In No Paradise If You are Killed by a Woman, Vyan marcia nel fronte a Mosul.

Venezia 83 – No Paradise If You are Killed by a Woman, la libertà al di sopra di tutto

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7 minuti di lettura

No Paradise If You are Killed by a Woman di Halkawt Mustafa, presentato Fuori concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia, porta porta sul grande schermo del Lido la resistenza curda attraverso la storia della ricerca disperata di una combattente delle forze armate dei Peshmerga.

No Paradise If You are Killed by a Woman, un personale racconto di guerra

Mosul, 2016. Nel cuore del conflitto tra la Regione del Kurdistan e lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, comunemente noto come ISIS, la protagonista di No Paradise If You are Killed by a Woman è Vyan, una cecchina militante tra i Peshmerga, la milizia curda nella regione, il cui nome significa “coloro che stanno prima della morte”.

La famiglia di Vyan era emigrata in Norvegia, dove ha vissuto per circa 12 anni, quando lei era poco più che adolescente. Durante un soggiorno nella Regione del Kurdistan, luogo d’origine della famiglia, al fine di mostrare quei territori alla sorella Helin, l’ISIS prende il controllo della città, compiendo atrocità di ogni genere, tra cui l’omicidio dei genitori delle sorelle. Vyan e Helin vengono divise: entrambe prigioniere dello Stato Islamico, sono vendute come schiave sessuali ai militari dell’ISIS.

Vyan riesce a fuggire e trova rifugio tra le donne combattenti dei Peshmerga. Dopo anni di militanza, scopre che sua sorella è ancora viva, prigioniera dello “svedese”, un cecchino dello Stato Islamico di stanza a Mosul. La sua battaglia si fa ancora più personale e decide di andare al fronte, tra le strade di Mosul, per cercare di salvare la sorella Helin.

In No Paradise If You are Killed by a Woman, Vyan guarda la devastazione della guerra.

No Paradise If You are Killed by a Woman, il contesto geopolitico del film

No Paradise If You are Killed by a Woman porta lo spettatore nel vivo di uno dei molteplici conflitti armati che hanno visto l’Iraq come principale campo di battaglia tra il 2013 e il 2018.

Il Kurdistan in Iraq ottiene l’autonomia da Baghdad poco dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, con l’entrata in vigore della nuova costituzione irachena nel 2005. Segue un periodo segnato da continue turbolenze geopolitiche, finché nel 2011 il mondo assiste alla formazione, in Siria e in Iraq, di nuove forze di insurrezione jihadista con l’obiettivo di creare un emirato islamico transazionale tra i due Paesi, e che successivamente confluiranno nell’ISIS. I conflitti proseguono finché nel 2014 – anno in cui è ambientato No Paradise If You are Killed by a Woman – lo Stato Islamico conquista Mosul, seconda città irachena, dove proclama la nascita ufficiale del califfato.

Da quel momento, l’espansione armata dell’ISIS si spinge fino alla Regione del Kurdistan, dove la popolazione curda e le minoranze yazida e turcomanna sono costrette alla fuga. Chi non riesce a fuggire è vittima di persecuzioni e sterminio. Il genocidio degli yazidi resta uno dei capitoli più atroci di quel periodo: l’ISIS ha giustiziato migliaia di uomini yazidi, arruolato i bambini nel proprio esercito e ridotto le le donne in schiavitù sessuale. Questa è la situazione geopolitica in cui si muove Vyan, la protagonista di No Paradise If You are Killed by a Woman.

No Paradise If You are Killed by a Woman, la resistenza delle donne curde

Il regista Halkawt Mustafa e gli attori Avan Jamal e Thorbjørn Harr sul red carpet di Venezia per la prima di No Paradise If You are Killed by a Woman.
RED CARPET – NO PARADISE IF YOU ARE KILLED BY A WOMAN – Thorbjørn Harr, Avan Jamal and Halkawt Mustafa (Ph. Aleksander Kalka – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)

Nel raccontare questa vicenda, il regista Halkawt Mustafa mette in scena ciò che ha vissuto negli anni in cui ha lavorato come fotografo di guerra nelle zone curde colpite dal conflitto. La protagonista di No Paradise If You are Killed by a Woman si ispira in particolare a una cecchina curda incontrata dal regista nel settembre 2014, proprio durante il lavoro sul campo. Ne scaturisce uno sguardo interno, vicino alle combattenti che il regista ha avuto modo di conoscere e osservare in azione; uno sguardo che non nasconde le difficoltà della guerra dietro la spettacolarizzazione cinematografica, come spesso accade in film dello stesso genere.

L’esperienza come fotografo di guerra – racconta Halkawt Mustafa – è stata fondamentale durante le riprese di No Paradise If You are Killed by a Woman, poiché il regista conosceva intimamente le zone di guerra e il comportamento consono per la sicurezza della troupe, a cui ha chiesto uno sforzo di fiducia enorme, in particolare per le coreografie dei movimenti di Avan Jamal, l’attrice protagonista. Il regista, infatti, alterna sapientemente l’azione pura a momenti più lenti, capaci di costruire la tensione – come il piano sequenza iniziale – o di restituire l’attesa infinita di un conflitto in cui il nemico sembra un fantasma.

Vyan non è un caso isolato: nei Peshmerga sono numerose le donne che scelgono attivamente di combattere sapendo di poter morire in qualsiasi momento, perché per loro la libertà vale più della propria sopravvivenza. In No Paradise If You are Killed by a Woman la morte è ovunque. Vyan presta la sua voce al regista, dicendo alla sorella che la morte riempie di significato la vita: le stesse parole che Halkawt Mustafa avrebbe voluto dire alla sua di famiglia, mentre fotografava le atrocità della guerra senza garanzia di uscirne indenne. È proprio attraverso il confronto costante con la fine — la propria e quella altrui — che la vita acquisisce finalmente un senso.


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Classe 1997, laureata in lingue, traduttrice appassionata di cinema. Quando non sono alle prese con un testo o con un film, sto probabilmente cercando di salvare il mondo in qualche videogioco.

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