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Tori e lokita NPC Magazine

Tori e Lokita, il grido d’aiuto dei fratelli Dardenne

7 minuti di lettura

Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes 2022, dove ha ottenuto il Premio del 75° anniversario, Tori e Lokita è l’ultima pellicola dei fratelli Dardenne, disponibile al cinema dal 24 Novembre. Il duo belga torna nelle sale italiane con un film che incarna ancora una volta quell’umanesimo – inteso come esaltazione del valore e della dignità dell’uomo – che è da sempre collante della loro filmografia e quel cinema dal piglio documentaristico che, questa volta, si fa però portatore di una morale mai così gridata e diretta.

Tori e Lokita, una storia di fratellanza

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Tori e Lokita sono due immigrati africani di undici e sedici anni, vivono in Belgio, in un centro di accoglienza, e si fingono fratello e sorella, pur provenendo una dal Camerun e l’altro dal Benin, nel tentativo di far ottenere a Lokita i documenti che Tori invece ha già.

Per la legge belga, però, devono poterlo dimostrare. Non riuscendoci, Lokita – che deve inviare in Africa il denaro necessario al sostentamento della famiglia, ma saldare anche il proprio debito con i contrabbandieri che le hanno permesso di arrivare in Europa – è costretta a fare da corriere della droga per un cuoco italiano, che la sfrutta anche sessualmente in cambio di qualche soldo in più, di cui la ragazza ha disperatamente bisogno. 

Tori rimane sempre al suo fianco, i due sono inseparabili, uniti da una fratellanza spirituale che – al contrario di quella di sangue – nessuno potrà mai sottrarre loro o mettere in dubbio. Tuttavia, dopo l’ennesimo rifiuto di concederle i documenti, per Lokita la situazione diventa insostenibile.

La sola possibilità che le rimane è quella di ottenere dei documenti falsi, ma questo implicherà una lunga separazione da Tori, dunque la rinuncia a quel poco che la vita ancora non le ha tolto. Il legame indissolubile che li unisce, però, non conosce confini, e il desiderio di tornare ad abbracciarsi porterà dolorose conseguenze

Il cinéma vérité dei fratelli Dardenne

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Tori e Lokita è un inno alla fratellanza e un film sull’infanzia rubata. In questo caso, il fulcro della pellicola ruota attorno all’immigrazione e allo sfruttamento minorile, ma rimane ben salda quell’idea di cinéma vérité dalla quale i Dardenne non accennano a scostarsi. È una concezione del cinema inteso quale strumento utile per raccontare figure ai margini della società, in grado di trascendere completamente il dualismo tra cinema di finzione e cinema documentaristico.

D’altronde, Jean-Pierre e Luc Dardenne vengono proprio dal documentario – è così che hanno iniziato la loro carriera -, e in un certo senso non l’hanno mai abbandonato, perché nel loro cinema c’è una spasmodica ricerca della verità e il ripudio dell’opulenza. Non c’è spettacolo, e non c’è neanche intrattenimento, le loro sono storie di finzione messe in scena come le realtà più tangibili che ci possano essere. Raccontano verità scomode, quelle da cui  inconsciamente cerchiamo di stare alla larga, perché ci fanno sentire sporchi in quanto esseri umani.

Nel caso di Tori e Lokita, i fratelli Dardenne sembrano volerci ricordare quanto incombente sia la questione dell’immigrazione, perché, al contrario di quanto si possa credere, quello di coloro che cercano una speranza altrove, è un viaggio che spesso non finisce appena messo piede in Europa. A volte, è un viaggio senza fine, guidato dalla speranza stessa, che non è altro che una flebile illusione.

Una morale gridata

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L’urgenza di avere un pubblico sempre più ampio al quale raccontare le proprie storie, è un qualcosa che accomuna ogni narratore. Agli inizi della loro carriera, i fratelli Dardenne non sembravano prestare particolare attenzione a questo aspetto, ma ad oggi, invece, qualcosa sembra cambiato, seppure mantengano intatta la loro idea di cinema.

La suddetta urgenza è da ricercarsi, ad esempio, in un approccio sempre più diretto e in una morale mai così gridata – ben lontana da quella appena sussurrata di pellicole come Rosetta o Il Figlio -, che sfocia in un finale che rappresenta la summa di questo mutamento. Una chiusa che urla il proprio disgusto nei confronti della società, così come fa Tori, quando si ritrova di fronte alla consapevolezza di aver perso tutto ciò che poteva perdere.

Con Tori e Lokita, i Dardenne vogliono farci riflettere, ammonirci. Il loro approccio diventa sempre più diretto, ma è la società ad imporglielo. O meglio, è il bisogno che la società ha di un certo tipo di cinema a renderlo un’esigenza inevitabile, e il loro cinema è assolutamente necessario, questo è certo.

Perché quando racconti la verità, è indispensabile che quest’ultima abbia il pubblico più numeroso possibile, anche a costo di dover scendere a patti con sé stessi. I fratelli Dardenne lo sanno meglio di chiunque altro.


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Sono Filippo, ho 22 anni e la mia passione per il cinema inizia in tenera età, quando divorando le videocassette de Il Re Leone, Jurassic Park e Spider-Man 2, ho compreso quanto quelle immagini che scorrevano sullo schermo, sapessero scaldarmi il cuore, donandomi, in termini di emozioni, qualcosa che pensavo fosse irraggiungibile. Si dice che le prime volte siano indimenticabili. La mia al Festival di Venezia lo è stata sicuramente, perché è da quel momento che, finalmente, mi sento vivo.

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