Volevo nascondermi: Elio Germano stupisce e commuove nel film di Giorgio Diritti

Nei paesini della bassa reggiana non succede mai niente: il tempo si trascina lento, come l’acqua del Po nel suo ultimo tratto prima di gettarsi in mare. Di tanto in tanto però una scintilla di colore accende quei luoghi, trasformandoli in vivaci centri di cultura e bellezza. La scintilla di Gualtieri si chiamava Antonio Ligabue, il “Van Gogh italiano”.

Nel 2020 Giorgio Diritti ha proposto sul grande schermo la vita travagliata dell’artista, dandogli il volto di Elio Germano, che attraverso uno studio accuratissimo sulle immagini e le riprese esistenti di Ligabue ne tratteggia un profilo sincero e intimo, rappresentando la vera perla di Volevo nascondermi, in lizza per ben 15 statuette ai David di Donatello 2021 e già vincitore dell’Orso d’oro a Berlino.

Volevo nascondermi celebra la storia della TV

Solitamente pensiamo ai grandi artisti come estremamente lontani nel tempo, figure di cui a malapena abbiamo delle fotografie da confrontare con ritratti e autoritratti. Antonio Ligabue non fa eccezione nella memoria collettiva. Eppure, del cittadino più illustre della piccola Gualtieri abbiamo una documentazione enorme, realizzata quando era ancora in vita. Nel 1962 il regista Raffaele Andreassi realizzò un cortometraggio di inestimabile valore sulla quotidianità del pittore tra i boschi della bassa e in mezzo ai cittadini del paese che lo aveva accolto da esule nel 1919.

Nel 1977 a soli dodici anni dalla morte di Ligabue la Rai realizza quello che ai tempi si chiamava ancora “sceneggiato televisivo”, con uno strepitoso Flavio Bucci che all’epoca aveva solamente trent’anni. Ligabue, fu trasmesso in tre puntate dal 22 novembre al 6 dicembre, facendo conoscere a tutta Italia il genio e la fragilità di un grande artista.

Il film di Giorgio Diritti si inserisce quindi in una produzione di enorme valore sulla vita di Antonio Ligabue, ma sceglie di affrontarla con rispetto: Volevo nascondermi omaggia e cita le opere storiche realizzate in passato, mostrando amore e sensibilità verso il mezzo televisivo che ha regalato al pittore di Gualtieri la fama nazionale che meritava.

Il film di Giorgio Diritti sfuma i contorni e accende i colori

Elio Germano in una scena del film insieme al dipinto (in realtà un disegno) Tigre reale del 1941

Le opere di Ligabue sono note da tempo al grande pubblico: le sue tigri a fauci spalancate, gli autoritratti contemplativi che tanto lo avvicinano a Van Gogh e i meravigliosi dipinti di animali sono un patrimonio che nel corso degli anni ha raggiunto in larga parte gli italiani grazie a mostre, stampe, poster ed eventi celebrativi.

Non molti però conoscono la vita tortuosa e difficile dell’artista, dalla sua espulsione dalla Svizzera tedesca dove era nato e cresciuto fino all’arrivo a Gualtieri, paese natale del padre che non aveva mai conosciuto. Un luogo dove non conosceva nessuno e di cui non parlava la lingua, situazione che lo portò a isolarsi sempre di più preferendo la compagnia degli animali a quella degli uomini, che temeva e di cui diffidava.

Fu l’incontro con Renato Marino Mazzacurati, importante artista della Scuola Romana, a farlo aprire al mondo e a scoprire l’incredibile talento di quell’uomo strano, che viveva ai margini del Po e che spaventava i bambini con il suo comportamento imprevedibile a causa dei problemi di natura psichica che lo affliggevano.

Volevo nascondermi glissa e taglia molti aspetti della vita dell’artista, alcuni dei quali fondamentali per comprendere appieno l’atteggiamento e il carattere difficile dell’uomo, tra cui proprio il suo rapporto di fascinazione verso il cinema, da cui trarrà ispirazione per molti dipinti.

La scelta è quella di concentrarsi sulla caratterizzazione del personaggio dal punto di vista psicologico e soprattutto artistico, dando spazio a quei colori e a quelle suggestioni che hanno reso i dipinti e le sculture di Antonio Ligabue degli spaccati su mondi così lontani dalla piatta realtà di provincia. La fotografia magistrale pone l’accento sulla differenza cromatica del mondo interiore di Ligabue, fatto di quei colori brillanti tipici della pittura Fauve e Naïf e il mondo esteriore in cui viveva, fatto di boschi di betulle, nebbia e animali da cortile.

Giorgio Diritti approfondisce la realtà contadina della bassa emiliana, mostrando l’immensa solitudine di un uomo incompreso, un “alieno” precipitato in una cittadina dove tutti si conoscono da generazioni durante un periodo durissimo, quello tra le due guerre. Nonostante l’iniziale diffidenza degli abitanti Antonio Ligabue trova il suo spazio a Gualtieri, venendo in un certo senso “adottato” dalla popolazione e raggiungendo la fama artistica grazie alla mostra alla galleria La Barcaccia di Roma, che lo consacra e gli dona una ricchezza inaspettata, di cui si servirà per acquistare una grande moto rossa e un’automobile munita di autista, senza mai rinunciare alla vita di vagabondaggio dormendo in cascine e casali abbandonati, in mezzo agli animali che tanto amava.

Elio Germano si veste della solitudine dell’artista

Una scena di Volevo nascondermi che omaggia il documentario del 1962 sull’artista

Antonio Ligabue non è chiamato “il Van Gogh italiano” solamente per la sua vita solitaria e i numerosi autoritratti realizzati. Il tratto che accomuna tragicamente i due artisti è la vena della follia: entrambi hanno conosciuto il dolore degli ospedali psichiatrici, dai quali sono entrati e usciti molte volte nel corso della vita. Entrambi hanno conosciuto la paura negli occhi della gente a causa dei frequenti scoppi d’ira, subito tramutati in muto dolore. Entrambi hanno conosciuto il morso della solitudine e del desiderio d’amore mai corrisposto.

Elio Germano riesce a fare suo questo enorme bagaglio di emozioni per restituire un Antonio Ligabue commovente e mai patetico, trattando con estremo rispetto la figura dell’artista di Gualtieri. L’attore assorbe la lezione di Flavio Bucci, scomparso poco prima dell’uscita del film, mostrando la delicatezza di un uomo estremamente solo, impaurito dagli altri e da sé stesso che trova sfogo ed espressione nella sua arte, nei coloratissimi dipinti e nelle sculture dinamiche di animali, realizzate con la terracotta raccolta agli argini del Po, tanto delicate e preziose come la memoria di una figura così straordinaria come Antonio Ligabue.


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Beatrice Curti

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