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Titane

Titane, in sala il folle e assurdo film che ha vinto Cannes74

Un estremo body horror capace di rubare con gli occhi dal miglior Cronenberg

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8 minuti di lettura

All’ultima edizione del Festival di Cannes si è scritta un importante pagina della storia del cinema. Innanzitutto, perché la Palma d’oro è stata assegnata ad una donna, la seconda in settantaquattro edizioni, e poi perché il miglior film di uno degli appuntamenti cinematografici più importanti dell’anno è diverso rispetto allo standard del passato: un film anti-festival per la sua estetica, che provoca e suscita in chi lo guarda qualcosa che difficilmente si prova in una sala. Il titolo del lungometraggio è Titane e la sua ideatrice si chiama Julia Ducournau, regista e sceneggiatrice francese classe ’83 che ha sposato un’idea di cinema eccessiva, senza freni e regole visive.

Già dal suo primo film, Raw – Una cruda veritàtraspare ed emerge la necessità di rompere gli schemi, di portare sullo schermo un qualcosa di disturbante e ci riesce tramite una storia di cannibalismo, di carne lacerata e la distruzione del corpo umano. Titane, dal 30 settembre nelle sale italiane, arriva cinque anni dopo Raw e non è altro che la sua estensione tematica ma con una maturità e un coraggio superiore. Le scelte visive e narrative sono ancora più folli, rendendo così il film altamente divisivo, amato o odiato come tutte le opere che hanno qualcosa di forte da dire.

Titane, la trama

Alexia, protagonista di Titane, è una spogliarellista e ballerina in uno showroom di macchine, in testa ha una placca di titanio a causa di un grave incidente in macchina avuto da bambina. Alexia e le automobili hanno un rapporto speciale: insieme ballano come se fossero due partner, e fanno l’amore come se si amassero alla follia. Alexia non ha nessuno, è un’anima solitaria con un padre che la odia e una madre invisibile, non riesce a parlare e ad aprirsi con gli altri, qualcosa dentro di lei non le permette di essere libera, aperta verso il mondo. Tutto ciò le fa nascere l’impulso di uccidere, trasformandola così in una serial killer spietata. 

La sua vita cambia quando, da uno dei rapporti sessuali avuti con una Cadillac, rimane incinta ed è costretta a scappare da quella sua realtà perché ricercata dalla polizia per uno degli omicidi che ha commesso. La pancia cresce a dismisura, quella che Alexia affronta non è una gravidanza normale, invece del sangue nelle mani si trova olio motore e per evitare di essere riconosciuta decide di farsi identificare come un ragazzo scomparso anni prima. Ad una stazione di servizio si taglia i capelli, si rompe il naso, schiaccia con una benda la pancia e il seno per sembrare un uomo e si presenta al commissariato nelle vesti di un’altra persona.

È in questo modo che incontra Vincent, il comandante di una caserma di pompieri che, accecato e distrutto dal trauma della scomparsa del figlio, trova in Alexia ciò che aveva perso. Nasce così tra due persone distanti un legame unico, fatto di silenzi e sguardi, dove Alexia troverà qualcuno con cui affrontare i suoi demoni insieme ad una folle trasformazione fisica e dove Vincent riempirà, consapevolmente o meno, una solitudine lacerante non con suo figlio, ma con qualcuno disposto ad ascoltare il suo dolore. 

Titane: da body horror a dramma familiare

Titane cannes74 julia ducournau

Ciò che rende Titane un film folle e divisivo è che non si limita ad essere qualcosa legato allo schermo, ma si trasforma fin dai primi secondi un’esperienza totale che trascende il limite visivoTitane inizia con un incidente, una bambina con il broncio costretta ad accogliere nella sua testa qualcosa che la cambierà per sempre e un piano sequenza lunghissimo di Alexia che balla carnalmente con la sua amata Cadillac, per poi uscire dal locale e uccidere con una bacchetta piantata nel timpano un ragazzo intenzionato a molestarla.

Questo è Titane: l’essere umano che si unisce alla macchina, sangue e pulp a volontà, morte e violenza, metamorfosi di qualcosa che sta andando oltre la realtà umana, un estremo body horror capace di rubare con gli occhi dal miglior Cronenberg, ma che riesce a non cadere nella trappola della mera imitazione e diventare un’esperienza fisica in grado di mettere a disagio, di schifare e imbarazzare. Titane è il corpo che viene interpretato come qualcosa di dinamico, capace di cambiare ed essere pura estensione della mente.

Ciò che però rende Titane ancora più particolare e interessante è che fa tutto questo fino a metà. Dopo la fuga di Alexia il film cambia ritmo e registro visivo-narrativo quasi rinnegando tutto quello che ha mostrato fino a quel punto e trasformarsi in un dramma familiare, in una storia quotidiana.

La violenza visiva lascia spazio ad un padre distrutto, incapace di superare un trauma indescrivibile, gli omicidi pulp lasciano spazio ai lividi e alle cicatrici di una donna costretta a diventare qualcun altro, e a zittire per non svelare la sua identità. I rombi delle macchine e il sesso lasciano spazio al silenzio, a sguardi e abbracci capaci di scavare dentro due anime sole, unite dal caso e che riempiranno un vuoto lacerante tramite i loro corpi.

Non è importante se Vincent si sia reso conto chi sia veramente Alexia, è importante che venga accolta nella sua casa vuota, piena solo di ricordi e malinconia dove entrambi troveranno le risposte tanto cercate e uno spazio dove sentirsi importanti per qualcuno. Se da un lato la prima parte è costruita da privazioni, da lacerazione e distruzione senza nessun freno, la seconda invece riempie gli spazi lasciati bianchi; Alexia trova il padre di cui ha sempre avuto bisogno, a Vincent viene concessa la possibilità di ricominciare a vivere. Insieme affronteranno ciò che hanno sempre nascosto e una gravidanza capace di cambiarli per sempre. 


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Federico Metri

Il cinema e la letteratura sono gli unici fili su cui riesco a stare in equilibrio. I film di Malick, Wong Kar Wai, Jia Zhangke e Tarkovskij mi hanno lasciato dentro qualcosa che difficilmente riesco ad esprimere, Lost è la serie che mi ha cambiato la vita, il cinema orientale mi ha aperto gli occhi e mostrato l’esistenza di altre prospettive con cui interpretare la realtà. David Foster Wallace, Eco, Zafón, Cortázar e Dostoevskij mi hanno fatto capire come la scrittura sia il perfetto strumento per raccontare e trasmettere ciò che si ha dentro.

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