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Woody Allen

Cosa ha detto Woody Allen a che tempo che fa

Ospite alla trasmissione, Woody Allen si è raccontato nella sua semplice genialità

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10 minuti di lettura

Mentre le sale italiane proiettano il suo ultimo film, Rifkin’s Festival, Woody Allen si concede a Fazio. In prima serata su Rai3, a rifocillare lo spessore degli invitati internazionali di Che tempo che fa – nel 2021 c’è già stato Barack Obama -, ecco Woody Allen. Via Zoom, ovviamente. Anche se la tecnologia non è la sua, e infatti “il computer non è mio non so cosa devo fare”, esordisce.

Parla da New York, dove vive da sempre. “La mia tana, il mio pensatoio: dove mi vengono le mie idee malsane”. Verso di sé non ha mai parole gentili. Anzi, come già tentato nella recente autobiografia, coglie l’occasione per ripetere ancora una volta come lui non sia un intellettuale. “Tutti si sbagliano perché porto questi occhialiafferma – in genere la gente pensa che io mi sia fatto fuori gli occhi leggendo. Semplicemente me li sono consumati guardando il basket e il baseball. Anzi, mi hanno buttato fuori da scuola. Marinavo sempre, mi hanno buttato fuori quando avevo appena iniziato. Non ho mai letto tanto, diciamo che so abbastanza cose intellettuali per riuscire a portare fuori una signora intellettuale che mi piace.”

A riprova del suo rifiuto intellettuale ricorda l’infanzia, quando fu cacciato da scuola perché preferiva girare la sua amata Manhattan. È in quegli anni che scopre le strade, i luoghi, i sapori che abiteranno un cinema proteso alla città. “Mi hanno buttato fuori scuola perché ho sempre avuto bruttissimi voti e di fatto marinavo spesso. Quando mi avvicinavo a scuola mi chiedevo vado o non vado, poi le porte della metropolitana si chiudeva e quindi nulla. Poi andavo a Manhattan, guardavo i ristoranti, giravo per le strade, andavo al cinema. In quel periodo c’erano un sacco di cinema in giro per Manhattan. Poi si sono resi conto che c’era sempre una sedia vuota in classe. Mi hanno chiamato e mi hanno detto che non volevano vedermi mai più”

Sugli anni che passano

Grande spazio è dedicato all’anzianità, tra i temi centrali anche del suo ultimo film. La vita di Allen è cambiata. Ora, come Robert De Niro in C’era una volta in America, va a letto presto ogni sera. “Non guardo la tv di notte, ma non per motivi specifici. Di solito io esco la sera per cena e quando torno sono più o meno le 11. Guardo lo sport, il baseball, o il campionato di basket e vado a dormire.”

In realtà, è da tempo che oltre un certo orario non può che andare a letto. E infatti non ha mai visto il terzo atto di un’opera: “se il Metropolitan organizzasse una serata di soli terzi atti ci andrei subito”. Ma, nonostante tutto, sostiene di possedere “una mentalità fanciullesca e immatura”. Anzi, afferma: “Non sono mai maturato in modo importante. Sono sempre stato uno sbandato.

Rifkin’s Festival? “Guardatelo in sala”

Di Rifkin’s Festival si dice soddisfatto, fatto raro per un 85enne con una filmografia che tocca le cinquanta opere ma, a detta sua, senza nessun capolavoro. “Mi sono divertito tantissimo facendo il film, ho lavorato in collaborazione con Vittorio Storaro, quel meraviglioso direttore della fotografia che conoscete. Abbiamo ricreato situazioni stilistiche, scene che risalgono alle opere dei grandi maestri europei. È dedicato ai grandi eroi della cinematografia, i grandi cineasti europei che hanno avuto un’influenza incredibile sul cinema mondiale”.

Wallace Shawn, che in Rifkin’s Festival interpreta l’annoiato Mort, l’ha lanciato proprio Allen con Manhattan. “Ho lavorato con Wallie quattro volte. Davvero un grande attore. Impersona benissimo le cose che io faccio. Wallie è un intellettuale vero, con una preparazione fantastica. Viene da una famiglia molto intellettuale. Davvero dipinge il tipo di personaggio che io amo descrivere.”

La riuscita di un film di Allen ha sempre un che di genialità e fortuna. Perché lui non prova nulla, né dentro né fuori dal set: “Voglio tutto spontaneo, in diretta. Se qualcosa non va bene, magari c’è il rumore di un treno che passa, lo lascio. Do molto valore alla spontaneità del momento.”

Spontaneo, ma non reale. “Io preferisco qualsiasi cosa alla realtà: non sono mai stato un grande fan della realtà. Il suo cinismo esistenzialista riaffiora naturale:

“Ho la sensazione che la realtà sia un brutto affare, le situazioni reali non sono mai belle. Preferisco ciò che accade sullo schermo. Cose che non sono reali sono decisamente più piacevoli della realtà”

Fellini, l’Italia e il doppiaggio che lo rese “Più capace a recitare”

Di Allen, Storaro disse che è come Fellini. Perché “tutti i suoi film sono un Amarcord”. Allen però ha una ammissione: “Quando ho iniziato la mia carriera cinematografica non riuscivo ad apprezzare Fellini, preferivo Bergman o Truffaut, poi con il passare degli anni mi sono reso conto di quanto sorprendente fosse e che tipo di genio lui fosse.”

Del futuro, invece, si disinteressa. “Una volta morto chi se ne frega di cosa mi succede”. Il cinema è presente, anche se con un po’ malinconico. La sua fama internazionale l’attribuisce al gusto europeo, ma soprattutto all’incredibile lavoro di riadattamento. In un’epoca che lo vuole fuori scena, il doppiaggio riceve la gratitudine di Allen.

“Oreste Lionello che mi ha doppiato, attore meraviglioso, mi ha fatto sembrare meglio di quanto sono. Tutti mi hanno chiesto come mai i miei film andassero così bene negli altri paesi, probabilmente perché hanno guadagnato grazie alla traduzione. In Italia, Oreste Lionello mi ha reso divertente, mi ha reso un migliore attore; gli sono molto grato”

3 ragioni per vivere

Alla domanda di Fazio, consueta a conclusione di un’intervista della trasmissione, Allen risponde il baseball. Distrazione forse, ma la risposta è da intellettuale (anche se siamo sicuri negherebbe).

“Togliendo mia moglie e i miei figli? Una cosa importantissimo per me è la musica, non sarei riuscito ad apprezzare la mia vita senza la musica, il cinema poi, importantissimo per me, ha forgiato la mia vita. Pensi che avevo un amico che ha avuto l’idea di citare in giudizio Hollywood perché i film hanno rovinato la vita di tutti creando un mondo alternativo nel quale le persone possono rifugiarsi. E infine l’altro sesso, io credo che senza queste tre cose non vivrei. Se il mondo fosse fatto di maschi sarebbe l’inferno ideale.”

Il suo sogno di una vita è però il Jazz. Tra il cinema e la musica, obbligato a scegliere, tentenna ma non troppo: “Vorrei avere molto talento. Mi piacerebbe essere un grande pianista jazz. Se fossi dotato di talento vorrei davvero essere un grande pianista Jazz.”

Più difficile, è scegliere tra le donne e il Jazz.

“Be sì è molto difficile sa, pensare di riuscire a stare bene al mondo senza l’altro sesso. Sono un motivo importantissimo di vivere, le donne. Nella mia vita le donne sono state importantissime, mi hanno sempre confortato. Ho sempre pensato un grande regalo scherzare con loro, parlare con loro. Per me sarebbe davvero l’inferno senza di loro”


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Alessandro Cavaggioni

Studente DAMS classe 1998. Innamorato del Cinema, di Bologna e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Teorie e Filosofie del Cinema come sogno di carriera, Critico come speranza di una vita. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.

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