«When They See Us» storia vera di un’ingiustizia razziale

When They See Us è una miniserie che conta quattro episodi da un’ora ciascuno, chiamati “parti”. È stata creata e diretta da Ava DuVernay, regista anche del film Selma: la strada per la libertà.

La serie è stata distribuita dalla piattaforma Netflix e affronta un fatto di cronaca realmente accaduto in America nel 1989, noto come: Il caso della jogger di Central Park. La serie ripercorre fedelmente le vicende dei Cinque ragazzi di Central Park, giovani condannati ingiustamente per lo stupro di una donna che stava facendo jogging nel parco newyorchese (poi ripresasi dal coma e avviatasi a un lungo percorso di recupero fisico e psicologico).

Dopo svariati anni, nel 2002 il vero colpevole del reato si fece avanti e i cinque ragazzi, ormai diventati adulti, furono risarciti nel 2014.

Quando ci vedono


When They See Us  è una miniserie che accende un faro luminoso lì dove è più scomodo guardare, nell’ombra dove è più sconveniente e complicato porre l’attenzione. La serie chiede allo spettatore una riflessione su quegli argomenti di cui si evita di parlare, poiché si credono superati o molto distanti dal nostro quotidiano. Purtroppo non è così: la discriminazione razziale, la violenza fisica, il maltrattamento da parte di coloro che dovrebbero rappresentare la legge, la gogna dei media e la mentalità discriminatoria sono temi ancora caldi e che ci riguardano tutti, uno ad uno. Non possiamo più far finta che non sia così. E infatti è proprio alla luce dei recenti fatti che si stanno verificando oltreoceano, e di ciò che continuamente succede a danno delle persone di colore anche nel nostro paese, che si avverte il bisogno di toccare questi punti scomodi, di alzare la voce e di informarsi.

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When They See Us è una storia che va conosciuta. È come un pugno dritto allo stomaco, qualcosa che apre gli occhi, lascia senza parole e con un nodo in gola. Lo spettatore, guardando la serie, rimane sbigottito e inerme davanti alle ingiustizie consumate da chi dovrebbe rappresentare l’integrità morale del paese. Con il titolo When They See Us, Ava DuVernay si chiede cosa succede quando tutti vedono, tutti parlano, tutti osservano, ma nessuno sembra notare la verità delle cose. E cosa vede il mondo intero quando pone gli occhi sugli Stati Uniti? Terra di grandi ambizioni e fondata sulla grande promessa dell’inclusione di diverse etnie sotto un’unica bandiera. Bandiera che nel manifesto ufficiale della serie viene posta a mo’ di coperta, andando a celare i volti dei cinque ragazzi, oscurando la verità e la loro storia, lasciando loro e ciò che rappresentano ai margini.

«Ci mentiranno, ci rinchiuderanno e ci uccideranno»

When They See US

Andando nello specifico, When They See Us tratta di quattro ragazzi di colore e di un ragazzo di origini ispaniche condannati ingiustamente per lo stupro di una donna bianca di 28 anni. Condannati solo perché stavano a Central Park con i loro amici a passare una serata tranquilla fuori dal loro quartiere. Condannati per il colore della loro pelle e per i pregiudizi che si portavano addosso. Condannati per ciò che gli altri vedevano e avevano sempre visto in loro. «Ci hanno mai trattato diversamente?» è una citazione della serie che sembra calzare a pennello.

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I cinque furono processati e ritenuti colpevoli nonostante la totale mancanza di prove concrete della loro colpevolezza e tramite l’occultamento di altre prove, che ne dimostravano l’innocenza. La condanna avvenne a seguito di un lungo e straziante processo farsa che mise a dura prova i cinque ragazzi e le rispettive famiglie. Durante le udienze in tribunale, i giovani vennero accusati e trattati come mostri, facendo leva su alcuni preconcetti come la tendenza all’aggressività e «l’agire in branco» per convincere il giudice della loro colpevolezza.

«Vorrei che qualcuno lo trattasse come un essere umano»

Quattro dei cinque ragazzi erano minorenni e uno, Kevin Richardson (Asante Blackk/Justin Cunningham), aveva solo 14 anni all’epoca dei fatti: era un bambino. Un bambino vittima dei pregiudizi. Un bambino accusato di essere un violentatore.


L’unico maggiorenne tra loro (secondo la legge americana) aveva soltanto 16 anni e si chiama Korey Wise (Jharrel Jerome). Korey si era recato in commissariato solo per accompagnare il suo amico Yussef Salaam (Ethan Herisse/Chris Chalk), convocato ingiustamente come sospettato del reato. Il ragazzo venne coinvolto nei fatti, pur essendo lì per pura casualità e, a seguito di minacce e percosse, fu costretto a confessare lo stupro. Dopo il processo che lo dichiarò colpevole, fu mandato in un penitenziario per adulti e non in riformatorio come gli altri. Lì subì le violenze più atroci, ma trovò anche una guardia che lo aiutò e che gli stette vicino in uno dei momenti più bui, avendo il coraggio e la sensibilità di «trattarlo come un essere umano», di più: come un figlio.  

«Ci sono sfumature razziali che anche la cieca signora giustizia può vedere»

When They See Us
Jharrel Jerome nei panni di Korey Wise in una scena della serie tv

Il caso della jogger di Central Park fece subito scalpore a livello mediatico e, per cercare presto un colpevole “facile”, coloro che si occuparono del caso decisero di percorrere la strada più semplice: quella del pregiudizio. When They See Us denuncia come ci fu una vera e propria costruzione dei colpevoli. I cinque ragazzi vennero incastrati dalla polizia, che li interrogò in condizioni disumane: senza cibo né acqua e senza lasciarli riposare per circa un giorno e mezzo. Tutto ciò senza la presenza di un tutore.

I giovani furono spinti ad accusarsi a vicenda senza che nemmeno si conoscessero tra loro. I poliziotti riuscirono a fare ciò promettendo che sarebbero tornati a casa, facendo così leva sui sentimenti di fragilità e paura; emozioni di cui stavano facendo esperienza, mentre erano rinchiusi in un’aula d’interrogatorio con estranei che dicevano loro “hai il diritto di rimanere in silenzio”, ma che non lo intendevano veramente e facevano pressione per il contrario.

Tutto fu costruito, tutto fu tirato fuori con l’arma della violenza sia fisica, sia psicologica. Ciò che fa rabbrividire chi guarda è proprio come i cinque vengano condannati senza nessuna prova, se non le registrazioni dei bambini stessi, e di come in tribunale la loro immagine venga plasmata e si veda di loro solo ciò che si volle vedere.


In When They See Us, la scena in cui i ragazzi vengono dichiarati colpevoli è una delle più potenti in assoluto, poiché mostra i loro visi disperati, le urla strazianti dei genitori e di chi li amava. Questo momento lancinante è accompagnato da alcuni flashback degli ultimi ricordi felici prima dell’ingiustizia, ricordi in cui i cinque vengono mostrati come bambini, che scherzano con il padre o con la sorella, che sognano, sperano e amano; ricordi avvolti da un calore umano e da una palpabile patina di felicità e speranza. Quando invece si torna nel freddo e ostile tribunale, sul volto dei ragazzi ci sono lacrime, disperazione e consapevolezza che la vita non sarà mai più la stessa.

Donald Trump e il ruolo dei media

When They See US
Pagina del NYT comprata da Trump dopo l’accaduto

In When They See Us, molte volte viene citata la giustizia e la frase che fa venire la pelle d’oca è quella pronunciata dall’avvocato della vittima dell’aggressione: «Non si tratta più di giustizia, ma di politica. E la politica è sopravvivenza». In questo contesto, ciò che è “giusto” sembra essere cercare a tutti i costi un colpevole di ciò che è accaduto, per non deludere l’opinione pubblica. E così i cinque ragazzi vengono demonizzati. Tale azione viene compiuta principalmente dai media e all’interno del tribunale. E così la gogna mediatica fa il suo dovere e sono in molti a parlare, a dare opinioni e giudizi. Primo tra tutti l’attuale presidente Donald Trump, allora noto miliardario, che dopo l’esplosione del fatto di cronaca comprò un titolo in prima pagina del New York Times che cita «Ristabilite la pena di morte, riportate indietro la nostra polizia». Trump rilasciò anche un’intervista per la CNN dove l’intervistatore, a seguito della visione della pagina di giornale acquistata sul NYT, gli chiese se non stesse ragionando nell’ottica del pre-giudizio. Trump rispose che nel caso i ragazzi fossero stati riconosciuti colpevoli, avrebbero dovuto essere «executed». Una parola dalle mille sfumature, ma che di fondo si potrebbe tradurre con “giustiziati” o “condannati a morte”.

«Abbiamo bisogno che una di queste merdine dia un senso a tutto questo»

Oltre al miliardario americano, ora a capo della Nazione, altre testate giornalistiche diffusero la notizia calcando sulla vicenda con termini forti e razzisti: «la preda del branco di lupi»; la «gang di vagabondi»; «selvatici». Si può dire che i media abbiano ucciso l’immagine dei cinque ragazzi, etichettandoli e aggredendoli, dicendo cose false sul loro conto a cuor leggero, senza nessun fondamento provato di verità. I giornali hanno superato la giustizia, hanno corso più veloce.

Cosa vede chi guarda veramente?

When They See Us

When They See Us è una potente denuncia. Ava DuVernay non si smentisce e dà vita a contenuti forti che impongono uno schieramento, una netta presa di posizione contro le ingiustizie del nostro tempo. La regista urla a gran voce la necessità di far conoscere queste storie, di ascoltarle, assimilarle e capirle.

When They See Us è un’occasione per vedere le cose chiaramente. Questa serie, oltre a lasciarci un grande amaro in bocca, ci lascia però anche un messaggio di profonda speranza. Il dovere di fare qualcosa è nelle nostre mani adesso, è nostro il potere di conoscere, comprendere e cambiare il futuro, scardinando pregiudizi e iniziando a far sentire la nostra voce. Voce che si oppone al modo in cui le cose stanno andando: alla mentalità e ai comportamenti razzisti. Comportamenti che rispecchiano una piccola parte, che continuerà tuttavia ad essere enorme e ad avere un peso finché ognuno di noi non farà sentire la propria di voce.

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La conoscenza è alla base del cambiamento ed il silenzio è complice di chi commette ingiustizie. Urlare e protestare serve, è il nostro modo per costruire una strada verso un mondo diverso. La vita di tutti conta, ma non potrà essere così finché non si lotterà per la vita delle persone di colore e di tutti coloro che vengono ancora considerati inferiori e marginali.


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Giulia Maglione

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