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The Beautiful Game, una storia di speranza e rivalsa

The Beautiful Game, una storia di speranza e rivalsa

6 minuti di lettura

The Beautiful Game è un dramma sportivo, diretto da Thea Sharrock e scritto da Frank Cottrell-Boyce, la cui narrazione ruota intorno alla Homeless World Cup, torneo mondiale annuale di calcio in cui partecipano – come si può facilmente intuire dal nome – senzatetto provenienti da tutto il mondo, che durante la competizione coronano il sogno di rappresentare la propria nazione. Prodotta, tra gli altri, anche da Colin Farrell, ambasciatore della Homeless World Cup, la pellicola ha tra i protagonisti il candidato Oscar Bill Nighy, Michael Ward, Valeria Golino, Susan Wokoma, Callum Scott Howells e Kit Young.

The Beautiful Game, che è anche l’appellativo con cui, soprattutto in Inghilterra, si fa riferimento al calcio, è una riflessione su quanto lo sport abbia da sempre l’immenso potenziale di rendere il mondo un posto migliore, ma è anche e soprattutto un controcampo di quella che è una realtà sgradita alla società odierna, attraverso l’umanizzazione di persone che troppo spesso vivono il dramma dell’indifferenza.

The Beautiful Game, una riflessione sociale attraverso lo sport

Bill Nighy e Michael Ward in The Beautiful Game

Mal (Bill Nighy) è l’allenatore della nazionale inglese dei senzatetto, ed è proprio mentre la squadra è in procinto di partire alla volta di Roma per partecipare alla Homeless World Cup che nota Vinny, un ragazzo molto talentuoso che avrebbe piacere di accogliere nel gruppo. Vinny è un senzatetto, ha una figlia piccola, che vive con la madre, ma si rifiuta inizialmente di ammetterlo di fronte a Mal e alla squadra. A pochi giorni dalla partenza decide tuttavia di accettare la proposta. Il calcio è la sua passione più grande, e la Homeless World Cup può diventare la sua rivincita personale.

Sorprendentemente, l’aspetto più affascinante di The Beautiful Game non è tanto la sua componente sportiva, quanto piuttosto le dinamiche relazionali tra Vinny e i compagni di squadra, che ricordano in un certo senso quelle tra il Thomas Rongen di Michael Fassbender e i suoi giocatori in Chi segna vince di Taika Waititi. E in effetti, l’arco narrativo dei due personaggi è sostanzialmente identico, così come le loro personalità. 

La riflessione di Thea Sharrock e Frank Cottrell-Boyce si concentra su cosa significhi essere un senzatetto e quanto questo possa inficiare sulla vita di questi ultimi e sulla loro capacità di relazionarsi con le altre persone. “Quando si vive in strada non si ha nessuno con cui parlare”, spiega uno dei ragazzi dopo un episodio infelice. Nel comportamento di Vinny influisce quindi una forte componente psicologica, tra la suddetta incapacità di relazionarsi con gli altri, un’insicurezza mascherata da arroganza e sfrontatezza e un disagio per la propria condizione che si manifesta con il rifiuto e la paura di perdere la dignità agli occhi della figlia.

The Beautiful Game trova certamente nella Homeless World Cup un elemento fondamentale all’interno della propria narrazione, ma la sensazione è che il film si snodi, piuttosto, intorno alle storie che i vari personaggi custodiscono dentro di sé, tra paure e desiderio di rivalsa, inseguendo quella speranza che può trasformare le loro vite.

Il calcio come metafora della vita

Un'immagine di The Beautiful Game, disponibile su Netflix

Uno degli aspetti più interessanti di The Beautiful Game è il suo proposito di far coincidere i valori dello sport con quelli della vita. Partendo proprio dal concetto di squadra, elemento fondamentale nel gioco del calcio, Thea Sharrock e Frank Cottrell-Boyce ampliano la propria riflessione, facendogli assumere un valore più vicino a quello di comunità e di famiglia. Troppo spesso i senzatetto si trovano a far fronte, come abbiamo sottolineato precedentemente, al dramma dell’indifferenza. Costretti a vivere una dolorosa solitudine, e, più in generale, una sfiducia nella società che li conduce spesso verso un baratro così profondo da non riuscire più a riemergere.

Tuttavia The Beautiful Game ci ricorda quanto sia fondamentale il valore della comunità e quanto possa essere salvifico, addirittura. Certo, stiamo pur sempre parlando di un film che evidentemente non ha grandi ambizioni, e proprio per questo è quasi superfluo soffermarsi sui difetti, che ci sono, ma vengono edulcorati da una morale edificante che inevitabilmente riempie un po’ il cuore. Ed è qui che torniamo al parallelismo tra lo sport e la vita, tra la squadra e la comunità. Nel calcio, come nella vita, la collettività è più importante del singolo. “Nessuno può salvarsi da solo. Noi ci salviamo a vicenda”. L’essenza di The Beautiful Game risiede in questa frase.


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Sono Filippo, ho 22 anni e la mia passione per il cinema inizia in tenera età, quando divorando le videocassette de Il Re Leone, Jurassic Park e Spider-Man 2, ho compreso quanto quelle immagini che scorrevano sullo schermo, sapessero scaldarmi il cuore, donandomi, in termini di emozioni, qualcosa che pensavo fosse irraggiungibile. Si dice che le prime volte siano indimenticabili. La mia al Festival di Venezia lo è stata sicuramente, perché è da quel momento che, finalmente, mi sento vivo.

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