«Tenet», il film che ci meritiamo ma di cui non abbiamo bisogno

Con Tenet di Christopher Nolan, la piacevole sensazione che i cinema si siano finalmente risvegliati è ormai palpabile. Uno spettacolo onirico alla cui fine, però, ci si rende conto che c’era qualcosa di strano. Con quest’ultima fatica, il regista britannico chiede agli spettatori un ulteriore sforzo: immergersi in un mondo immaginario piuttosto inquietante governato da regole proprie, rinunciando a dettagli di estrema importanza che lo stesso Nolan perde per strada, o meglio, si dimentica di seminare. Il risultato è un cocktail fin troppo “agitato” che rischia di occultare le proprie tracce facendo fare allo spettatore indifeso la fine di Pollicino o viceversa. Ma andiamo con ordine.

«Tenet», un budget a sette zeri

Una serie di strani e tumultuosi eventi mette due agenti della CIA sulle tracce di un misterioso oligarga russo, Andrei Sator (Kenneth Branagh), un uomo malvagio che minaccia di invertire le sorti del mondo. Le vicende che muovono i personaggi ruotano e convergono attorno alla parola Tenet, misteriosa iscrizione latina che si trova al centro del quadrato del Sator. Gli ingredienti per il cocktail ci sono tutti e sono anche facilmente distinguibili, un pregio e una premessa davvero interessanti per una spy story dai toni fantascientifici. Peccato che Christopher Nolan mescoli i generi con poca maestria, passando da scene d’azione troppo claustrofobiche, battute spesso retoriche e un fascino che va a ritroso dopo i primi quaranta minuti.

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Menzione d’onore va agli attori, interpreti capaci di dare vita a personaggi che paiono lobotomizzati, pedine e soldatini all’interno di un gioco più grande di loro. Primo su tutti Kenneth Branagh, un nemico shakespeariano che solo un cultore del suo calibro poteva interpretare. A seguire, i due pezzi forti: John David Washington e Robert Pattinson, accompagnati nella loro avventura dalla intrigante Elizabeth Debicki. Ambientato in sette paesi diversi, girato su pellicola IMAX 70mm, distribuito in 700 sale e una trama da 007, l’ultima “Opera” di Nolan non fatica ad immedesimarsi in un 747: aereo di linea dal numero palindromo che perde pezzi e rischia di schiantarsi senza neanche decollare…ed è questa la parte un po’ drammatica.

Un film freddo e una quarta parete dura da sfondare

Già dal prologo è possibile riconoscere alcune sfumature e un concentrato di adrenalina tipiche di Christopher Nolan, simili all’incipit di The Dark Knight Rises: attentati su grande scala e nemici mascherati. In questo caso però il fuoco celluloide non divampa ma, al contrario, rischia di congelare a causa di una fotografia visivamente accattivante ma poco coerente con alcuni passaggi del film. Il direttore della fotografia Hoyte van Hoytema collabora con Christopher Nolan da Interstellar, il suo stile assume con il regista in questione tratti ben precisi: una leggera desaturazione, colori freddi ma che scaldano il cuore e, ovviamente, la pellicola. Con Tenet, tutto ciò oscura il viaggio del Protagonista e quelle che dovrebbero essere delle suggestive location non assomigliano ad altro che una Londra durante una tipica giornata di pioggia.

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Tenet

La pellicola ci omaggia di qualche elemento metacinematografico che, volente o nolente, allude a consigli sul corretto sguardo che lo spettatore dovrebbe assumere nei confronti del film stesso. Ammesso che, in un film corposo come questo, queste rappresentino solo delle piccolezze, è innegabile che alcune battute possano destare qualche sospetto. Abbracciare l’idea di spegnere il cervello potrebbe celare le numerose incongruenze che da un film del genere (più o meno) non ci si aspetterebbe. La sceneggiatura non è l’unica cosa che scricchiola, le fondamenta sono solide ma l’azione, sia in reverse che in forma lineare, fa storcere un po’ il naso.

La colonna sonora di «Tenet», inversione di marcia

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Dopo David Julyan, compositore che ha accompagnato gli esordi di Nolan verso la sua ascesa come regista internazionale e Hans Zimmer, fido e memorabile compositore della DreamWorks, questa è la volta di Ludwig Göransson, un giovane musicista già vincitore del Premio Oscar. Dopo essere stato consacrato dalla Disney con la sconvolgente colonna sonora di The Mandalorian, il compositore svedese è forse l’unico ad intuire e interpretare le vicende del film attraverso una serie di tracce semplicemente da capogiro.

Abbandonati gli archi e gli strumenti tribali, Göransson si cimenta in un esercizio stilistico sensazionale. Così come il film, l’apparente complessità della musica cede il posto ad una sintesi elettronica molto interessante. Anche in questo caso, come la regia un po’ troppo ravvicinata, la musica saltuariamente perde il controllo cercando di stare dietro alla narrazione prendendosi l’arduo compito di riempire scene dal lieve impatto emotivo e spazi (probabilmente lasciati vuoti a causa del montaggio) che più che a dei buchi di trama assomigliano a dei veri e propri buchi neri.

«Tenet», un film crepuscolare (?)

Tenet

Il punto interrogativo è sempre stato un tratto distintivo della narrazione “nolaniana“, nel bene e nel male. I suoi undici film condividono lo stesso sublime, attraente e seducente mistero del tempo, argomento trattato con una visibile sensibilità ed un punto di domanda mai scontato, a patto che sia posto nel punto giusto. Tenet non risponde alle tante domande che si porta dietro ma mette in evidenza un momento crepuscolare per Nolan. Che per lui sia l’alba o il tramonto è difficile dirlo ma sicuramente Tenet persisterà nel tempo e, con l’augurio di un futuro senza maschere, come tutti i film potrebbe essere rivalutato. Michael Caine, durante un monologo in The Prestige disse: «L’illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario. Ora voi state cercando il segreto… ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati. Ma ancora non applaudite. Perché far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire. Ecco perché ogni numero di magia ha un terzo atto, la parte più ardua, la parte che chiamiamo “il prestigio”».

In questo caso, la domanda che potrebbe risultare retorica sorge spontanea: quando lo spettatore ha già capito il trucco, cosa rimane?


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Edoardo Rimoldi

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