italia); Meu nome é Bagdá, di Caru Alves de Souza (Brasile); All we’ve got, di Alexis Clements (Stati Uniti); Fin de siglo, di Lucio Castro (Argentina); Alice Junior, di Gil Baroni (Brasile); Ne croyez surtout pas que je hurle, di Frank Beauvais (Francia); Margen de error di Liliana Paolinelli (Argentina); Saint-Narcisse, di Bruce LaBruce (Canada). Tra questi, ne abbiamo scelti tre di cui parlarvi poiché particolarmente meritevoli.

Il caso Braibanti: una storia (dimenticata) di omofobia italiana

“I miei, di amici, intellettuali, scrittori, hanno firmato appelli perché io potessi avere un aiuto da parte dello Stato, perché hanno detto che io ho subito la più grave discriminazione che l’Italia ricordi. Che l’Italia ricordi. Il problema è che l’Italia non ricorda”

Presentato nella prima serata di Taglio Lungo, Il caso Braibanti è un documentario che tratta una vicenda controversa e incredibilmente quasi del tutto rimossa dalla memoria collettiva. Intellettuale partigiano e poliedrico scomparso sette anni fa, Aldo Braibanti è stato protagonista della cosiddetta versione italiana del processo a Oscar Wilde: a seguito della denuncia per plagio da parte del padre di Giovanni Sanfratello, il suo compagno, lo scrittore è stato condannato a nove anni di carcere (ridotti poi a due anche per la sua attività nella Resistenza).

Introdotto durante il periodo fascista, il reato di plagio aveva una definizione piuttosto sfuggevole («Chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da ridurla in totale stato di soggezione»), quindi nessuno aveva mai effettivamente scontato una pena per questo motivo. Fino al 1968. Nell’anno della liberazione sessuale, si scriveva una delle pagine più buie della storia italiana in materia di discriminazione omofoba.

Differentemente da Douglas, che durante il processo ha testimoniato contro Wilde, contribuendo alla sua incarcerazione, Giovanni Sanfratello non ha mai rinnegato la reciprocità del sentimento nella relazione tra lui e Aldo. Dopo essere stato pedinato (i due si trovavano allora a Roma) dal padre, il giovane era stato separato da Braibanti e mandato in un istituto psichiatrico, dove con ripetuti elettroshock si era tentato (invano) di farlo “rinsavire” e schierare contro la sua metà. Purtroppo, né le parole di Sanfratello, né la lettera aperta di Elsa Morante, né l’appoggio di altre figure note del tempo (Alberto Moravia, Umberto Eco, Carmelo Bene, Marco Pannella e Cesare Musatti, per citarne alcune) sono serviti a convincere i giudici di un’Italia ancora fortemente condizionata dal moralismo cattolico e ostile a quella devianza di cui Pasolini in quegli stessi anni parlava nel suo Comizi d’Amore.

Il film utilizza materiali d’archivio, parti dell’omonimo spettacolo teatrale di Massimiliano Palmese e interviste a uomini e donne che hanno conosciuto personalmente Aldo Braibanti (tra cui la scrittrice Dacia Maraini) per ricostruire la drammatica storia. Nel mezzo, alcuni scritti molto evocativi e toccanti dell’autore, in cui viene trattata anche la sua omosessualità. La carica emotiva dell’opera è forte e la tristezza iniziale lascia progressivamente spazio alla rabbia verso una simile ingiustizia.

Oggi non possiamo parlare di questa grottesca vicenda senza pensare al fatto che ci sia un decreto legge contro l’omolesbobitransfobia, la misoginia e l’abilismo in ostaggio a causa della Lega, un partito che porta avanti quelle idee che negli anni Sessanta hanno provocato i danni di cui sopra. Anche stavolta, per fortuna, gli artisti e le artiste si stanno schierando con la comunità LGBT, ma non basta. Non è bastato in quel tribunale in cui Aldo Braibanti è stato condannato e non sta bastando nel 2021 in Senato.

Meu Nome é Bagdá: tra stereotipi di genere e oggettificazione femminile

Meu Nome é Bagdá (My Name Is Baghdad) segue le vicende di Bagdá (Grace Orsato), una skater diciassettenne che non è conforme allo stereotipo di genere femminile: ha i capelli corti, indossa abiti convenzionalmente maschili e ha atteggiamenti e interessi ritenuti poco femminili. Per questo, si ritrova alle prese con una società che non riconosce il suo essere donna, ancora definito da una performance, da un’idea astratta e opprimente associata al sesso. Nei momenti in cui è invece identificata come donna, Bagdá finisce per essere vittima dello sguardo oggettificante maschile e della cultura dello stupro.

Il film mostra e critica, per mezzo delle protagoniste, quell’atteggiamento paternalista, misogino e manipolatorio tipico di molti membri sesso opposto. In un simile contesto, fare gruppo tra donne diventa un modo di farsi forza, resistere, condividere le proprie esperienze e sentirsi capite; allo stesso tempo, viene sottolineata l’importanza del supporto attivo degli uomini nelle lotte femminili.

Come Il caso Braibanti, questo film arriva in un periodo in cui il dibattito pubblico italiano è incentrato sui temi che tratta. Si sta parlando in questi giorni di catcalling, la cui portata e risonanza sono ancora sottovalutate, mentre studi rivelano come molte donne si ritrovino a cambiare le proprie abitudini a causa delle molestie ricevute. Le narrazioni cinematografiche femminili sono allora cruciali in questo momento per trasmettere ciò che forse nessun post su un social saprebbe fare.

Meu Nome é Bagdá ha anche altri pregi: per esempio, nonostante i personaggi secondari non siano pochi, essi acquisiscono una loro tridimensionalità senza sembrare delle macchiette, e questi stessi personaggi prendono parte anche ad alcuni dei momenti più originali dell’opera, come le sequenze musicali coreografate dal sapore surrealista. Insomma, stiamo parlando di un ottimo lungometraggio d’esordio che vale assolutamente la pena vedere.

Ne croyez surtout pas que je hurle: raccontare la depressione

Ne croyez surtout pas que je hurle (Just Don’t Think I’ll Scream) è sicuramente la pellicola più originale mostrata a Taglio Lungo: è infatti costituita solo ed esclusivamente da scene e frame presi da oltre 400 film, visti dal regista Frank Beauvais nei mesi immediatamente successivi alla fine della relazione col suo compagno. La visione compulsiva di opere cinematografiche era diventata per lui un rifugio dal mondo esterno, mentre la depressione si faceva sentire in maniera sempre più forte.

Il film intreccia le vicende personali dell’autore con quelle di cronaca francese del 2015 e del 2016, anni in cui l’intera nazione (e il mondo in generale) era in stato d’allerta a causa degli attentati terroristici alla capitale. Il regista era in quel periodo impossibilitato a fuggire dall’isolamento nel quale aveva finito per chiudersi anche a causa delle difficoltà economiche e della mancanza di una patente che potesse agevolarlo negli spostamenti dal piccolo villaggio in cui viveva col partner, e ciò ha aggravato il suo stato mentale.

Agli occhi dello spettatore, Beauvais diventa una specie di eroe che affronta una condizione debilitante nella quale chi soffre di ansia e depressione può facilmente rivedersi, come anche tutte quelle persone che a causa della pandemia da coronavirus si sentono demotivate e spente e cercano riparo in mondi fittizi. Non dimentichiamoci che, poco più di un anno fa, spuntavano guide su guide (ne abbiamo fatta una anche noi) alla visione di prodotti cinematografici e seriali pur di superare il senso di vuoto e solitudine dovuto allo stare in casa (e forse anche per paura di dover fare i conti con noi stessi).

Il lavoro sul montaggio è un interessante esperimento di decontestualizzazione delle immagini dal film di partenza per inserirle in un altro molto differente. Le scene che vediamo non sono necessariamente subordinate alle parole del regista, ma creano un magnetismo che coinvolge sia sul lato visivo che su quello emozionale. La ciliegina sulla torta è il brano finale, I See A Darkness di Bonnie Prince Billy, che ha accompagnato Beauvais in quei mesi bui e che chiude alla perfezione quest’opera intima, poetica e catartica.


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Christian Montedoro

Classe 1999, pugliese fuorisede a Bologna per studiare al DAMS. Cose che amo: l’estetica neon di Refn, la discografia di Britney Spears e i dipinti di Munch. Cose che odio: il fatto che ci siano ancora persone nel mondo che non hanno visto Mean Girls.

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