The Gentlemen

The Gentlemen, il film di Guy Ritchie ricorda che il cinema è vita

Gli omaggi a Tarantino di Guy Ritchie hanno avuto un crescendo endogeno nella poetica del regista. L’erudizione da film di serie b coniugata con erotismo perverso e violenza impunita, accompagna del resto qualsiasi artificioso e maniacalmente (ben) scritto pulp movie. The Gentlemen, disponibile su Amazon Prime Video dal 4 dicembre 2020, esce da questo schema del politicamente scorretto.

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Mentre la poetica di Tarantino risulta di una sgradevolezza accettabile e a tratti geniale, i tentativi di elevare le squallide storie gangster a grandi narrazioni perspicaci e ammiccanti di Guy Ritchie non sono andate sempre a buon fine. Farcire le sceneggiature di stereotipi ricorrenti e dozzinali per enfatizzare il presunto impopolare non-visto, e fomentare l’arroganza dello spettatore, può risultare istruttivo e coinvolgente per una, al massimo due sceneggiature. Infatti, The Snatch lo ricordiamo piacevolmente; gli altri pulp di Guy Ritchie con molto meno hype e più ridondanza soporifera.

Guy Ritchie tra Tarantino e Scorsese

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Se Tarantino lavora trame articolate e ben scritte (un esempio su tutti la sequenza della taverna in Inglourious Basterds), riuscendo a immunizzare il proprio storytelling dai difetti di una eccessiva scrittura e dalla banalizzazione, con svolte narrative ottenute con ‘magici’ brevi effetti da improvviso raptus omicida, Guy Ritchie fa arrovellare lo spettatore, inserendo minuzie, turn up di trama e flashback a posteriori. Insomma, feticizza la scrittura tarantiniana e gli dedica una dichiarazione d’amore scrivendo storyline dove l’ipoteca è posta sull’attento coinvolgimento del pubblico. The Gentlemen non è, però, un pulp movie (sebbene alcune sequenze lo fanno pensare). Il più nascosto omaggio a Tarantino è nel gioco di parole tra fuck e il nome proprio di un importante personaggio minore, che ricorda il gioco semantico fuck-buck di Kill Bill vol 1. Ma se c’è un cineasta che Ritchie ha in mente con The Gentlemen è Martin Scorsese.

Infatti, quello che sembra un moderno gangster movie di bassa lega, ma realizzato con un budget alto, con un cast d’eccezione (tra gli altri, Colin Farrell, Hugh Grant e Michelle Dockery) e scritto da un dandy crepuscolare che vuole narrare una critica moderna delle truffe criminali basate su (nemmeno troppo) sopraffine strategie scacchistiche e gocce di suggestione, alla fine si rivela essere tutt’altro. Tra i cliché e le astuzie stilistiche, come la volgarità alternata al linguaggio forbito, stilema ormai classico, Ritchie ficca dentro elementi digitali new age (il fight porn), ma più che uno sperimentatore, appare sulle prime un regista autoreferenziale con un culto per gli eccentrici e il lusso aristocratico decadente, che non ha paura di fare figuracce con trame banali arricchite e nobilitate dalla scenografia e dal pathos di una sceneggiatura d’impatto estetico-intellettuale.

Matthew McGonaughey secondo Friedrich Nietzsche

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Ma questa volta non è il solito esercizio di stile che ribadisce la firma freak del regista, bensì un preciso intento artistico-concettuale che si riassume così: una trama scritta da uno dei personaggi della trama, che narra – standoci dentro – parte delle vicende che lo spettatore segue nel prodotto audiovisivo su cui schiaccia play. Al di là dell’estetica, cercando la profondità concettuale del film, ci si imbatte non nella strategia e nei giochi di ombre che, come si sa, affascinano il regista, ma sulla magnificenza personale, sulla resilienza. Il protagonista (Matthew McConaughey), è un esempio di quelli che Nietzsche qualificò come ‘forti’, un individuo che sta al vertice e ci resta non perché vuole, ma perché è. Ecco il senso della frase formulata nell’incipit.

 Per essere il re della giungla non basta comportarsi da re, devi «essere» il re e non devono esserci dubbi, perché i dubbi creano caos e ti portano alla rovina

La frase è evidentemente una metafora che però ha il pregio di restituire tutta la brutalità ancestrale, tipica delle similitudini tra uomo e bestia dai tempi di Fedro. Il leone è il re della giungla, non perché vuole esserlo e si impegna, ma perché la sua potenza per natura lo rende tale, nel senso che non potrebbe essere qualcos’altro anche se lo volesse. Così il re non è re perché ha fatto il cursus honorum per diventarlo, ma perché il suo indice di potenza lo fa essere al vertice.

Ogni azione nasce dalla brutalità della vera natura, per chi domina per natura, e quindi ogni gesto e ogni strategia non sono tentativi, scommesse, calcoli, ma naturali disposizioni pratiche che non possono avere altro fine diverso dal dominare per rango. Le acrobazie nel business, però, rischiano sempre di tradire in negativo la loro improbabilità, come negli esercizi atletici il funambolo può stupire e suscitare ammirazione, e può deludere e suscitare scherno e derisione, se fallisce il suo gesto acrobatico.

Anche nel film che sembra più banale e istrionico c’è una profondità da svelare. È certamente il caso di The Gentlemen. Mickey Pearson il self-made man dei narcotrafficanti, ha la più florida e salda attività di produzione e vendita di marijuana del Regno Unito, e relazioni personali con l’alta società della nazione. Attività che vuole vendere per dedicarsi ad una vita tranquilla fatta di svaghi lussuosi con la sua amatissima moglie. Da questo plot minimale si dipana l’avvicendarsi di molte parti in causa che lottano ognuna per sé stessa in modo ostile verso le altre con acrobazie d’ingegno. Mickey è al centro di queste acrobazie, come figura abile e astuta da togliere di mezzo, e come protagonista. Se si osserva ancora più da vicino l’ossatura concettuale del film, si scopre che nella più certa delle operazioni, nella più astuta delle macchinazioni, la falla del piano è l’imprevedibilità del non visto, ovviamente, dell’inaspettato evolvere degli eventi che non è dominato nemmeno dalla soggettività dominatrice del leone. 

The Gentleman ha quattro livelli narrativi

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Ma ecco che all’improvviso, quello che sembra essere un tentativo goffo di realizzare un improbabile moderno gangster movie sulla “caduta del dio”, si trasforma in una straordinaria operazione cinematografica che rappresenta il nesso naturale tra cinema e realtà: la sceneggiatura raccontata nel film, non solo è la sceneggiatura del film, ma non è una sceneggiatura, bensì un reportage giornalistico utilizzabile come dossier di raccolta delle prove che scoperchiano i ranghi più alti della malavita organizzata nel Regno Unito.

Ma, questo dossier è il film stesso che guardiamo, e il film è scritto nel film come reportage giornalistico che viene poi di fatto proposto alla casa di produzione Miramax come sceneggiatura di un film. Ritchie sovrappone quattro livelli narrativi: quello del racconto, quello dell’azione, quello della fine del racconto che include l’azione, e quello del narratore che appare sul finale, come ulteriore voce narrativa ma al di fuori dei tre livelli, che riporta il film a prodotto artistico e quindi al primo livello di finzione. The Gentlemen è questo machiavellico intreccio di reale finzione in cui si esaurisce il contenuto e il messaggio dell’opera: la vita è un gioco pericoloso di saputo e non-saputo, che danzano insieme tra sotterfugi, inganni, prevaricazioni, vittime e carnefici che si scambiano i ruoli, in una sceneggiatura.

The Gentlemen e il cinema come vita

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Tarantino aveva compreso che non c’è pulp senza fiction: la finzione è l’elemento essenziale del pulp come genere narrativo. Ritchie va oltre questa acquisizione e la sfrutta connettendola al legame tra realtà e finzione nel cinema occidentale, non per esacerbare l’invettiva, ma, al contrario per sgonfiare il luogo comune secondo cui esista o il cinema-verità o la finzione hard boiled hollywoodiana. Il regista, così, si rivela un homme de l’art, operando al livello di ipertesto, vale a dire nella stessa scrittura del film, per fare una smorfia a questa visione del cinema. Ma anche per inverare, dall’interno della artificiosa scrittura del gangster-pulp movie hollywoodiano, la famosa affermazione di Scorsese per cui il cinema non racconta la vita, ma è la vita. 


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Lorenzo Pampanini

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