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Dario e Caterina in una scena di Troppo Azzurro

Troppo azzurro, un esordio ancorato al passato

5 minuti di lettura

Troppo azzurro, scritto, diretto e interpretato da Filippo Barbagallo, è un piccolo compendio della vita postadolescenziale, di quel periodo eternamente indefinito che parte dai vent’anni e non si sa bene dove finisce. Con il suo esordio alla regia, presentato in anteprima nella sezione Freestyle della Festa del cinema di Roma, Barbagallo decide di raccontare una piccola storia personale, che non si fa portavoce di nessuno se non della propria interiorità, e lo fa attraverso un classico racconto di formazione attraversato da alcuni guizzi innovativi che animano l’orizzonte plastico fatto di città deserte e litorali brulicanti di vita.

Troppo azzurro, la trama e lo stile

Filippo Barbagallo nei panni di Dario in una scena di Troppo azzurro

Troppo azzurro è un film estivo, sgargiante: le sue immagini fatte di sudore e salsedine sono un’insieme di cartoline dai colori vibranti, fatte di volti, paesaggi e scenari plastici, messi insieme per creare un’idealizzazione dei ricordi con i quali sostituire la realtà.

E Dario, il protagonista, è l’esperto massimo in materia: schivo, insicuro, incapace di costruire relazioni reali, si rifugia nei sogni e nelle idee; preferisce contemplare, osservare da lontano, allontanarsi così tanto al punto da diventare spettatore persino di se stesso.

Per le vacanze decide di rimanere da solo a Roma, sperando di riuscire a organizzare qualcosa con i suoi amici, peccato che siano tutti già impegnati con le rispettive ragazze. Durante le vacanze, avrà la possibilità di vivere delle relazioni, con Caterina (Alice Benvenuti) e con l’irraggiungibile Lara (Martina Gatti), ragazza che Dario osserva puntualmente da lontano dal tavolino del bar.

Ma l’ostacolo principale di Dario sono le sue insicurezze, le sue paturnie e il suo terrore dell’intimità che gli impediscono di esporsi e mettersi in gioco: Troppo azzurro è una messa a nudo metodica e spietata del meccanismo autosabotante che regola la vita di Dario.

Barbagallo ci restituisce i ritmi di una vita che si inceppa, di un’esistenza in stato di crisi permanente: e non c’è stagione migliore dell’estate per restituire quel senso di languore. Ancora meglio: non c’è stagione migliore dell’estate in città, fatta di pomeriggi afosi passati a dormire e di serate passate pigramente ad «arrugginire» al tavolino di un bar.

Suggestioni di un grande passato cinematografico

Dario e Lara in una scena di Troppo Azzurro

Troppo azzurro è un film cauto, che ogni tanto prende il largo ma decide sempre di approdare in porti sicuri rappresentati dai grandi topoi della tradizione cinematografica italiana, dalle idiosincrasie che ricordano lontanamente quelle di Nanni Moretti e che tratteggiano la personalità di Dario, agli affollati scorci del litorale romagnolo presi in prestito dal filone balneare, fino alle stradine illuminate di una Roma in piena estate fatta di bar e vivande da consumare poggiati sul cofano della macchina.

Ma basta scrostare un poco la superficie per trovare una storia intima, fatta di vulnerabilità e di anime isolate che cercano di trovare una voce comune, un senso di comunione nella frammentarietà.

Se c’è qualcosa che si può tirare fuori dal nucleo di Troppo azzurro è proprio questa tendenza a trasformare la frammentarietà in un tentativo di poeticità, a partire dalle soluzioni formali che frammentano i corpi avvinghiati in quadretti separati dal buio dello schermo, fino all’inquietudine stessa che paralizza Dario e che intesse l’intera trama; un mosaico di momenti di vita abbozzati, soffocati sul nascere.

Nonostante l’incedere un po’ stentato e un ritmo che non sempre riesce a sostenersi con costanza, l’esordio di Barbagallo riesce a raccontare la piccola storia senza pretese di chi ha deciso di farsi sguardo, di nascondersi dietro gli occhi per paura di vivere. E alla fine anche questa paura ha bisogno dei suoi narratori, di qualcuno che trasformi quello sguardo paralizzato in racconto.


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Classe 1999, una delle tante fuorisede in terra sabauda. Riguardo periodicamente "Matrimonio all'italiana" e il mio cuore è diviso tra Godard e Varda. Studio al CAM e scrivo frammenti sparsi in giro per il mondo.

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