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The Big Bang Theory: perché i nerd conquisteranno il mondo

5 minuti di lettura

Il 24 settembre 2007 andava in onda l’episodio pilota della serie The Big Bang Theory; dodici stagioni e dieci Emmy Awards dopo, si può affermare che quella ideata da Chuck Lorre e Bill Prady sia ben più di una semplice sitcom. Scopriamo cosa ha affascinato gli spettatori tanto da inneggiare più volte al rewatch.

Un recap della trama

Sheldon, Leonard, Raj e Howard lavorano come ricercatori al California Institute of Technology di Pasadena, Los Angeles. Estremamente brillanti nei rispettivi campi di ricerca, al di fuori del contesto universitario trascorrono le giornate da bravi nerd: a leggere fumetti, giocare ai videogame, guardare film e serie TV, a debita distanza dal mondo esterno a cui sembrano essere inadeguati. L’arrivo di Penny, nuova vicina di pianerottolo desiderosa di sfondare nel mondo dello spettacolo, costringe i quattro protagonisti, per un motivo o per un altro, a fare i conti con i loro rispettivi disagi sociali mettendo in discussione il loro stile di vita, con risvolti imprevedibili.

Perchè abbiamo amato The Big Bang Theory

I personaggi di una sitcom, si sa, devono apparire interessanti agli occhi del pubblico, e devono farlo avendo a disposizione una puntata di soli venti minuti, o poco più. Nel caso di The Big Bang Theory, si può dire che gli ideatori abbiano colpito nel segno, e che l’abbiano fatto talmente bene da poter realizzare dodici stagioni senza mai perdere credibilità o diventare banali.

Sin dall’inizio i protagonisti ci vengono mostrati in tutte le loro sfaccettature, senza risparmiare dettagli imbarazzanti del loro carattere: stimati scienziati tra le mura accademiche, al di fuori di quell’ambito disarmati e innocui, tanto disinvolti nel loro universo fantascientifico preferito quanto disagiati in quello reale, incapaci di instaurare nuove amicizie, flirtare, relazionarsi con altre persone senza apparire (come minimo), comici.

A partire dall’episodio pilota, The Big Bang Theory riesce a farsi amare facilmente dal pubblico grazie alla sua autenticità dal punto di vista umano, poiché qualunque spettatore lo stia guardando riesce a percepire come suo ciò che vede attraverso lo schermo. Una serie di situazioni, quelle vissute dai protagonisti, tanto ridicole da riuscire a strappare una risata, ma nel contempo talmente comuni da suscitare empatia nello spettatore che resta sempre emotivamente coinvolto, sia che si tratti di un nerd, di un genio, di entrambi, o nessuno dei due.

E perché lo amiamo ancora

The Big Bang Theory
Raj, Sheldon, Leonard e Howard in una scena di The Big Bang Theory

People say you can’t live without love…I think oxygen is more important.

– Sheldon Cooper

Il tema ormai ricorrente del disagio sociale riappare in The Big Bang Theory in modo del tutto esplicito, tuttavia l’atteggiamento dello spettatore nei suoi confronti è spesso opposto a quello assunto mediamente nel mondo reale. In una società iper-competitiva come la nostra, in cui di certo non basta il solo talento per affermarsi, Sheldon Cooper avrebbe dovuto seguire più di un corso intensivo di team working prima di poter anche solo sperare di essere assunto; allo stesso modo Howard Wollowitz non avrebbe osato indossare le sue fantastiche fibbie a tema nerd per paura di essere etichettato come infantile, strano, e quindi poco professionale.

Uno scenario quindi decisamente più roseo, quello in cui ognuno viene accettato per quello che è (vizi, gusti e “stranezze” comprese), in cui il lavoro e la passione spesso possono coincidere, in cui l’amore per la fantascienza e per i giochi da tavolo non devono scadere al compimento dei trent’anni. E se poi a questo mondo più roseo si aggiunge qua e là un tono di leggerezza, una sigla orecchiabile, e una serie di gag una più esilarante dell’altra, il risultato non può che essere una serie da rivedere ogni volta che la vita sembra buttarti giù.


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