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Them, il mostro del razzismo nella nuova serie Amazon Prime Video

Una serie horror sul razzismo della società americana

5 minuti di lettura

L’uomo nero è l’uomo bianco. Addolcito da tenui tonalità pastello, algide e in apparenza rassicuranti, il razzismo assume le sembianze di un mostro feroce, che se di notte e nei meandri più bui della mente umana mostra il volto di un umano deforme, alla luce del giorno si riflette nella quieta follia di un sobborgo americano.

L’America anni ’50 presta la faccia per una denuncia universale che si attiene perfettamente allo scenario sociale quotidiano, quello di un conflitto permanente contro un nemico invisibile, che contravvenendo a qualsiasi etica morale, ferisce facendosi scudo di anime miscredute, ghettizzate e discriminate. Lena Waithe e Little Marvin fanno la loro mossa per il sociale, sulla scia di opere terrificanti -per quanto verosimili- come quelle di Jordan Peele (Get Out, Us), nel tentativo di asservire la potenza mediale e mediatica ad un imperativo che ci coinvolge tutti: l’abolizione sovversiva del razzismo sistemico che attanaglia la società americana.

La serie antologica (la prima stagione, Covenant, è disponibile su Amazon Prime Video) si afferma sul catalogo per l’incredibile potenza visiva, l’alchimia dei suoi personaggi e una colonna sonora in grado di restituire l’angoscioso crescendo emotivo. Them è il punto di contatto viscerale con l’insania più violenta, una rabbia repressa che fermenta sobillando la famiglia fino all’esplosione emotiva nell’atto finale.

La brutalità senza filtri del razzismo americano

Them

Un terrore autentico, quello che Waithe e Marvin mettono in scena con Them. L’incipit è tra i più suggestivi del panorama seriale attuale, grazie alla performance dell’attrice Dale Dickey (Changeling, Un gelido inverno) che irrompe sullo schermo intonando “Old black Joe“, di Stephen Foster.

Gone are the days when my heart was young and gay,

Gone are my friends from the cotton fields away,

Gone from the earth to a better land I know,

I hear their gentle voices calling “Old Black Joe”

L’ambiguità del personaggio si costruisce autonomamente fin dalle prime battute, invadendo l’intimità familiare della giovane Lucky (Deborah Ayorinde) e strappandole via dal petto la cosa più preziosa. L’evento – terrificante – non viene mostrato nel prologo, ma diluito a più riprese nel corso di una narrazione che acquista progressivamente una fisionomia compiuta.

Nella cornice della Grande migrazione afroamericana negli Stati Uniti si delinea la storia della famiglia Emory, composta dalla madre Lucky, il padre Henry (Bashy) e le due figlie Ruby (Shahadi Wright Joseph, già vista in Us di Jordan Peele) e Gracie (Melody Hurd).

Per sfuggire alle segregazioni razziali del Sud, nella speranza di trovare un impiego dignitoso nelle grandi città industriali, la famiglia si trasferisce a Compton, un sobborgo della California dominato da casette a schiera color carta da zucchero. Con l’arrivo degli Emory l’apparente imperturbabilità della cittadina comincia a vacillare, alimentata di un odio e di un rancore repressi che sfociano presto nell’intolleranza più tiranna.

Soprusi, minacce e ripetute intimidazioni soffocano la famiglia nella follia più perversa, fino alla costruzione di una realtà parallela, alterata e allucinogena, in grado di sovvertire l’ordine marcio delle cose.

Da American Horror Story a Lynch, il terrore psicologico nelle caricature di Them

Them

I personaggi in Them sono pedine ambulanti di un “gioco” più grande, i cui fili vengono mossi senza giustizia da un demiurgo parziale: la società americana. Neanche l’orrore riesce a colmare il vuoto-motore, la sensazione di inadeguatezza e spersonalizzazione che tormenta i protagonisti, costantemente vittime delle angherie classiste.

La realtà onirica prende il respiro sulle spalle di personaggi caricaturali, deformi, carne su tela di quel male atavico che è il razzismo. I caratteristi lynchiani omaggiano la cultura del perturbante, attraggono e respingono senza sosta –tremens et fascinans– nell’evoluzione di una morale esitante, in bilico tra l’accettazione passiva del male e una resistenza sanguinaria che ridefinisce le coordinate del bene.


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Giulia Calvani

24, Roma | canto, scrivo, sorrido, amo la pasta al sugo e perdo la testa per i piccoli gesti. A tre anni ho scritto il mio primo romanzo con i pennarelli, l'ho rilegato con lo spago e una rosa come Jo March, e mi sono ripromessa di essere penna. Laureata in Mediazione Linguistica e Interculturale alla Sapienza di Roma decido di proseguire gli studi magistrali in Giornalismo presso l'Università degli Studi Roma Tre. Social media manager per Cinesociety.it da novembre 2019, a settembre 2020 divento redattrice per Cinematographe e partecipo agli eventi di settore. Oltre alla pasta, il mio unico credo è il cinema. Ad oggi non ho ancora trovato un posto che sia per me casa, se non la sala. Folle devozione per Hitchcock, Billy Wilder e Kubrick, tarantiniana doc e thriller addicted.

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