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The Son, la voce di un male invisibile

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6 minuti di lettura

15 minuti. È bastato un quarto d’ora a Hugh Jackman per convincere Florian Zeller (The Father) a sceglierlo per il ruolo di Peter in The Son, adattamento cinematografico dell’opera teatrale Le Fils (2018), capitolo conclusivo della trilogia avviata con La Mère nel 2010 e proseguita con Il padre, due anni più tardi.

L’attore interpreta il padre di Nicholas (Zen McGrath), un adolescente che dopo il divorzio dei genitori non riesce più a ritrovare la felicità. Se con The Father Zeller metteva in scena l’incubo della memoria perduta, con il miglior Anthony Hopkins dai tempi de Il Silenzio degli Innocenti nel ruolo di un anziano affetto dal morbo di Alzheimer, nel film in concorso nella 79ma edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il regista riesce a costruire e mantenere una tensione viscerale, avviata con i sospiri fuori campo di Vanessa Kirby.

The Son tratteggia, analizza e decostruisce – nel giudizio della massa – la depressione, demone della mente troppo spesso osteggiato nel confronto con la credibilità del corpo. Così Nicholas viene compatito, ma non compreso, esortato, ma non accompagnato nel decorso della malattia, spronato a risorgere quasi come fosse un fallimento della volontà individuale quello di non riuscire a respirare. Così il regista bipartisce il dolore, mettendo in scena il progressivo abbandono del ragazzo e l’impotente atrofia del genitori, costretti a interrogarsi sui propri fallimenti e sulla pervasività dei disturbi mentali in un discorso che, universalmente, coinvolge l’umanità in una spirale di ignoranza, tabù e stigma.

In difesa dei vuoti: né pace, né quiete per un mostro senza nome in The Son

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Peter (Hugh Jackman) e Beth (Vanessa Kirby) sono appena diventati genitori. Avvocato dedito alla politica, Peter riesce a riservare sempre meno tempo alla famiglia con grande fatica di Beth. A complicare la situazione, il difficile rapporto con il figlio Nicholas (Zen McGrath), nato dal precedente matrimonio con Kate (Laura Dern), che non riesce più a ritrovare la serenità dopo il divorzio dei genitori.

Assente da scuola da più di un mese, il ragazzo rivela al padre di non sapere cosa fare, di essere afflitto da un malessere che non sa gestire e di cui non conosce un’origine univoca. Peter lo accoglie in casa con diffidenza da parte di Beth, convinta che il ragazzo abbia qualcosa di inquietante e imprevedibile, nel tentativo quotidiano di risanarne i vuoti e dimostrare a se stesso di essere migliore del padre (Anthony Hopkins). La presenza, l’interesse, il tempo condiviso non sono sufficienti a ristabilire l’equilibrio del ragazzo, attratto in un vortice depressivo indifendibile: compensare gli errori del passato non genera quiete, né pace della mente, né forza di respirare ancora in un mondo che non si percepisce come proprio.

Death can wait: il finale alternativo di Zeller alla Sliding Doors

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Zeller scava negli abissi umani con paletta e secchiello, dipingendo l’arazzo di sentimenti umani con un’incredibile, ma pregnante semplicità. È già tutto in scena nel prologo, afflitto da un’aria gravosa e predittiva, l’esito di un male invisibile, una pena angosciosa della mente ancora difficile da riconoscere. Il regista costruisce l’acme drammatico attraverso una narrazione palpabile che sembra sussurrare, per ogni inquadratura, l’arrivo della sentenza: Nicholas è vittima di un demone che attecchisce il pensiero in profondità, minandone gli equilibri e la ragione.

Ancora mai del tutto riconosciuta nella sua credibilità, la depressione costituisce a tutti gli effetti una malattia che, al pari di un disturbo fisico, necessita l’intervento medico, un iter doloroso per chi resta a guardare ma di vitale importanza per chi non ha gli strumenti per difendersi autonomamente. Ciò che la mente crede, nel soggetto malato differisce da ciò che la mente comanda, chi è affetto da depressione vive nella convinzione che le proprie teorie siano giuste, asseconda il dolore, lo patisce, lo canalizza in azioni drastiche per addizionare al dolore un dolore più epidermico che lo sospenda, anche solo per un attimo.

Senza giudizio, né condotte assunte a modello, The Son rappresenta la depressione attraverso la sofferenza di chi ne è vittima e di chi ne rimane impotente spettatore, talvolta complice per evitare di infliggere una pena ulteriore a chi si ama. Una storia drammatica di ricongiungimento familiare, virtuosa nel senso di colpa che opprime chi non riesce a perdonarsi per il proprio passato. Delicato l’intervento narrativo di Zeller nel concedere, a padre e figlio, una seconda occasione: un what if, dall’imponente carica emotiva, che avvicina di nuovo Peter e Nicholas in un futuro immaginato, pieno d’amore e di vita. Death can wait.


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25, Roma | Scrittrice, giornalista, cinefila. Social media manager per Cinesociety.it dal 2019, da settembre 2020 collaboro con Cinematographe per la stesura di articoli, recensioni, editoriali, interviste e junket internazionali.
Dottoressa Magistrale in Giornalismo, caposervizio nella sezione Revisioni per NPC Magazine, il mio anno ruota attorno a due eventi: la notte degli Oscar e il Festival di Venezia.

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