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Una scena di You Hurt My Feelings

You Hurt My Feelings, piccole bugie e drammi borghesi

5 minuti di lettura

Equivoci, bugie bianche, riflessioni sulle relazioni, l’aspirazione, il confine tra stima e amore, vivere a New York. Questi sono gli elementi che You Hurt My Feelings (uscito in Italia con il titolo di A dire il vero) di Nicole Holofcener, dovrebbe avere al proprio centro. Ma la commedia della regista statunitense non approfondisce a dovere le dinamiche relazionali che la attraversano: il risultato è un film senza grandi slanci, e la semplicità che potrebbe essere il suo punto di forza tradisce una generale mancanza di ispirazione.

You Hurt My Feelings, ritratto della borghesia newyorkese

Una scena di You Hurt My Feelings

You Hurt My Feelings racconta il mènage familiare di Beth (Julia Louis-Dreyfus), scrittrice di successo alle prese con il suo primo lavoro di fiction, suo marito Don (Tobias Menzies), psicanalista, e il figlio ventenne Eliot, desideroso di seguire le orme della madre nel campo della scrittura. L’idillico equilibrio famigliare si incrina quando Beth sente per caso una conversazione del marito mentre rivela di non aver apprezzato il suo romanzo. Da questa scoperta inizierà un percorso di messa in discussione da parte di Beth, che si interrogherà su cosa significhi essere un’artista, su qual è il confine tra essere confortanti ed essere onesti e sulle complessità delle relazioni.

You Hurt My Feelings si pone all’interno della tradizione composta dai film di Woody Allen e di Nora Ephron. Il legame con Allen è particolarmente forte, in quanto Holofcener ha iniziato la sua carriera lavorando come assistente di produzione sul set di Una commedia sexy in una notte di mezza estate e come assistente montatrice in Hannah e le sue sorelle.

Anche i film precedenti di Holofcener, come Please Give e Friends with Money, sono caratterizzati da temi e atmosfere simili a quelle dei suoi illustri antecedenti: relazioni semplici rese complessa dall’incapacità di comunicare, personaggi in crisi cronica, alienazione quotidiana che traspare da dialoghi dall’ironia brillante e tagliente. Il tutto in una New York centro del mondo ma sempre più affaticata sotto il peso del suo stesso prestigio. Holofcener in You Hurt My Feelings preserva alcuni elementi: la sceneggiatura ha dei momenti comici molto riusciti e la performance di Louis-Dreyfus nei panni dell’autrice in crisi creativa (e non) risulta convincente e restituisce la nevrocità intrisa di ironia e autocommiserazione tipica del genere.

You Hurt My Feelings, dove sono i sentimenti?

Una scena di You Hurt My Feelings

Ma la New York di Holofcener sembra una parodia di sé stessa: i personaggi ne attraversano a malapena le strade, e quelle poche volte in cui li vediamo al di fuori dei loro costosi appartamenti minimalisti, la città è un luogo urbano anonimo, fagocitato dall’omologazione e dalla gentrificazione i cui frammenti che ci è permesso intravedere fanno da sfondo ai piccoli drammi borghesi dei loro protagonisti.

Drammi borghesi che forse hanno esaurito la loro potenzialità narrativa. La stessa dinamica tra Beth e Don nasce da un pretesto che aveva la potenzialità di squarciare la scena e di mostrare le tensioni sotterranee alla dinamica di coppia: ma il disvelamento della “bugia a fin di bene” di Don non porta né a un conflitto autentico, né a un punto di rottura.

Anche la possibile riconciliazione avviene attraverso un’ulteriore messa in scena che non richiede a nessuno dei due di mettersi davvero in una posizione di vulnerabilità. You Hurt My Feelings parla proprio di sentimenti feriti, ma nessun sentimento sincero, privato di ogni sovrastruttura, viene davvero messo in scena. Tutto rimane in superficie, anche quando sembra voler indagare in profondità.

I fiumi di parole che regolano le relazioni tra i personaggi e strabordano anche dove dovrebbe esserci il silenzio sono veicoli di idee artificiali, postulati su come dovrebbero funzionare le relazioni, vacue enunciazioni di piccoli orgogli feriti. La borghesia e la classe intellettuale rappresentate in You Hurt My Feelings cercano di fare ammenda, di fare autocritica e di capire i propri errori: ma persino questo nobile esercizio finisce per risultare performativo e autoassolutorio.


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Classe 1999, una delle tante fuorisede in terra sabauda. Riguardo periodicamente "Matrimonio all'italiana" e il mio cuore è diviso tra Godard e Varda. Studio al CAM e scrivo frammenti sparsi in giro per il mondo.

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