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The Father

The Father, un puzzle intricato e toccante

5 minuti di lettura

Con ben sei candidature, The Father è uno dei film che ha ottenuto più nomination agli attesissimi Oscar 2021, che si terranno il prossimo 25 aprile. L’opera costituisce l’esordio alla regia dello scrittore e drammaturgo francese Florian Zeller, che con l’aiuto dello sceneggiatore Christopher Hampton ha adattato cinematograficamente la sua omonima pièce teatrale del 2012. Esiste anche un altro adattamento del dramma, Florida, diretto da Philippe Le Guay e uscito nel 2015.

The Father, che coinvolge non solo attori del calibro di Anthony Hopkins e Olivia Colman ma anche il compositore Ludovico Einaudi nella realizzazione della colonna sonora, sta ricevendo valutazioni molto positive da parte del pubblico e della critica. Ci sono, quindi, buone probabilità che finisca per portare a casa più di una statuetta.

Fare i conti con la demenza

The Father adotta il punto di vista di Anthony (Anthony Hopkins), un anziano affetto da demenza che vive con la figlia Anne (Olivia Colman) che si prende cura di lui. Di conseguenza, nel film passato e presente si mescolano in una casa popolata da figure ignote e arredi che cambiano continuamente forma e disposizione o scompaiono del tutto. Il fatto che Anthony perda spesso il suo orologio può essere considerato, oltre che un riflesso della sua condizione, un riferimento a quel senso di disorientamento temporale che prova anche lo stesso spettatore, chiamato a mettere insieme i pezzi e ricostruire la storia.

Anthony, però, rinnega la sua condizione, ribadendo più volte di non aver bisogno di essere accudito. Manda via (o fa fuggire) tutte le persone che si recano lì per prendersi cura di lui; persone i cui volti finiscono per scambiarsi con quelli di altri personaggi, tra cui Lucy (Evie Wray), l’altra sua figlia, morta tempo prima. A questi momenti se ne alternano altri in cui si percepiscono drammaticamente la sofferenza e il senso di impotenza che prova, ma nonostante questo resta fermo nelle sue idee.

Il dolore di una figlia

Anthony non fa che parlare di Lucy e dire sia sempre stata la sua figlia preferita e, come se non bastasse, ha dimenticato il suo incidente fatale e pensa sia ancora viva. In questo modo, non solo fa sentire Anne umiliata anche di fronte ad altre persone, ma la costringe a rivivere ripetutamente il trauma della perdita della sorella. La donna, però, sia per affetto che per l’opposizione che incontrerebbe qualora proponesse al padre delle alternative, si prende cura di lui con estrema dedizione, al punto da annullare sé stessa.

Ciò porta con sé delle conseguenze: prima tra tutte, l’incrinarsi del rapporto con Paul (Rufus Sewell), che mal tollera il fatto che la moglie dedichi tutte le energie al padre e ignori lui e i progetti di coppia. Paul non si fa scrupoli nel mostrare anche apertamente ad Anthony la propria ostilità, mettendo così Anne nella condizione di dover scegliere tra salvare il matrimonio o dare retta al volere del genitore.

The Father, un candidato temibile agli Oscar

Anthony Hopkins e Olivia Colman offrono delle interpretazioni straordinarie. Il primo esprime perfettamente l’orgogliosità, l’afflizione e lo smarrimento del protagonista, mentre la seconda restituisce il dolore di una figlia che è sempre stata messa in secondo piano e sta per perdere di nuovo un familiare. Se la forza di Hopkins sta nel modo di parlare, quella della Colman sta nelle espressioni facciali che, silenziosamente, comunicano tutto.

La macchina da presa si rende invisibile; vengono accantonati, con qualche eccezione, gli estetismi e le soluzioni registiche intraprendenti (per quanto, visivamente, la pellicola sia comunque godibile) in favore della storia, che acquisisce così il massimo risalto.

Superata la complessità iniziale, The Father diventa via via più chiaro e culmina in un finale molto emozionante, che ricorda quelli di altri film candidati agli Oscar, come Sound of Metal e Pieces of a Woman. Ci si augura allora che possa ottenere il riconoscimento che merita, trionfando nella notte più attesa dell’anno (e perché no, anche vincere nella categoria Miglior Film).


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Christian Montedoro

Classe 1999, pugliese fuorisede a Bologna per studiare al DAMS. Cose che amo: l’estetica neon di Refn, la discografia di Britney Spears e i dipinti di Munch. Cose che odio: il fatto che ci siano ancora persone nel mondo che non hanno visto Mean Girls.

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