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«Tornare»: Cristina Comencini e la femminilità ferita

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6 minuti di lettura

Dopo un lungo periodo di chiusura dovuto all’emergenza coronavirus, l’estate 2020 ha visto la riapertura di numerose sale e il moltiplicarsi delle proposte dei cinema all’aperto, tra piazze, arene e nostalgici drive-in.
Tra le poche novità e le numerose riproposte dalla stagione passata, anche Tornare della regista Cristina Comencini, film di chiusura dell’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma e candidato a cinque Nastri d’argento.

«Tornare», la trama

Tornare

Alice (Giovanna Mezzogiorno) è una donna di mezza età che, dopo anni di assenza, torna a Napoli, nella casa dove è cresciuta, per partecipare al funerale del padre, un ufficiale americano in servizio alla base Nato.
Qui si ritrova a dover fare i conti con il proprio passato. I luoghi della sua infanzia provocano nella donna turbamento, disagio e un alternarsi di vividi ricordi e di memorie confuse e sfocate. Rivedere gli immutati panorami, toccare gli stessi oggetti, sentire i medesimi odori rende l’immersione nel passato tanto intensa che Alice comincia a vedere e a fare lunghe conversazioni con la se stessa bambina (Clelia Rossi Marcelli) e adolescente (Beatrice Grannò). Saranno loro a guidare la protagonista nella riscoperta di sé e dell’evento che ha cambiato la sua vita per sempre.

Alla ricerca di Alice

Tornare

L’Alice adulta è una donna schiva, distaccata e spenta. Tutto il contrario dell’Alice adolescente: socievole, coraggiosa e incontenibile. Un cambiamento che appare evidente fin dall’abbigliamento: se da ragazza Alice indossava abiti colorati e vistosi, che non la facevano mai passare inosservata, ora la donna avvolge il proprio corpo in indumenti scuri e oversize, come a volerlo proteggere e nascondere, tanto agli altri, quanto a se stessa.

E l’audacia, Alice, non l’ha persa solo nel vestire: tutto in lei è contenuto, soffocato e represso: le espressioni del viso, le reazioni agli avvenimenti, l’intensità delle emozioni.

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Se, in un primo momento, l’istinto della protagonista è quello di scappare ancora una volta dalla casa d’infanzia e dai ricordi che essa custodisce, il suo ritorno in quei luoghi sarà infine l’occasione per affrontare un percorso di riscoperta di sé, fino a raggiungere una consapevolezza che la fuga e la paura le avevano sempre negato.

Una fiaba senza principe

Tornare

Quasi quindici anni dopo La bestia nel cuore, Cristina Comencini e Giovanna Mezzogiorno tornano a indagare la femminilità ferita.
A giocare un ruolo fondamentale, in termini tutt’altro che positivi, nella vita della protagonista, sono state le figure maschili. Patrick (Trevor White), il padre di Alice, giudice severo e inamovibile, non è mai stato in grado di far cogliere alla figlia la differenza tra un ordine e un consiglio amorevole, tra una proibizione e un atto di protezione.

I ragazzi che Alice frequentava durante l’adolescenza si interessavano a lei solo perché la credevano disinibita e spregiudicata, impedendole così di legarsi sinceramente e profondamente a qualcuno. Marc (Vincenzo Amato), un uomo affascinante e taciturno, si avvicina ad Alice; ma le sue intenzioni non sono chiare, appare da subito possessivo e il suo legame con la protagonista assume contorni via via sempre più inquietanti.

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In Tornare Cristina Comencini narra la storia di una donna che porta addosso le ferite inferte dalla presunzione maschile. La presunzione di sapere che cosa sia meglio per una donna; di decidere come una “signorina” dovrebbe comportarsi, in pubblico come nel privato; di giudicare il modo in cui una ragazza sceglie di vivere la propria vita e la propria sessualità.

«Tornare»: un film senza emozione

Tornare è un film con molti difetti: a partire dallo smarrirsi della regia in lunghe inquadrature dall’ambizione pittorica – che mancano però di incantare – e in ridondanti simbolismi, fino alle gravi lacune della sceneggiatura. Personaggi potenzialmente intriganti, vivi e concreti sono ridotti a ombre sottili e ritriti cliché e, purtroppo, nemmeno gli attori si dimostrano in grado di risollevarne le sorti.

Così, è difficile per lo spettatore appassionarsi e sentirsi coinvolto nel percorso della protagonista, che, tra l’altro, si chiude con un finale che vuole essere poetico e catartico ma risulta più che altro ovvio e a tratti confuso.


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Cristina Sivieri

Classe 1996. Laureata in Filologia Moderna, ama stare in compagnia degli altri e di se stessa. Adora il mare e le passeggiate senza meta. Si nutre principalmente di tisane, lunghe chiacchierate e pomeriggi al cinema.

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