Ultimo tango a Parigi di Bertolucci non scandalizza più ma è ancora scomodo

C’è un film di Bernardo Bertolucci che i ragazzi di oggi non conoscono più (preferendo The Dreamers) e che quelli di ieri hanno dimenticato: Ultimo tango a Parigi.

Ma quando venne proiettato la prima volta, il 15 dicembre del 1972, Ultimo tango a Parigi fu un successo immediato. Di certo più fortunato del successivo Novecento. Per alcuni fu il film “più erotico e liberatorio” mai girato fino ad allora.

Ultimo tango a Parigi

La censura vi ci si accanì costringendo Bernardo Bertolucci a ridurre la scena del primo amplesso fra Marlon Brando e Maria Schneider perché troppo brutale, troppo esplicita per un inizio di pellicola.

Bernardo Bertolucci riuscì a tagliare otto secondi senza snaturarne la sequenza. Otto secondi che rappresentarono per lui una ferita e al contempo una vittoria: il film ottenne il visto dalla censura e uscì nelle sale cinematografiche con un divieto ai minori di 18 anni.

Il processo a Ultimo Tango a Parigi e la riabilitazione

Ultimo tango a Parigi

I processi morali, cattolici, pubblici e privati contro Ultimo tango a Parigi non finiranno qui: la pellicola venne sequestrata, assolta, nuovamente sequestrata. Il 29 gennaio 1976 la Cassazione stabilì la condanna alla distruzione del negativo per oscenità e Bertolucci fu privato dei diritti civili per cinque anni. Il 9 febbraio 1987 il film fu infine riabilitato con una sentenza di “non oscenità” perché mutato il “comune senso del pudore“.

Trasmesso in televisione su Canale 5 nel 1988, sforbiciato di sei minuti e con un divieto ai minori di 14 anni, Ultimo tango a Parigi non assomigliava più a quello d’inizio: pazienza. Gli italiani poterono finalmente godersi nella comodità dei loro salotti le vicende di Paul e Maria, anime perse in una Parigi invernale e anonima, distante dai conosciuti clamori della Ville Lumière infiamma-copertine.

Ad oggi, nel tempo dell’hard-core di massa, di filmini pornografici girati tra amici e diffusi poi in rete a costo zero, il film non tocca più nessuno, non scandalizza più. Per alcuni è solo una vecchia pellicola: lenta, noiosa, priva di mordente. Ma che cosa resta di Ultimo tango a ParigiQuale memoria, quale messaggio?

Ultimo tango a Parigi (al di là del sesso)

Ultimo tango a Parigi

Vi è qualcosa di questo film capace di scuotere, di turbare ancora. È un elemento che va oltre il sesso, oltre la nudità, al di là della (presunta) crudeltà di Paul-Marlon Brando, dell’apparente frivolezza di Maria-Maria Schneider.

Il vero scandalo di Ultimo tango a Parigi è il dolore, l’agghiacciante solitudine del suo protagonista, l’impressionante vicinanza tra il personaggio Paul e l’attore Brando. Lo sdegno verso il femminile, il disgusto verso la vita e poi, forse, il vago tentativo di redenzione terminato a colpi di rivoltella. Dopo quarantatré anni di distanza lo stupore non si è esaurito, così il turbamento, il sottile disagio.

Paul è un americano sradicato, la giovinezza gli è sfiorita sul viso, i capelli sono sfatti, disordinati, come a seguito di un risveglio cattivo. L’aria fredda della città, la nebbia, i rumori lontani sono tutt’uno con il suo sguardo torvo, le sopracciglia aggrottate, il cappotto-cammello lasciato aperto in barba al gelo dell’inverno.

L’appartamento di Passy è spazioso, disadorno, decadente: la carta da parati si straccia alle pareti, c’è polvere, persiane semi-rotte, un vago sentimento di abbandono accompagnato da un fascino sinistro. È il fascino del dolore, della perdizione.

Perversa attrazione

Ultimo tango a Parigi

È proprio questo disincanto – l’abbrutimento, l’inattitudine alla vita – che attira Maria, ragazza borghese, figlia di un generale e promessa sposa di un giovane regista televisivo (Jean-Pierre Leaud) nel vortice di Paul.  

Gli amplessi segreti, solitari, disperati eppur liberatori, iniziano per caso in una mattina d’inverno proprio all’interno di quello strano, grande appartamento di Passy, che entrambi, senza essersi mai  conosciuti, vorrebbero prendere in affitto.

Il sesso si consuma vorace contro le pareti, le calze di lei sono lacerate dalla foga, i vestiti sollevati in malo modo. I rapporti continueranno per terra, sulle assi del pavimento dure, fredde, visitate dai topi, ancora sporche di polvere e di cibo. O ancora sul materasso-isola che accoglie i corpi nudi di Paul e Maria, che illude vicinanza e al contempo allontana.

Un film sulla disperazione

Ultimo tango a Parigi

Diceva Jacques Lacan Il n’y a pas de rapport sexuel, il rapporto sessuale non esiste nella misura in cui due solitudini non si incontreranno mai, due esseri non saranno mai capaci di fondere in un tutto unico i propri rispettivi abissi. Così è per Paul e Maria che tuttavia ci provano: insistono fino alla ferita, all’annientamento.

Le regole che si sono imposti sono poche ma lapidarie: nessun nome, nessun riferimento alla propria vita, nessuno strappo alla regola. Il mondo là fuori è “uno schifo“: non c’è pace per Paul, straniero, abbandonato dalla moglie suicida, ex proprietaria di un sordido albergo per prostitute e reietti.

C’è invece curiosità, desiderio di perdersi in Maria, ragazza libertina, eppur romantica, misteriosa, infantile, giovanissima, accecata dall’inquietudine di Paul, soggiogata dalle maniere brutali, dure, febbrili. Una passione, vien da dire oggi. Forse si trattò semplicemente di una passione.

Paul – lo sconfitto Paul – il suo disgusto, lo sconforto verso il mondo, la bestialità delle sue maniere militaresche, il fantasma di un padre ubriacone e violento, la sua non-pace, non-pena, l’assenza di compassione, ne fanno un personaggio urtante, difficile da reggere persino oggi.

Che lo scandalo fosse qui? Che l’affronto al pudore si trovasse forse in una forma di disperazione incurabile, nel cinismo dell’autodistruzione, nella violenza carnale che si fonde al piacere fisico – il piacere nel dolore – che lo scandalo fosse il suo spregio per la società, le donne, le madri, le mogli, il mondo e, non da ultimo, persino se stesso?

Un’ultima possibilità

Ultimo tango a Parigi

Eppure il suo rapporto con Maria non è solo divagazione, oblio, diniego del tempo presente. Maria incarna forse l’ultimo sussulto vitale, l’ultima chiamata prima del grande buio.

Che l’abiezione, il senso di possesso, il sesso come droga e cancellazione del ragionamento, non fossero altro, per Paul, che un modo goffo, certamente fallimentare, di ritentare una nuova strada verso la vita? Di rimettersi in carreggiata, perdonandosi così del proprio dolore, di tutte le bassezze, i facili disprezzi, i putridi anfratti della propria esistenza meschina, le violenze scomposte, gli scatti d’ira?

Paul, dopotutto, rincorre Maria. La segue disperato in una Parigi ancora più fredda, ancora più sola. È lei la sua arma, la possibile redenzione, la resistenza contro quel fuori che niente ha da dare, che tutto toglie.

Un ultimo tango a Parigi

Ultimo tango a Parigi

Ci provano, dunque, Paul e Maria. Assistono insieme ad un ultimo tango parigino, in una disadorna sala da Belle Époque. L’aria è tesa, sgomenta, governata da vecchi figuri, manierate statue di carne che si adagiano nei passi fissi della danza: non c’è margine di errore, tutto è stabilito, preordinato, confezionato per cancellare la sofferenza. Nella stabilità non si deraglia, non c’è deriva.

Eppure la danza di Paul e Maria non funziona, è scomposta, grottesca. Non c’è spazio, per loro, nella comunità degli uomini. Sfuggono alle categorie, inciampano, amano sbagliando, soffrono e la loro impudicizia non si mostra nella carne, bensì nella testa, in pensieri troppo cupi, tetri, impossibili da pensare. Paul e Maria il disfacimento, lo strappo del mondo, l’hanno guardato a viso aperto.

Proseguire insieme è impossibile. Lei lo ammazzerà a colpi di pistola: Non so chi sia, non lo conosco, ha tentato di aggredirmi“. Dirà così. Perché riconoscere il proprio dolore nel viso dell’altro, a tutt’oggi, fa ancora paura.

La reazione del pubblico quando uscì Ultimo tango a Parigi

Quando uscì, nel 1972, prima del processo e delle vere polemiche, Ultimo tango a Parigi fu accolto dal pubblico nei modi più disparati. Sfogliando una pagina del Corriere della Sera, si passa dall’anonima casalinga che si aspetta di incontrarlo in via XX Settembre, all’artigiano che lo trova lento e monotono, alla studentessa classicista, andata al cinema unicamente per vedere se Marlon Brando lavori meglio qui che ne Il Padrino (uscirà dalla sala contrariata).

Spunti di riflessioni che fanno sorridere oggi, in una società profondamente diversa da allora. Quello che è rimasto immutato è l’aspetto divisorio del film, capace come pochi altri di creare polemica e ribrezzo, fantasie erotiche e meraviglia. [Articolo aggiornato il 16/03/2021]

Ilaria Moretti
Articolo originariamente pubblicato su Frammenti Rivista


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Redazione NPC