Una scena di Gioia Mia di Margherita Spampinato

Gioia Mia, un’estate siciliana tra ricordi e spensieratezza

8 minuti di lettura

Opera prima della regista Margherita Spampinato, Gioia mia è stato presentato al 78° Festival di Locarno nella sezione Cineasti del Presente, dove ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria – Cine+ e il Pardo per la migliore interpretazione di Aurora Quattrocchi.
Il film racconta l’incontro tra Nico (Marco Fiore), preadolescente abituato a crescere nella modernità digitale di Milano, alle prese con il distacco emotivo dalla babysitter e dall’infanzia, e Gela (Aurora Quattrocchi), zia siciliana, “signorina”, che custodisce i segreti della sua vita tra le mura e le tradizioni di un antico palazzo a pochi passi dal mare.

La Sicilia è protagonista di Gioia Mia

Una scena corale di Gioia Mia di Margherita Spampinato, dove gli adulti sono seduti insieme ai bambini sotto gli ombrelloni, accanto al mare

La Sicilia, il piccolo paese, il palazzo e il cortile interno in cui si svolgono tutte le vicende del film, non sono solo uno sfondo. Diventano parte integrante del racconto, presupposto necessario perché l’incontro e lo scontro tra questi due mondi così superficialmente distanti possa evolvere in qualcosa di diverso.
Non a caso Gioia mia inizia e finisce con il mare. Dal racconto tenero e malinconico del rumore del vento e delle onde nella prima scena, fino ai tuffi e agli schizzi tra le onde, che celebrano l’estate e il ritorno della vita e dell’amore.

Per la regista, l’ambientazione di Gioia mia è anche una nota autobiografica, attraverso cui ha scelto di recuperare il ricordo delle estati dell’infanzia trascorse in Sicilia dalle anziane zie: è uno stratificato e preciso accostamento di oggetti, suoni e profumi – le partite a carte all’ombra delle persiane e delle tapparelle abbassate al sole, i pigiami di seta per il pisolino dopo pranzo, i dolci per dimenticare il mal d’amore, i tarocchi e gli “spiriti”, le foto in bianco e nero, i primi baci e le madonnine appese alle pareti.

Una tessitura di rituali, religiosi, mistici e arcaicamente popolari, che preservano un mondo in cui c’è ancora spazio per le storie. Per raccontarle, ascoltarle, tramandarle.
E che in Gioia Mia è reso ancora più affascinante e credibile dai colori e dalle luci che restituiscono sullo schermo i volti e i luoghi che Nico esplora, dal suo punto di vista di bambino, alla scoperta di una nuova dimensione così lontana dalla metropoli milanese.

Gioia Mia è un film che parla di tempo e di storie

Una scena di Gioia Mia di Margherita Spampinato dove i due bambini protagonisti giocano a carte su un tavolo da pranzo, seduti di fronte.

Nel 1959, nel suo reportage dalla Sicilia, Pier Paolo Pasolini scriveva che “Pur con degli splendidi scorci e sfilate di strade di un barocco che pare di carne, delle cattedrali d’una ricchezza inaudita e quasi indigesta queste città non sono belle: sembrano sempre appena ricostruite da un terremoto, da un maremoto, tutto è provvisorio, cadente, miserabile, incompleto. E allora non so dire in cosa consista l’incanto: dovrei viverci degli anni.”

Ecco, è difficile descrivere con certezza quali ingredienti compongano l’incanto che avvolge progressivamente Gioia mia. Ma senza dubbio è decisivo lo sguardo di Pampinato, al suo esordio alla regia dopo anni di lavoro come segretaria di edizione con, tra gli altri, Franco Battiato, Sergio Castellitto e Marco Bellocchio.
La regista e sceneggiatrice parte da una contrapposizione tra due solitudini che possono apparire stereotipate (il giovane con lo smartphone e l’anziana solitaria) e disvela via via nello scorrere del film un tocco leggerissimo, tenero e malinconico, che restituisce a pieno le sensazioni e l’emotività di ricordi custoditi in una scatola sopra l’armadio così come di nuove esperienze inaspettate.

Fino all’entrata in scena di Rosa (Martina Ziami), una ragazzina che condivide i pomeriggi con i coetanei, tutti maschi, sfidandoli ad affrontare i fantasmi del palazzo. E con cui il giovane protagonista Nico attraversa le sensazioni elettrizzanti della scoperta di un’intesa sconosciuta, della spensieratezza e delle avventure di estati irripetibili.

Gioia mia è, dunque, anche un film sul tempo e le sue storie. Sull’importanza di raccontarle e che ci sia qualcuno ad ascoltare.
Il palazzo con le sue case apparentemente disabitate, la brezza che scuote le tende alle finestre, il cortile interno dove le anziane chiacchierano e giocano a carte, i bambini che giocano a pallone e mosca cieca diventa la rappresentazione di Pampinato di una Sicilia dove il tempo può ancora essere lento e ci si può soffermare a sentirlo scorrere.
Dove le consuetudini e l’attesa non sono tempo perso, e la cura trova sempre un suo spazio in una dimensione popolare e condivisa.

Gioia mia è un incontro che elabora il dolore

Nico accompagna la vecchia Zia lungo il tragitto per il mare, con ombrelloni e sdraio in una scena da Gioia Mia di Margherita Spampinato

Non si tratta di assecondare un arcaismo o la sua romanticizzazione. Al contrario, le feroci contraddizioni di questa rappresentazione emergono nei dettagli: dall’evocazione della crisi climatica, con il dramma della siccità e della mancanza d’acqua, fino alla vita solitaria da reclusa di un’anziana appena autosufficiente, che nel palazzo tutti sentono, ma nessuno vede.

È interessante notare come il rapporto con il tempo sia uno degli aspetti più significativi ad emergere dalla narrazione di Gioia Mia.
Nella sua estate siciliana, Nico non scopre solo una diversa dimensione di vita, ma anche un pezzo delle sue radici, capisce che la sua esistenza non riguarda solo il presente e il futuro, si percepisce “figlio” di una storia familiare, di luoghi, amori, lutti, che Gela aveva seppellito in una scatola e che solo adesso possono essere raccontati.

Per ricordarci che anche un bambino può soffrire per amore. Che un’anziana “signorina” può nascondere per decenni il lutto di un amore negato e della separazione. Che non ci si abitua al dolore.
Ma che, dal corridoio in chiaroscuro di una casa passata attraverso epoche e generazioni, quando ci si incontra davvero e ci si riconosce, si può sempre tornare alla vita e al mare.


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Classe 1992, toscano, giornalista pubblicista. Studi di economia a Bologna, lavoro nel mondo del terzo settore. Appassionato di storie, di come nascono e di quello che diventano, di cosa raccontano e di come possono essere rappresentate, montate e interpretate.

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