Happy Holidays (Yin’ad ‘Aliku, espressione di un augurio arabo che si rivolge in occasione delle festività) è uscito in Italia il 3 luglio 2025, distribuito da Fandango.
Girato a partire dal 2020, e concluso prima del 7 ottobre 2023, è una coproduzione palestinese, tedesca, francese e italiana ed è stato presentato lo scorso anno a Venezia, dove ha vinto il premio Orizzonti per la migliore sceneggiatura.
Happy Holidays non è e non vuole essere un film in senso stretto “politico”. Ma è senza dubbio un film che affronta senza ipocrisie i condizionamenti sociali e culturali nelle relazioni tra le persone. E che ci offre una riflessione su e per la libertà.
Sul rapporto tra libertà e strutture di potere: familiari, etniche, politiche, religiose.
Happy Holidays, il secondo lungometraggio di Iskandar Qubti

Il regista Iskandar Qubti è nato cinquanta anni fa a Jaffa, città portuale della Palestina, già nota agli antichi egizi quattromila anni fa, più volte menzionata nella Bibbia, contesa nei secoli successivi da regni ebraici, generali romani, imperi arabi e crociati cristiani. Oggi è parte del distretto della città israeliana di Tel Aviv.
Qubti è un regista palestinese, arabo-israeliano. Vive tra Abu Dhabi e Doha, capitali di due piccole ma sempre più ricche e influenti monarchie del Golfo, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, ma da bambino e adolescente è cresciuto in Israele, parte di quella minoranza etnica araba, particolarmente numerosa a Jaffa, che è anche protagonista del suo Happy Holidays.
Gli arabi-israeliani rappresentano circa il 20% della popolazione e da anni documentano crescenti discriminazioni culturali, economiche, lavorative e politiche.
Solo poche settimane fa la maggioranza della Knesset (il Parlamento israeliano) ha votato per l’espulsione di un deputato arabo, Ayman Odeh, colpevole di aver scritto su X: “Sono felice per il rilascio degli ostaggi (israeliani) e dei prigionieri (palestinesi). Ora dobbiamo liberare entrambi i popoli dal giogo dell’occupazione. Perché siamo tutti nati liberi”.
Un regista palestinese ha la responsabilità di resistere
Nel 2010 Qubti ha vinto la Caméra d’or a Cannes per la sua opera prima, Ajami (il nome di un quartiere di Jaffa), con cui ha anche rappresentato Israele agli Oscar, nominato per il miglior film straniero.
In un’intervista rilasciata recentemente a Vanity Fair, in occasione dell’uscita nelle sale italiane di Happy Holidays, ha detto: “Non posso permettermi di fare un film sulla mia crisi di mezza età. Mi piacerebbe, ma non posso. Un regista palestinese ha la responsabilità di resistere. Tutti i nostri film, in un modo o nell’altro, parlano di Palestina”.
E ancora: “Noi palestinesi siamo più liberi di chiunque altro al mondo: non fisicamente, ma nello spirito. Lo ha detto anche Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, è stata sanzionata dagli Stati Uniti per aver denunciato il legame tra i poteri economici, le grandi corporazioni e il modo in cui stanno traendo vantaggio finanziario dal genocidio. Ma questa verità non può più essere nascosta. E sono fiducioso: le giovani generazioni non si nutrono più delle grandi reti mediatiche, costruiscono le proprie narrazioni. Forse da lì nascerà il cambiamento”.
Lo sguardo di una famiglia araba in Israele

Dalle parole di Qubti si capisce perché sarebbe impossibile guardare un film come Happy Holidays senza considerare ciò che accade ogni giorno in Palestina, nei territori occupati e nella stessa Israele.
E nelle immagini sullo schermo, girate prima dell’ottobre 2023, sono molti gli elementi che in parte spiegano anche ciò che sta avvenendo.
La narrazione si muove per intero in Israele, con lo sguardo di una famiglia araba, benestante ma travolta da una grave difficoltà finanziaria, la cui figlia minore, Fifi, si divide tra il contesto familiare di Haifa e la vita universitaria fuori sede a Gerusalemme, mentre il figlio, Rami, si confronta con la gravidanza di Shirley, la sua ragazza ebrea.
Seguendo le loro vicende, tra momenti conviviali a tavola e messaggi scambiati in caratteri arabi o ebraici, coglieremo un accenno, potenziale, della pluralità di una società che è, e non può che essere, multietnica.
Attraverso i diversi punti di vista dei protagonisti, in Happy Holidays Qubti cerca di tratteggiare, nell’evolversi della vita quotidiana, la presenza pervasiva, tangibile e opprimente di quelle strutture di dominio che plasmano le relazioni e la vita delle persone.
E sceglie di farlo con attori non professionisti, girando interamente in ordine cronologico, riprendendo anche le improvvisazioni e lasciando un tono documentaristico al risultato finale del montaggio.
Consentendoci così, mentre si susseguono le immagini sullo schermo, una riflessione sulle libertà e, in particolare, su quella negata ai corpi delle donne, che in forme diverse diventano, in tutti i capitoli di Happy Holidays, terreno di scontro ideologico da parte di chi vuole imporre con la coercizione una volontà esterna.
Il potere si esercita sul corpo delle donne
Così la sessualità della giovane Fifi, disvelata attraverso una scheda sanitaria ottenuta, suo malgrado, dalla madre e dal fidanzato medico, irrompe come pietra dello scandalo.
Nella dinamica familiare, e nelle relazioni comunitarie di riferimento, l’emancipazione da norme sociali e culturali costruite su antichi rapporti di potere, diventa una colpa, una sofferenza, nella disperazione della madre che imputa alla figlia la perdita di reputazione e status della famiglia.
Allo stesso modo, la scelta di portare avanti una gravidanza frutto di un rapporto con un ragazzo arabo, diventa per una donna ebrea motivo di pressioni da parte di chi vuole imporle di abortire, in nome di una supremazia “demografica” da difendere.
Siamo nel passaggio più doloroso, e violento, di Happy Holidays, dove la ricerca illusoria di una comprensione e protezione familiare diventa il viatico per forzare, con l’inganno, da parte di un’associazione fanatica ed estremista, un aborto non voluto.
Potrebbe apparire un eccesso, ma Happy Holidays disvela, anche in questo caso, un elemento di realtà, se è vero che oggi in Israele la crescita demografica della comunità ultraortodossa è un fatto rilevante nel dibattito pubblico e che gli stessi haredim puntano a sopravanzare, entro la metà del secolo, la popolazione di etnia araba nel paese.
Una società educata alla guerra

Anche la realtà della militarizzazione della società viene fatta emergere, attraverso l’efficace racconto della vita di tutti i giorni, in moltissime scene di Happy Holidays.
Con le sue spaventose contraddizioni. Così possiamo vedere Fifi, in un nido d’infanzia, aiutare le educatrici e con in braccio i bambini mentre viene fatta loro imparare e recitare la potenza ancestrale di Israele, pronta ad abbattere ogni nemico.
Vediamo le esercitazioni nelle scuole, che insegnano come raggiungere i rifugi quando suonano le sirene che avvertono di un attacco missilistico.
E, di nuovo, troviamo giovani corpi irregimentati e privati della propria autodeterminazione. Seguiamo le vicende di una studentessa, nipote di Shirley, che, all’avvicinarsi del compimento dei diciotto anni, cerca di liberarsi dal servizio militare obbligatorio, facendo anche emergere come, attraverso internet, si consolidino reti di disobbedienza tra chi non vuole farsi arruolare in una guerra che non ritiene la propria.
Attraverso un espediente che a qualcuno ricorderà il noto comma 22, si delinea la realtà tragica di una condizione esistenziale in cui la guerra, l’esercizio della sopraffazione con la forza e la violenza, è la normalità, e di cosa questo possa significare nel dibattito pubblico, nei rapporti familiari, per la salute mentale di ognuna e ognuno. E forse è proprio qui, per riprendere le sue parole “nelle giovani generazioni che costruiscono le proprie narrazioni”, che Qubti sceglie, con Happy Holidays, in una finzione estremamente realistica, di non rinunciare ad avere fiducia nel futuro.
Happy Holidays e la determinazione di un cambiamento possibile

Gli ultimi fotogrammi di Happy Holidays scorrono durante la ricorrenza dello Yom HaZikaron, la giornata che in Israele è dedicata, ogni anno, a ricordare i caduti delle guerre che il paese ha intrapreso o in cui è stato coinvolto successivamente alla dichiarazione di indipendenza del 1948.
Alle venti il suono di una sirena segna l’inizio delle celebrazioni, risuonando per un minuto mentre tutte le persone si fermano, anche per strada, e rimangono in silenzio.
Ed è proprio con questo sfondo, con una rottura simbolica della fissità di quel momento, che diventa uno scarto dall’accettazione di una realtà, sociale e familiare, incardinata sul dominio e la violenza, che il finale del film ci consegnerà, nel movimento, nel volto e nello sguardo di Fifi, la fiducia in un cambiamento possibile.
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