Perché ricordare «Nebraska», oggi

Con il sostegno della memoria cerchiamo di sfruttare al meglio il tempo fornito dalla claustrofobica situazione che stiamo vivendo con il ricordo di una pellicola che rispecchia, in modo indiretto e pregresso, alcuni temi del nostro presente: Nebraska di Alexander Payne.

Nebraska

Bianco e nero senza vie di mezzo

«Non ci sono più le mezze stagioni» direbbe chiunque si fosse accorto che l’inverno appena passato ha lasciato spazio ad un inconsueto caldo primaverile. Chi dà la colpa al cambiamento climatico non ha di certo tutti i torti, ma la verità, così come suggerisce il famoso luogo comune, sta forse nel mezzo. Benché queste parole non si siano mai rivelate propriamente veritiere, mai come oggi sembrano sprigionare il loro profondo significato. Anche quest’anno la primavera è arrivata. Le giornate si fanno sempre più lunghe e soleggiate ma noi, con lo sguardo afflitto per un futuro incerto ed un amaro in bocca non indotto dal pesce d’aprile, vaghiamo di stanza in stanza alla ricerca di un passatempo, lasciando che il tempo agisca indisturbato sotto i nostri occhi ormai disinteressati.

Un po’ come Woody Grant, anziano protagonista di Nebraska, che, malgrado la sua incurabile testardaggine, cerca in tutti i modi un appiglio per valorizzare al meglio quel forzato ma abituale senso di clausura, inevitabilmente alleviato dalla compagnia del figlio David e della moglie Kate. A fare da collante tra questo western moderno e i recenti avvenimenti sono senza dubbio il rapporto sentimentale e il dislivello generazionale tra padri e figli che, mai come prima, siamo portati a livellare. La somiglianza tra le due età pare trovare unione sotto l’unico tetto disponibile, avvicinandosi il più possibile alla nostra realtà, nella quale tendiamo ad assomigliare a dei vecchi rachitici seduti sul divano, imbronciati, burberi e spesso annoiati ma sempre pronti a sostenerci e compensarci a vicenda.

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Nebraska

L’evasione musicale di «Nebraska»

Se per noi le stagioni si sono dimezzate con l’allentarsi del tempo, quelle di Nebraska sembrano aver fatto altrettanto, riducendosi ad un’unica e dilatata atmosfera tipica delle opere monocromatiche di Thomas Hart Benton. Una sviolinata qui, una strimpellata qua, la colonna sonora composta da Mark Orton ed eseguita dai Tin Hat Trio accompagna, con qualche melanconico accenno, la famiglia Grant lungo il sentiero di 750 miglia che costeggia le vallate steinbeckiane del Montana verso la città di Lincoln, Nebraska. Paradossalmente, le note evolute del trio alternative country trovano un piacevole spazio tra le sonate orchestrali, principalmente duetti, tipiche della musica da camera.

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Sostituendoci abilmente alla nostra rubrica Audio Visioni, ci teniamo a consigliare caldamente questa insolita musica da camera che, senza troppa ironia, sembra calzare a pennello con la quarantena che siamo costretti a scontare. La musica è da sempre stata un’ottima compagna di viaggio, soprattutto se il viaggio che siamo disposti ad affrontare è principalmente mentale, in questo caso la colonna sonora di Nebraska può essere l’alleato ideale per sconfiggere la percezione serrata di questa emergenza che ci auguriamo finisca il prima possibile.

Il potere evocativo di «Nebraska»

Come già anticipato, l’articolo fonda le sue considerazioni sul ricordo di un film che, date le circostanze, non abbiamo avuto la possibilità di rivedere. Ma a volte anche un ricordo può bastare, purché sia sincero e vivido. Con questo vogliamo sottolineare, come sempre, l’importanza del cinema nelle nostre vite e come questo continui, seppur trasversalmente, a colmare la nostra voglia di scrivere e riflettere, senza obbligarci a fare fagotto e muoverci verso altri lidi di dubbio valore, rimanendo fedeli alla passione che instancabilmente continua ad accompagnarci in questo meraviglioso viaggio.


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Edoardo Rimoldi