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Takeaway: l’ombra del doping nell’ultima interpretazione di Libero De Rienzo

9 minuti di lettura

In sala dal 20 gennaio, Takeaway scandaglia il dolore umano del doping in un’originale pellicola di Renzo Carbonera. Il regista friulano ha presenziato al Festival del Cinema di Venezia del 2011 con il cortometraggio La penna di Hemingway, per poi esordire con il suo primo lungometraggio Resina, nel 2016. Come allora, Carbonera sceglie la montagna, silente e solitaria, come suggestiva ambientazione della sua narrazione filmica e come metafora di una pervasiva fragilità dell’uomo.

Il suo ultimo film adotta come location privilegiata il Monte Terminillo, roccaforte montuosa in provincia di Rieti, nel Lazio. Qui Carbonera sviscera la storia di Maria (Carlotta Antonelli), giovane marciatrice che inizia a doparsi su consiglio del suo allenatore e compagno, Johnny. A vestirne i panni Libero De Rienzo, uno dei volti più conosciuti del cinema italiano, spentosi il 15 luglio 2021, poco dopo la fine delle riprese del film. A lui Carbonera dedica Takeaway, memoria impressa su pellicola di un tema attuale, diffuso e spesso dimenticato.

Ti prendo e ti porto via

Il celebre titolo dell’omonima opera di Niccolò Ammaniti potrebbe simbolicamente introdurre la storia di Maria. Figlia di una coppia di albergatori (interpretati da Paolo Calabresi e Anna Ferruzzo), Maria vive l’isolamento di un piccolo paesino di montagna. Ogni giorno il suo respiro si fonde con la nebbia in lunghe marce su strade deserte. Sogna le regionali, ambisce a un riconoscimento atletico, riflesso nelle numerose medaglie che il suo compagno Johnny, atleta prima di lei, tiene racchiuse in una scatola.

Maria è però lontana dalle gare da diversi anni a causa di un infortunio alla gamba che ancora si fa sentire. Johnny la sprona, ma sa che l’unico modo di scavalcare il dolore è con quelle stesse sostanze illegali di cui lui ha fatto uso anni prima e che gli hanno causato la squalifica dal sogno sportivo. Perché così appare quel mondo a Maria e alla sua famiglia: un’ancora di salvezza dai problemi finanziari legati alla crisi mondiale del 2008, anno in cui è ambientato il film, e che intaccano fatalmente l’economia locale, tra cui l’attività dei genitori.

La marcia è una fuga verso un altrove possibilistico, una scommessa su cui investire il proprio futuro per scappare da un tragico presente. Lì, su quella pista d’atletica circondata dalla neve, Maria forse spera in un “Ti prendo e ti porto via”, che però richiede un prezzo.

Come Takeaway ci avvicina alla marcia infernale del doping

Il prezzo si traduce nella dipendenza, infatuata dall’ambizione che Maria vede negli occhi di chi la circonda e la sostiene. Sin da subito in lei traspare un rigore, che però non si traduce in una volontà ferrea. Maria tentenna, perché quello forse non è il suo sogno, ma quello di Johnny. Per lui “esiste solo una morale: il podio”: per questo traspone i suoi insuccessi passati sulle potenzialità di Maria. Con lei lo spettatore diviene partecipe di una sofferenza graduale, ma invasiva sin dall’inizio.

Gli effetti del doping per via orale ed endovenosa si affacciano sui traumi corporei e psicologici di cui Johnny e i genitori di Maria sono consapevoli, ma davanti ai quali rimangono impassibili. C’è però chi ha pagato sulla pelle il contraccolpo del doping ed è Marco, detto Tom (Primo Reggiani). Aspirante campione olimpionico ed ex atleta di Johnny, Tom ha visto sfumare il sogno atletico a un passo dal successo e con la sua timida presenza nella quotidianità di Maria vuole renderla consapevole dell’errore.

Secondo i dati della WADA (Agenzia Internazionale Antidoping), tra il 20% e il 24% degli atleti non professionisti fa regolarmente uso di sostanze dopanti. Il 70% si è dopato almeno una volta nella vita. Con questa dicitura Carbonera chiude il suo film prima dei titoli di coda e il messaggio colpisce con forza.

Lo specchio di un disagio sociale

La particolarità di Takeaway riposa nell’originale trattamento di una tematica poco discussa. Carbonera sceglie l’umanità dei suoi personaggi e gli effetti che su di loro proietta un disagio sociale evidente. Il doping diventa così metafora di un’ambizione che si è spenta nella sua progressione fagocitante. La storia di una comunità si racconta quindi anche attraverso gli spazi, spesso immortalati in significativi establishing shot. Sono luoghi deserti, che lasciano però affiorare attività dimenticate.

Come una cattedrale nel deserto, il paesino montagnino si mostra attraverso relitti umani e architettonici. Dal bar con le vetrine rotte ai negozi dalle serrande chiuse, tutto trasuda gli effetti della crisi economica, che si riflette oggi nelle gravi perdite inferte alle piccole attività dalla pandemia del 2020. Anche gli spazi raccontano quindi la smaniosa esigenza di ottenere l’approvazione altrui attraverso uno sfarzo esibito, che però rimane abbandonato a sé stesso.

Così risulta emblematico lo scambio di battute finale tra i genitori di Maria: Alla radio stanno a parlà de lei. Eh beh, era quello che volevi”. La vittoria da doping è dunque un’esaltazione che si consuma prima di raggiungere la vetta, così come gli investimenti immobiliari del 2008 bruciarono la loro stessa megalomania imprenditoriale.

Quello che resta tra le righe di Takeaway

Takeaway racconta un rapporto a due: quello che gradualmente si incrina tra Maria e Johnny, quello che pone a confronto l’uomo e la sua dipendenza, quello più intimo tra l’individuo e la sua coscienza, finché la morale si piega a una sopita accondiscendenza. Perché lo sport non richiede solo uno sforzo corporeo, ma dà primaria importanza alla condizione mentale dell’atleta. Ecco dunque che Carbonera illustra il doping nella sua erosione psicologica, mentre infierisce sulle certezze e le fragilità umane in modo irreversibile.

La protagonista non è solo Maria, ma anche la cerchia di anime che le gravita attorno. Anche quegli stessi abitanti del popolino hanno un ruolo fondamentale nel dipingere una realtà documentaristica. Così i continui rimandi alle televisioni con i telegiornali e ai quotidiani tratteggiano la condizione di una comunità disabitata che guarda l’altrove solo attraverso le notizie mediate. Come se il mondo esterno fosse loro precluso, come se un futuro migliore li stesse aspettando oltre il crinale della montagna.

Ma il futuro è deciso anche dalle scelte individuali, come quella definitiva di Maria. E forse non è un caso che quel 2008 in cui si ambienta Takeaway fosse l’anno dell’oro olimpico a Pechino di Alex Schwazer, poi risultato positivo al doping prima delle Olimpiadi di Londra del 2012 e inghiottito da uno dei processi più intricati della storia dello sport, concluso con l’assoluzione nel 2021. Quella di Carbonera è dunque una narrazione attuale, impattante e dosata nella sua crescita narrativa, che invita alla riflessione.


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Classe 1996, laureata in Comunicazione e con un Master in Arti del Racconto.
Tra la passione per le serie tv e l'idolatria per Tarantino, mi lascio ispirare dalle storie.
Sogno di poterle scrivere o editare, ma nel frattempo rimango con i piedi a terra, sui miei immancabili tacchi.

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