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The Bear, la serie con tutti gli ingredienti al posto giusto

The Bear è una roboante serie che meravigliosamente incarna lo spirito della ristorazione, raccontandoci una storia drammaticamente emozionante.

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6 minuti di lettura

Se lo scorso autunno Disney+ ci aveva stupito con Only Murders in the Building, serie ibrida che unisce comedy e crime, anche quest’anno non sembra essere da meno grazie all’ampio bacino di produzioni FX. Esordisce infatti in Italia The Bear, disponibile dal 5 ottobre sulla piattaforma, serie acclamatissima dalla critica internazionale che, questa volta, unisce dramma e cucina in un mix esplosivo mai sperimentato prima.

The Bear, in breve

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Carmen (Jeremy White) è un giovane chef talentuoso e rinomato di origini italiane. Lavora nel ristorante migliore del mondo, letteralmente, ma la sua vita cambia con il suicidio del fratello, Michael, con cui condivideva la passione per la cucina. Nessun biglietto, nessun saluto, solo un colpo di pistola alla testa. L’unico lascito: il fetido ristorante di famiglia in un quartiere malfamato di Chicago.

Carmen lascia i lucidi fornelli da stella Michelin e si butta a capofitto nella claustrofobica cucina del The Beef. Provato dal lutto e sommerso dai debiti, Carmy cercherà senza sosta di rimettere in piedi il ristorante e se stesso. Ad aiutarlo e, a tratti a mettergli il bastone tra le ruote, i grotteschi personaggi che abitano la cucina del The Beef tra i quali Richard (Ebon Moss-Bachrach), il “cugino” dalla testa calda, Marcus (Lionel Boyce), il pasticcere sognatore, e l’organizzatissima Sydney (Ayo Edebiri).

Come The Bear rappresenta la cucina: raffinatezza nel caos

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Nonostante venga classificata come commedia, già dai primi minuti della prima puntata si capisce che The Bear è una serie ambiziosa. Veniamo catapultati in una caotica cucina di Chicago attraverso inquadrature veloci e nervose che ricordano i collage cinematografici alla Adam McKay. Christopher Storer alla regia fa un lavoro spettacolare: l’intero girato restituisce un senso di autenticità strabiliante e un’intensità che raramente si riesce a trovare sul piccolo schermo.

Tutti i sensi vengono appagati in The Bear: sembra di sentire il grasso sotto i polpastrelli e lo sbuffo bollente delle pentole sul fuoco. L’attenzione maniacale che è stata impiegata nella descrizione audiovisiva dei piatti e delle preparazioni può essere considerata un’esperienza culinaria cinematografica. Mai nella serialità era stato esplorato con così tanto amore e altrettanta libertà il mondo della gastronomia e della ristorazione. L’occhio si perde in anfratti dettagliatissimi che rendono viva e realistica la stretta cucina del The Beef.

Lo sporco incrostato, il disordine bisunto e appiccicoso di un ristorante disorganizzato e abbandonato a se stesso si contrappongono ad una poetica ode al cibo in tutta la sua genuinità. Nonostante le condizioni nelle quali verte il locale, i suoi piatti brillano e ci vengono descritti con tale abbandono e lascività sensoriale da far venire l’acquolina in bocca.

The Bear non è solo cucina

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Se si cercasse di racchiudere l’essenza di The Bear in una sola espressione probabilmente sarebbe “inaspettatamente sentimentale“. Un intruglio di emozioni che fanno stringere lo stomaco vengono servite episodio dopo episodio, scandite dai ritmi serrati imposti dalla ristorazione. La fatica di un lavoro che richiede tanta dedizione e porta poca gloria trasuda da ogni inquadratura. Ad aggiungere consistenza sono poi le interpretazioni impeccabili del cast, primo fra tutti Jeremy White, e un’atmosfera satura di tensione e trepidazione.

L’arte culinaria nella sua interezza viene scelta saggiamente come metafora costante dell’esistenza: caotica, sporca e ingiusta. Il lutto è il perno su cui ruota un caleidoscopico turbamento dato dalla premente condizione di disperazione in cui è costretto chi rimane a raccogliere i pezzi di chi se n’è andato. Carmen si immola in un’impresa di restauro che è impossibile, ostinato nel voler riparare l’irreparabile, convinto che una volta sanato il ristorante allora saranno guarite anche le sue ferite.

A tratti The Bear si fa disturbante, fastidiosa, fa venir voglia di spegnere la tv e distrarsi. La pesantezza con cui viene replicato l’ambiente, spesso tossico, delle cucine, dalla più nobile alla più umile, dà una sensazione di soffocamento. Ci si sente quasi personalmente attaccati da The Bear: tra pentole e coltelli non viene risparmiato nessuno. La caparbietà dei suoi personaggi fa innervosire, la sua atmosfera perennemente sovrastimolante fa saltare i nervi. È tutto perfetto.

Un roboante settimo episodio, forse quello che investe più violentemente lo spettatore, è poi seguito da un finale conciliante, speranzoso, commovente e pacificatore. Non è mai troppo tardi per un nuovo inizio e a Carmen serviva un ristorante in rovina per comprenderlo. Costringersi a rimanere all’interno di forme prefabbricate non è un’opzione. Quindi è il momento di radere tutto al suolo, ripartire, affacciarsi sui propri traumi, comprenderli, assorbirli e farne tesoro.


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Classe 1996, laureata in Filosofia.
Aspirante filosofa e scrittrice, nel frattempo sognatrice e amante di serie tv, soprattutto comedy e d'animazione. Analizzo tutto ciò che guardo e cerco sempre il lato più profondo delle cose. Adoro i thriller psicologici e i film dalla trama complessa, ma non disdegno anche quelli romantici e strappalacrime.
Pessimista cronica e amante del dramma.

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