«Yesterday», la musica dei Beatles e qualcosa di più

Bohemian Rhapsody, Rocket Man, Summer. Il cinema degli ultimi anni ama la musica del secolo scorso. Né musical né profondi biopic, questi progetti encomiastici costruiscono consensi sulla conferma dell’amore che lo spettatore riserva per le canzoni riproposte. Dunque tutti amano i Queen, e tutti hanno inevitabilmente amato risentirli con i potenti impianti stereo delle più moderne sale cinematografiche. Anche quando queste reazioni erano indipendenti dal vero valore del film. Un cinema-conferma, in cui il proprio sentimento per un dato artista viene corroborato ed esaltato; un cinema-mezzo, in cui l’immagine è solo la conduttrice, la scusa per (ri)vivere un passato musicale.

In questo panorama si inserisce anche Yesterday, di Danny Boyle; una commedia romantica con dinamiche conosciute e dibattute, nobilitata dalla colonna sonora dei The Beatles, ma non asservita ad essa. A differenza dei titoli precedentemente citati e di un altro film con al centro le musiche e le vicende della nota band inglese, Nowhere boy, Yesterday non è un biopic che guarda al passato. Si rivela invece una storia (paradossale) sull’oggi, sull’attuale condizione discografica se questa mettesse mano ora, per la prima volta, sui testi del duo McCartney-Lennon.

La trama

Al centro della vicenda troviamo un ragazzo qualunque, Jack Malik (Himesh Patel), cantautore senza successo di Lowestoft, Inghilterra. Lo vediamo suonare per le feste dei bambini, lungo i porti, nelle più lontane e meno frequentate tende dei grandi festival. Uno dei tanti sognatori a cui la vita sembra chiedere di svegliarsi. I genitori, gli amici, tutti attendono che lui torni ad insegnare, e che dunque abbandoni il desiderio di suonare. Solo Ellie (Lily James), amica da sempre e manager, lo prega di non smettere, di credere nella propria musica e di andare avanti. Jack però sembra non volerle dare ascolto, ricordandole – in un passaggio con cui Boyle sembra ironizzare sul suo stesso film – che «siamo in una storiella, e siamo alla fine» . Ci vorrebbe un miracolo, viene ripetuto più volte, un incontro fortuito, oppure proprio una magia. E magia sia. Jack viene investito da un furgone e risvegliatosi in una stanza d’ospedale scopre di essere l’unica persona al mondo a conoscere i Beatles. Anzi, che i Beatles non sono mai esistiti e che lui è l’unico a conoscere le loro canzoni, la loro storia. Googla il nome della band e gli compare uno scarafaggio. Digita i titoli delle canzoni e il motore di ricerca dà errore. Suona Yesterday per gli amici e loro impazziscono. «Ma cos’era? Bellissima!» . Nessuno ricorda nulla.

Ecco però il dilemma: accettare o no il successo ottenuto facendo passare per sue le canzoni della Band pop più rivoluzionaria di tutti i tempi?

Yesterday

Diventare famosi con l’inganno?

La risposta varia a seconda di come viene posta la domanda, e Boyle è intelligente nel cambiare spesso punto di vista per stuzzicare lo spettatore. Come in ogni What if si sta infatti chiedendo a chi osserva «cosa faresti tu se…?» e nel frattempo gli si complica la visione rendendo sempre meno appetibile il mondo raggiunto con l’imbroglio. Un po’ come la storia del genio e dei tre desideri, Yesterday è il racconto di un sogno realizzato nel modo sbagliato, e ci ricorda che l’ideologia del con qualunque mezzo è l’imbroglio più grande della modernità. Durante la visione potrebbe venire in mente una nota affermazione dell’attore Jim Carrey, il quale in un’intervista si augurò che tutti potessero «diventare ricchi e famosi e fare tutto ciò che hanno sempre sognato così da capire che non è quella la risposta» . Niente di nuovo dal punto di vista dell’alternativa ideologica, così come privo di originalità è il percorso che Boyle propone come risoluzione dell’imbroglio. È infatti l’amore a divenire accentratore della vicenda e presto Boyle sembra suggerire che se non si può essere se stessi nella carriera, lo si può essere nella coppia.

L’amore e la realtà discografica

Il rapporto tra Jack e Ellie si divora appunto il film, togliendo spazio al tentato abbozzo della condizione moderna della realtà discografica contemporanea e ad altri temi concomitanti. Lo spunto di un mondo senza Beatles solleva infatti molteplici problematiche, che il film però non sviluppa e lascia ricadere nello stereotipo di dialoghi ben poco all’altezza delle premesse ed un finale più moralista del previsto.

A tal proposito è doveroso sottolineare come il doppiaggio italiano non aiuti alla fruizione del film, spesso costruito su dialoghi che sono citazioni letterali di canzoni. La stessa scoperta da parte di Jack dell’inesistenza dei The Beatles avviene nel momento in cui, citando il pezzo When I’m Sixty-Four, nessuno reagisce. Questo ovviamente è un problema che riguarda gli spettatori italiani (un problema che più volte viene dibattuto e che in questi casi si manifesta lampante), ma al di là di ciò permangono dialoghi spesso posticci e privi di mordente, dove a perderci è la caratterizzazione dei personaggi più interessanti. Tra questi la Manager americana, Debra Hammer, interpretata con capacità parodistica da una brava Kate McKinnon; il vero diavolo di un mondo discografico più simile ad un inferno. La proposta che pone a Jack durante il loro primo incontro ha di fatto la forma di un patto faustiano, in cui decidere di «bere dal calice della fama» significa vendere se stessi per diventare qualcuno, o ancor meglio qualcosa («tu sei un prodotto»).

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Un tema che, non senza una certa ipocrisia, sembra sempre interessare ad Hollywood. Anche nel recente A Star is Born, interpretato da Lady Gaga, si parlava di artista-prodotto, ma è divertente in Yesterday come ciò che viene svenduto, rimaneggiato, ricomposto, siano le canzoni (dimenticate da tutti) di mostri sacri della musica.

Il mondo di oggi sembra infatti apprezzare i Beatles di ieri, seppur con qualche modifica. Hey Jude ad esempio suona male, «meglio Hey Dude» consiglia Ed Sheeran (qui comicamente nei panni di se stesso), mentre il White Album crea problemi di uguaglianza, «troppo bianco» . Fa ridere (più che altro sorridere), per quanto sia un po’ intellettualmente disonesto il fatto che non si accenni mai a come siano stati i Beatles stessi a dar vita a quel rapporto, oramai indissolubile, tra immagine, spettacolo e musica. In parole povere la Pop music. Probabilmente però è perché siamo comunque nella sfera dell’encomio in cui i film precedentemente citati sguazzavano.

Yesterday

I Beatles in secondo piano

Visti i risultati al botteghino di Bohemian Rhapsody (in Italia tra i 20 film più visti di sempre), Yesterday nasce come potenziale successo di pubblico garantito dalla colonna sonora. Eppure Boyle, ed è corretto riconoscerglielo in un film tutt’altro che perfetto, tenta di non lasciare ai Beatles il risultato del film, provando in ogni modo a dare un’impronta autoriale nella regia e nella fotografia. Assieme a Christopher Ross, direttore della fotografia, inanella una serie di inquadrature sempre più virtuosistiche, piegate in dutch angle e dunque ribaltate come il mondo che mostrano. In aiuto un montaggio sincopato che non lascia tregua allo spettatore e che lo trasporta senza paura di ellissi da un continente all’altro. Proprio come in Summer, recente biopic musicale dedicato ai Leto, nota rock band russa, scritte e testi su schermo si sovrappongono in un tentativo di rendere fresco (forse giovanile?) il film, ma la cui resa, minore rispetto alla pellicola russa, si scontra con una CGI che a volte lascia a desiderare anche sulle cose più semplici e di contorno.

Yesterday

Se ne esce nell’insieme rintronati, e per quanto scontate possano essere le scene legate al rapporto tra Jack ed Ellie (vero obiettivo del film) sono tra le più piacevoli da seguire. La ragione per cui però siano queste stesse a rimescolare il film nel déjà-vu più classico è probabilmente rinvenibile in un’intervista rilasciata da Boyle per il The Indipendent. In questa ha avuto modo di affermare che se si svegliasse in un mondo in cui i più famosi e importanti film del passato non sono mai stati girati, ma di cui lui ricorda tutto, non si farebbe problemi a dirigerli facendoli passare per suoi. «Non esiterei» . Dunque lui è di posizione opposta rispetto al film che dirige, ed è forse per questo che ad un certo punto sembra preferire evitare di continuare la riflessione per spostarsi sull’amore. Tema più semplice, universale e di facile appeal.

Resta dunque ancora un sogno il film coraggioso e dissacrante che affronti di petto le musiche che sfrutta e i temi che accenna. Nell’attesa però Yesterday non è il peggio che il genere propone.

Alessandro Cavaggioni

Studente DAMS classe 1998. Innamorato del Cinema, di Bologna e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Teorie e Filosofie del Cinema come sogno di carriera, Critico come speranza di una vita. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.
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