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Venezia 78 opinione

Venezia78: cosa ne pensiamo dell’edizione 2021

Riflessioni finali sul Festival 2021

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9 minuti di lettura

Si è conclusa da pochi giorni la 78esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e noi, ancora con le valigie da disfare, vogliamo raccontarvi per filo e per segno ogni dettaglio di questo entusiasmante viaggio. Dalle corse alla prenotazione sulla mitologica piattaforma Boxol all’eccitazione febbrile della prima visione in sala, Venezia 78 ha portato con sé una concatenazione di imprevisti, emozioni e prime volte. Tra grandi firme e un meritato vincitore del Leone D’Oro – L’événement di Audrey Diwan – il Festival si è distinto per alcuni temi portanti, incastonati in film ambiziosi, inusuali e a volte controversi nel guidare alcune riflessioni, come quella sulla maternità.

Venezia 78: un doppio sguardo su maternità e paternità

Se si vuole cercare un filo conduttore che ha attraversato tutte le giornate della Mostra, questo è sicuramente la maternità. Tantissime le madri sul grande schermo, a cominciare proprio dall’insolita coppia di Pedro Almodóvar in Madres Paralelas (Penélope Cruz e Milena Smit). Sconcertanti, inaspettati e spesso tristi, i rapporti madre-figlio raccontati al Lido sono riusciti a dividere la sala tra estimatori e denigratori. Dal nostrano La ragazza ha volato, scritto dai fratelli D’Innocenzo, al racconto toccante delle madri incarcerate in Cenzorka (107 Mothers) – vincitore della Miglior Sceneggiatura Orizzonti- fino ad arrivare all’opera prima di Maggie Gyllenhaal, regista di The Lost Daughter. Tra gravidanze inaspettate, indesiderate, temute e mai portate a termine, stona, e un po’ indispettisce, l’imponente presenza maschile dietro la cinepresa.

Meno indagato a Venezia 78, seppur presente, il tema della paternità, che affiora in tre pellicole in concorso, Reflection, Qui Rido Io e La Caja. Nel primo caso, il regista ucraino Valentyn Vasyanovych usa un linguaggio evocativo e gestuale per raccontare il dolore e la scoperta della morte. Al contrario, Mario Martone gioca con dialoghi brillanti e una giovialità intrinseca della carismatica figura di Eduardo Scarpetta, pater familias di una cerchia sfaccettata di personalità pittoresche. Qui subentra il tema del patriarcato, contraltare della riflessione di Lorenzo Vigas, in cui la paternità è indagata nella sua assenza. Vengono quindi mostrate luci e ombre della consapevolezza genitoriale, lungo amare verità, scelte egoistiche e compromessi che incorniciano la famiglia moderna.

Il protagonismo alle donne

Sono però le donne, non solo indagate come madri, le indiscusse protagoniste di Venezia 78. Notevole e marcata è la denuncia sociale riguardo situazioni di disagio, sofferenza e oppressione femminili con particolare interesse nell’offrire un sguardo più possibile diversificato. Così Spencer di Pablo Larraín ci ha regalato una Diana tormentata e fragile, vittima delle imposizioni reali. Last Night in Soho di Edgar Wright, invece, vede le due favolose Thomasin McKenzie e Anya Taylor-Joy in un thriller ai confini dell’horror con tocchi pop e vintage. Les Promesses si distingue infine per la sua protagonista dall’etica di ferro, padrona della politica parigina.

Non è stato un caso, quindi, che a vincere il Leone D’Oro sia stata un’opera a protagonismo e regia femminili, con un fulcro narrativo orientato al dolore e alla fatica di chi si ribella al proprio ruolo sociale. Audrey Diwan, infatti, con il suo racconto crudo e spietato sull’importanza dei diritti si porta a casa la tanto ambita statuetta. E non è l’unica donna a salire sul podio. La migliore sceneggiatura la conquista Maggie Gyllenhaal, mentre il Leone D’Argento per la miglior regia l’ottiene Jane Campion, ormai cineasta simbolo dei racconti al femminile che, con il suo The Power of the Dog ci sorprende con il suo primo protagonista maschile, schiavo dello stesso sistema patriarcale, mascolino e tossico che schiaccia anche tante donne. 

Ode al mondo dei freaks

Ma Venezia 78 si affolla anche di ipnotiche creature solitarie. Personaggi fiabeschi e crepuscolari che si raccontano come freaks. Non a caso questo riferimento circense ci porta subito tra le braccia di Gabriele Mainetti che, con il suo Freaks Out racconta gli emarginati in un contesto inedito. Sono supereroi, ma il mondo non li accetta, tanto che il loro rifugio è un tendone da circo, simbolo di quel mondo uguale e contrario all’ordinario, dove la diversità è firma di un eccezionale spettacolarità, di cui i protagonisti sono consapevoli. Tra di loro, Matilde (Aurora Giovinazzo) conosce il suo mirabile dono, ma ha paura di usarlo. Il contrario di Mona Lisa Lee (Jeon Jong-seo), protagonista del terzo film di Ana Lily Amirpour, Mona Lisa And The Blood Moon, che si muove disincantata in una caleidoscopica New Orleans. 

Non è mai sola perché il suo viaggio di formazione alla Alice In Worderland, la porta a confrontarsi con l’altro in un labirinto di suggestioni. Quello che manca invece alla Diana interpretata da Kristen Stewart, principessa la cui solarità viene spenta dall’idilliaca, ma aguzzina, realtà reale. Anche lei è una dama solitaria, che però rende da subito evidente allo spettatore il suo dolore, in una storia da tutti conosciuta. Non è lo stesso per l’enigmatico Oscar Isaac ne Il collezionista di carte di Paul Schrader, che lascia che il pubblico scavi gradualmente nella sua psiche solo con misteriosi accenni biografici. In questo modo, Venezia 78 racconta una cornice umana periferica, dimora di reietti dall’incredibile magnetismo narrativo. 

Un Festival legato alle radici e alla memoria storica

Un occhio di riguardo merita però anche la territorialità, dinnanzi a opere filmiche che hanno omaggiato la terra d’origine dei loro registi. A partire dalla Napoli di Sorrentino e Martone, legata a un’italianità pura e verace in due parentesi storiche ricche di colore e intimo trasporto biografico. C’è poi la Calabria di Michelangelo Frammartino, la cui pellicola Il Buco ha conquistato il Premio Speciale della Giuria grazie all’inedita capacità di raccontare un frammento storico fortemente intriso nel territorio italiano con devozione registica e spettacolarità rappresentativa. Da un’altra parte dell’Europa, invece, Jan P. Matuszyński racconta la Polonia anni Ottanta in Leave No Traces con un sottotesto politico che denuncia la violenza militare.

Venezia 78 ha quindi proposto un’architettura cinematografica fortemente attuale ma legata a un passato fondativo. Dalla trasposizione letteraria, al racconto di finzione, fino alla narrazione a sfondo storico e sociale, l’offerta filmica ha soddisfatto le aspettative e, sebbene non ci sia stata la possibilità di assaporare tutte le pellicole proposte, nel nostro piccolo abbiamo colto l’ambizione e il coraggio di un’edizione dotata di tanto materiale notevole. Per il prossimo anno attendiamo più donne alla regia e una maggiore attenzione alle minoranze sullo schermo, ma l’edizione 2021 la portiamo nel cuore.


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Redazione NPC

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