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Utama – Le Terre Dimenticate, la Bolivia nei cambiamenti climatici

6 minuti di lettura

I film silenziosi e quieti sono quelli che parlano tramite dettagli, che lasciano da parte le parole per lasciare spazio ai rumori, all’enigmatico suono degli sguardi e delle immagini. In Utama – Le terre dimenticate, le prime cose che emergono sono il respiro affaticato e doloroso di Virginio, il viso dolce scavato dal tempo di Sisa e un altopiano boliviano sempre più secco e ferito, pieno di crepe e cicatrici che non fanno altro che espandersi e ingigantirsi. 

Utama non sembra un’opera prima, Alejandro Loayza Grisi sceglie come soggetto del suo primo lungometraggio la magnificenza e la fragilità della sua terra costruendo così un film maturo e stratificato, che si muove all’interno di un microcosmo familiare per far emergere questioni che coinvolgono il mondo intero, un contrasto ideologico tra passato e presente che si interseca con il contrasto sempre più problematico e complesso tra uomo e natura.

Utama è riuscito a far sconfinare la Bolivia verso il mondo intero, verso la vittoria del Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival, verso la possibilità di poter rappresentare il proprio paese alla prossima cerimonia degli Oscar e anche verso l’Italia, che grazie a Officine UBU arriva nelle sale italiane dal 20 ottobre.

Una storia lontana ma universale

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La parola Utama nella lingua quechua significa la nostra casa, la casa di un’anziana coppia che vive in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, una casa circondata da montagne che la nascondono dal mondo esterno e una terra sempre più secca e arida.

Virginio si occupa di far pascolare ogni giorno dei bellissimi lama, Sisa dell’orto e di andare a prendere l’acqua nella zona abitata più vicina, un’acqua che però è sempre più difficile da reperire e mette in difficoltà il sostentamento di una vita lontana dalla modernità. Oltre al grave problema dell’acqua e di una siccità sempre più pericolosa anche la salute di Virginio si aggrava a causa di una tosse invasiva e che non gli lascia tregua. 

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A entrare in scena per connettere l’anziana coppia al mondo esterno sarà il nipote Clever, che andrà a trovarli per cercare di convincerli a lasciare ormai quelle terre dimenticate e sempre più in difficoltà per poter trascorrere una vecchiaia serena e avere la possibilità di curare i problemi di salute sempre più persistenti. Uno scontro generazionale che da un lato vede Virginio e la sua ferma convinzione di non voler lasciare per nessun motivo il luogo della sua vita e di non affidare il proprio futuro a un presente lontano dalle sue idee e dall’altro vede Clever e la sua buona intenzione di aiutare qualcuno a lui vicino che però sente ancora profondamente lontano.

Utama è un film di strati e rumorosi silenzi

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Utama è un film cosciente e paziente, che ha il coraggio di rallentare e avvicinarsi allo stile documentaristico per entrare nella quotidianità di una vita ai confini del mondo e a contatto con una natura sempre più in difficoltà. Alejandro Loayza Grisi è però bravo ad affrontare il complesso tema del cambiamento climatico e delle sue tragiche conseguenze in una maniera trasversale e indiretta, non tramite un’invettiva costruita con le parole ma attraverso immagini e lunghe sequenze che mostrano silenziosamente una terra che sta morendo, una terra lasciata indietro da tutti se non da quei pochi che cercano di non abbandonarla. 

Il regista decide di far risuonare in modo più diretto ed esplicito il grande contrasto generazionale rappresentato dall’incontro tra Clever e i suoi nonni, la difficoltà nell’entrare in una realtà diversa dalla propria e di adattarsi ai bisogni e le necessità dell’altro, l’incapacità di chiedere aiuto e ascoltare un punto di vista diverso dal proprio.

Utama è un film di immagini immerse nel silenzio, un film che nella sua semplicità è colmo di scontri e contrasti difficili da risolvere e amalgamare, un’esperienza visiva per avvicinarsi a un mondo totalmente diverso e distante dalla nostra realtà che però non fa altro che parlare di qualcosa di universale, di problemi che non hanno bandiere o confini e che raggiungono il cuore di tutti.


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Il cinema e la letteratura sono gli unici fili su cui riesco a stare in equilibrio. I film di Malick, Wong Kar Wai, Jia Zhangke e Tarkovskij mi hanno lasciato dentro qualcosa che difficilmente riesco ad esprimere, Lost è la serie che mi ha cambiato la vita, il cinema orientale mi ha aperto gli occhi e mostrato l’esistenza di altre prospettive con cui interpretare la realtà. David Foster Wallace, Eco, Zafón, Cortázar e Dostoevskij mi hanno fatto capire come la scrittura sia il perfetto strumento per raccontare e trasmettere ciò che si ha dentro.

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