Woody Allen non ha niente da raccontare (e va bene così)

Si chiama A proposito di niente l’autobiografia dello «scrittore, regista, attore» Woody Allen. E mai titolo fu più adeguato. Il Signor Allen, all’età di 84 anni, si siede davanti alla sua Olympia metallica e batte 276 pagine di niente. Nessuna rivelazione o grande verità. Solo nevrosi, traumi, ammissioni e difese.

Woody Allen autobiografia

Un coacervo di contraddizioni e disordini che sono i pensieri di una vita tutto sommato cauta, vissuta quasi sempre nel perimetro di Central Park e disturbata solo da accuse le cui risposte riempiono (e appesantiscono) un libro altrimenti placido. Nessuna “New York Babilonia” tra il memoir di Allen, il quale si sceneggia come l’estraneo di una città che lui ama osservare, ma sempre alla dovuta distanza («sono una persona da evitare ai party»). Il primo degli obiettivi di queste memorie sembra anzitutto cercare di staccarsi dall’ombra “del primo Allen”, con cui spesso viene confuso secondo lo «stesso errore di cui una volta si lamentò Marlon Brando». Lui non è il filosofo, il genio, il pensatore con cui nel tempo è stato appellato. Ma soprattutto, lui non è un intellettuale. «Lo vedete dai film che ho fatto: alcuni sono divertenti, ma nessuna delle mie idee sarà mai la base di una nuova religione».

Eppure, tra le pagine di un magnifico nulla, giustificato solo dalla scrittura piacevole e dal nome del suo autore, Allen (al secolo Allan Stewart Konigsberg) tradisce un certo autocompiacimento per tutto ciò. Non smentisce le biografie, i documentari, i paper accademici che su di lui hanno costruito una mitologia, semmai li corregge. «Non ci sono stati traumi nella mia vita», afferma nel tentativo di depistare quella che è consapevole potrebbe essere una ricerca freudiana verso le fonti di leggendari traumi, e continua: «la mia è stata un’infanzia felice».
Eppure, non può che interrogarsi sul perché di se stesso. «Non sarei dovuto diventare quello che sono diventato».

Woody Allen autobiografia

Cosa si impara di Allen da un libro del genere? Quasi nulla, perché il nulla cerca di convincerci essere ciò che lo importa. Ama Soon-yi, e con lei chiude il libro, così come racconta chiudere le proprie giornate. «Quando finalmente si spengono le luci», racconta in maniera non dissimile da quanto fatto per i primi ricordi in sala («quando si spengono le luci…»), «la abbraccio e mi addormento con un sorriso».

Gli appassionati di cinema infatti potrebbero rimanere delusi, perché dopo una prima parte più attenta al suo esordio sul grande schermo, accelera per arrivare con grande fretta al ’93, parlando di Ombre e Nebbia per parlare del caso Farrow. Quest’ultimo il centro che grava sul libro. Non è interessante, non è rivelatore, non serve a nulla. Serve a Woody probabilmente, per togliersi di dosso in un’unica tranches di dichiarazioni quello che negli anni gli è stato estorto e riprodotto secondo un disegno a lui avverso.

Si sente tutta la sua paura di essere frainteso, di non essere ascoltato. Come se il libro fosse il suo tribunale, porta testimonianze, prove, affermazioni del figlio Moses e della moglie Soon-yi. A un certo punto si premura persino che il lettore non abbia comprato il libro solo per questo, anche se viene da pensare che sia lui invece ad averlo scritto per questo. Verso il movimento metoo spende parole buone per gli intenti, ma attacca i modi e l’assenza di analisi. Le chiama le «talebane del metoo» e siccome la casa editrice Hachette ha bloccato la pubblicazione del suo libro in Francia, Amazon ha troncato il contratto sulla base di polemiche e l’America non ha distribuito il suo ultimo film (vietando in alcune Università di discutere la sua filmografia) sembra sin troppo comprensivo. D’altronde per lui nulla ha senso, dunque tutto ciò è solo acqua al suo mulino nichilista.

Woody Allen autobiografia

Del cinema parla principalmente da spettatore. Un cinefilo, prima che un cineasta. Spende parole d’adorazione per ogni attore o attrice che abbia mai lavorato con lui. Emma Stone? Una delle migliori attrici, Penelope Cruz? Attrice dal talento complicato, «la creatura più sexy sulla faccia della terra». Di Scarlett Johansson avete quasi sicuramente già letto su altri giornali, ma sì, ha proprio detto «sessualmente radioattiva».

A contrario di quanto divulgato da tabloid e giornaletti negli ultimi giorni, Allen scagiona persino Thimothée Chalamet, reo di essersi pentito di aver lavorato in A rainy day in New York per non giocarsi la partita degli Oscar: «in ogni caso non rimpiango di avere lavorato con lui».

Splendide invece le pagine dedicate a Diane Keaton (Hall), che come tutte le donne della sua vita (praticamente tutte quelle che su cui abbia mai posato lo sguardo) sono dee a cui lui deve tutto. D’altronde lui non è un intellettuale (così dice), perché niente di ciò che ha fatto è stato per il piacere di una scoperta diversa da quella del mondo femminile.

Non ci sono capitoli, non ci sono divisioni. Allen segue un filo personale scandito da fatti irrilevanti o aneddotici, come fosse una lunga giustificazione d’esistenza.

Woody Allen autobiografia

I primi anni a Brooklyn sono raccontati con una passione impressionista. «La mia vita cambiò» afferma ripercorrendo il primo incontro con Manhattan. Spicchi sempre più grandi della Grande Mela, il primo dei suoi amori, seguito dalle storie di gangster e supereroi. «Mickey Spillane l’unico poeta che fossi in grado di citare», e poi, ovviamente i film. Inizia a 5 anni la sua relazione con il cinema, grazie a Rita, la cugina che come nessun altro «ebbe un’influenza altrettanto significativa» nella sua vita. Di quelle prime volte in sala ricorda lo schermo d’argento che «faceva venire l’acquolina in bocca al cuore» e su cui vedeva tutto, seppur privilegiando le «champagne comedies». Si ha la sensazione che donne e cinema siano stati le sue uniche bussole. Tutto quello che poteva aiutarlo a uscire con quelle ragazze «capelli lunghi e lisci, dolcevita neri, gonne e collant» entrava nel suo radar, lo divorava e lo rimpastava come fosse un intellettuale. Mentre quell’immagine da newyorkese sofisticato da fifth avenue altro non sarebbe che la risposta matura ai desideri suscitati in gioventù dai film di «attici dove dall’ascensore si entrava direttamente nell’appartamento e uomini raffinati pronunciavano dialoghi spiritosi flirtando con donne bellissime».

Woody Allen autobiografia

Dopo anni di interviste in cui Allen sostenne il primato dello Sport sul Cinema, ci si trova davanti un’autobiografia che ignora Baseball, Basket e compagnia, esaltando invece il grande schermo come luogo di fuga. Paragonabile solo al Jazz. Forse è un contentino ai cinefili che speravano in dettagliati segreti tecnici e che invece si trovano davanti le incertezze di un uomo che a 84 anni continua a ignorare «il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto» per privilegiare «la bara piena».

Stratagemma o meno, il cinema come esperienza e strumento di sopravvivenza domina su pagine in cui Allen sembra il più classico degli appassionati. Non cita quasi nessun regista successivo alla New Hollywood (se non per sottolinearne la superiorità rispetto a lui), mentre tra sceneggiatori, registi e attori è la Hollywood Classica a vincere su tutto. «Quando mi chiedono quale personaggio dei miei film mi assomiglia di più, dico sempre di dare un’occhiata a Cecilia nella Rosa purpurea del Cairo». In sala o in salotto, Woody sta ancora aspettando che un qualsiasi attore della Golden Age gli rivolga la parola.

Woody Allen autobiografia

Quando si accorge di divagare, di aprire incisi su maestre di scuola o scappatelle a Manhattan, Allen si ricorda del lettore e inizia lunghe liste di film piaciuti, libri odiati, registi adorati. Il punto per lui è sempre sottolineare di non sapere. «Rimarreste allibiti nel sapere tutto quello che non so, non ho letto e non ho visto». Tra questi l’Ulisse di Joyce, il Don Chisciotte, Lolita, 1984, Virginia Wolf, Dickens, il navigatore di Keaton (a cui preferisce Chaplin, ma non quello de Il Grande Dittatore). Poi interrompe la lista, riprende il punto: «non lo dico per snobismo: sto parlando della mia ignoranza e del fatto che un paio di occhiali non bastano a rendere colta una persona, e tanto meno intellettuale».

Dei registi non sceglie i film di punta, e di Lubitsch e Hitchcock ignora Vogliamo vivere! e Vertigo, mentre per i musical riserva un grande amore. Al cinema dunque anche le colpe del disincanto, per un mondo magnifico promesso dai film di Fred Astaire, i quali però «non erano documentari». Perché comunque «siamo solo un incidente nell’universo. E neanche il prodotto di un’intelligenza benevola, ma solo l’opera di un imbranato».

Woody Allen autobiografia

Per le donne della sua vita dedica fiumi di parole, sottolineando come (nonostante tutto) non avrebbe appreso nulla senza di loro. Della prima moglie ricorda la filosofia che imparava mentre lei studiava al college, «anche se non posso dire di avere davvero colto la differenza tra essere in sé e essere di per sé». E continua, non senza la malinconia del ricordo, «capivo però che essere in un matrimonio infelice era una gran brutta cosa, sia che scrivessimo essere con la minuscola o la maiuscola».

Non mancano ovviamente le cene da Elaine’s, ristorante legato alla fauna artistica di Manhattan, in cui Allen trascorse quasi tutte le cene della sua vita incontrando Fellini, Kennedy, Tennessee Williams, Antonioni, Michael Caine e Polanski. La lista è infinita, e Allen elenca come un bambino che racconta alla mamma quante meraviglie ha visto al circo. Ricorda le lunghe chiacchierate con Antonioni e quella telefonata inaspettata da parte di Fellini, «immaginate me al telefono con un genio del cinema, alla fine gli promisi di andare a trovarlo la volta che sarei passato da Roma, quando successe era già morto: forse temeva che dicessi sul serio».

Woody Allen autobiografia

Verso la fine prende una china più malinconica, soprattutto per quel cinema a cui lui è sopravvissuto, ma molti no. «Se ne sono andati tutti», afferma come se l’autobiografia gli fosse servita a realizzare proprio questo, «Truffaut, Antonioni, De Sica, Kazan, il mondo è cambiato e tutti quelli su cui volevo fare colpo sono svaniti nel nulla che pare aspetti tutti noi».

Un tram chiamato desiderio, dramma e film, l’opera d’arte della sua vita. Mentre tra i film da lui girati tiene nel cuore Pallottole su Broadway, nonostante alla critica non sia piaciuto, cosa con cui fa pace parafrasando Sartre: «l’inferno sono i gusti degli altri». Non ha rimorsi per le sue ultime pellicole, anzi, ricorda i viaggi per l’Europa con grande gioia e afferma che La Ruota delle Meraviglie sia il suo miglior film.

Woody Allen autobiografia

Quando torna sulle vecchie accuse riportate a galla negli ultimi anni sembra stanco di parlarne quanto il suo lettore di leggerne. Poi tira dritto, raccogliendo i frammenti di una vita di cui non si dice interessato, ma per cui a tratti tradisce una certa soddisfazione. Il suo rimpianto più grande? «Non aver mai girato un capolavoro».

Woody Allen autobiografia

A proposito di niente aggiunge poco all’Allen conosciuto nel giro di 60 anni di carriera. Il piacere della lettura risiede soprattutto nella assimilazione di una New York quanto mai suggestiva, nella fauna che l’abita(va) e in qualche frase ad effetto. C’è in questa autobiografia tutta la chiarezza frenetica e squisitamente folle che caratterizza Woody Allen, e con cui a volte unisce finzione filmica e realtà vissuta (secondo un meccanismo abbastanza felliniano) per un puro bisogno di intrattenere se stesso. Tanto poi la morte è peggio del «pollo al ristorante Tretskij».

Non ne risulta la più inaspettata delle vite, nessuna grande avventura (tranne forse quella volta in cui credette di essere a casa di Polanski quando invece si trovava nella dimora di un altro Roman, russo ricco alquanto misterioso) e tra le biografie dei miti di Hollywood è forse la più piacevolmente appartata. D’altronde però il suo centro non è Sunset Boulevard, bensì la Fifth Avenue. E quanto a ciò che verrà (e gli succederà) non «è assolutamente rilevante», come tutto.


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Alessandro Cavaggioni

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