Eklipse (Manuel Wetscher, 2026)

Venezia 83 – Eklipse, la paura che oscura l’innocenza

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9 minuti di lettura

Una spensierata estate in montagna, lo scorrere dell’acqua sulle rocce, i campanelli delle mucche e le risate di due bambini. Il sole che si oscura e un segreto che viene alla luce: arriva in concorso nella sezione Orizzonti dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia Eklipse di Manuel Wetscher.

Eklipse, quando il candore dell’infanzia si sporca

Tomy (Moritz Hohlrieder) e il suo migliore amico Chris (Finley Brown) trascorrono l’estate del 1999 in una malga alpina. Aiutano lo zio di Tomy con la mungitura, costruiscono una diga ed esplorano la natura che li circonda. Mentre i due ragazzi scoprono nuovi mondi, la madre di Tomy decide di continuare a nascondere al figlio il vero motivo per cui suo padre si trova in ospedale. Quando Chris scopre che il padre di Tomy è ricoverato per quella che viene definita «la malattia dei gay», si spaventa. Tomy si ritrova così, all’improvviso, a fare i conti con il rifiuto e con il silenzio della propria famiglia.

Eklipse (Manuel Wetscher, 2026)
PHOTOCALL- EKLIPSE – Moritz Holhrieder, Manuel Wetscher, Lisa Schützenberger, Finlay Brown (ph. Aleksander Kalka – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)

Eklipse è un progetto estremamente personale per il regista Manuel Wetscher: suo padre morì infatti di sarcoma di Kaposi, un cancro causato dall’AIDS, nei primi anni Novanta, e lui ne venne a conoscenza solo anni più tardi, per la decisione della sua famiglia di proteggerlo dal rischio di venire discriminato. Il film nasce dunque da una ferita autobiografica, ma Wetscher evita di trasformare il proprio passato in una semplice ricostruzione memoriale: ciò che gli interessa è invece indagare il meccanismo attraverso cui il silenzio, anche quando nasce dal desiderio di proteggere qualcuno, finisce inevitabilmente per lasciare uno spazio vuoto che può essere occupato dalla paura.

In Eklipse la bugia con le migliori intenzioni possibili oscura la verità proprio come la luna fa con il sole, ma è allo stesso modo temporanea: una volta passata, la luce fa strada all’ignoranza che si è insinuata nelle vite di due bambini completamente ignari. Il titolo assume così un significato che va ben oltre l’immagine astronomica: l’eclissi è quella della conoscenza, temporaneamente nascosta, ma anche quella dell’innocenza di Tomy, che per la prima volta vede il proprio piccolo universo attraversato da qualcosa che non riesce ancora a comprendere.

L’innocenza di un’estate spensierata viene spezzata dal serpeggiare del pregiudizio, simbolo di come la paura e certi stigmi sociali possano infiltrarsi a qualunque livello ben prima di venire persino compresi. È forse proprio questo l’aspetto più doloroso di Eklipse: il pregiudizio non ha bisogno di essere razionalizzato per produrre i propri effetti, ma può essere assorbito, ripetuto e trasmesso anche da chi non possiede gli strumenti per comprenderlo.

Eklipse (Manuel Wetscher, 2026)

Chris non sa assolutamente nulla della «malattia dei gay», eppure arriva a usarla per sbeffeggiare il proprio amico pur di integrarsi con ragazzi più grandi. In quel gesto infantile si manifesta qualcosa di profondamente adulto: la necessità di appartenere a un gruppo e la facilità con cui, per ottenere quell’appartenenza, si può trasformare qualcun altro in un diverso da temere. Wetscher osserva questo passaggio senza fare di Chris un antagonista e senza attribuire ai bambini una consapevolezza che non potrebbero avere. È proprio la loro inconsapevolezza, anzi, a rendere ancora più amara la situazione: le parole degli adulti penetrano nel loro mondo prima ancora che possano capirle.

La malattia aleggia sulla storia, come una spada di Damocle invisibile ma terrificante, senza però mai entrare realmente in scena attraverso vittime o effetti. È una presenza costruita attraverso le reazioni che provoca, attraverso il non detto e l’immaginato. Eklipse non è quindi una storia sull’AIDS, ma su come paura e pregiudizio possano allontanare anche le anime più pure per eccellenza, quelle dei bambini. La malattia resta fuori campo, mentre al centro dell’inquadratura finiscono le sue conseguenze sociali: l’esclusione, il sospetto, la vergogna e soprattutto la solitudine.

I tanti silenzi e i grandi spazi di Eklipse

L’idilliaca fattoria in montagna diventa perciò un microcosmo, riflesso di quelle convenzioni che si ripetono nella vita di tutti i giorni. Lontano dalla città e apparentemente anche dalle sue tensioni sociali, il mondo in cui Tomy e Chris trascorrono l’estate non è affatto impermeabile a ciò che accade al di fuori. Il pregiudizio riesce ad arrivare persino lì, in mezzo ai pascoli e ai boschi, dimostrando quanto profondamente sia radicato nel tessuto della società.

I lunghi silenzi del bosco, in cui lo spettatore stesso osserva quietamente, sono gli stessi della famiglia di Tomy riguardo alla verità, o del mondo stesso che tace di fronte alla paura della malattia: quel silenzio che finisce per insinuarsi tra i due amici fino a poco prima inseparabili. Wetscher lascia che siano gli sguardi, le distanze e i piccoli gesti a raccontare ciò che i personaggi non riescono a esprimere a parole: il non detto diventa così parte integrante del linguaggio del film.

Eklipse (Manuel Wetscher, 2026)
RED CARPET – EKLIPSE – Film Delegation and Alberto Barbera (Ph. Andrea Avezzù – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)

Wetscher prende per mano delicatamente lo spettatore e lo conduce tra le valli e i prati, in un ambiente che diventa esso stesso protagonista della storia. La montagna, terra di conquista estiva di Tomy e Chris, si staglia vasta e a portata di mano, così aperta da contrastare la gabbia di non detto in cui è inconsapevolmente chiuso Tomy. Più lo spazio intorno al bambino appare sconfinato, più sembra restringersi quello emotivo nel quale gli è consentito muoversi.

Il rapporto fra visibile e invisibile, tra verità e menzogna, tra sole e luna si fa così sempre più dominante, mentre il dolore del bambino aumenta, abbandonato dall’amico con cui stava scoprendo il proprio mondo. L’eclissi evocata dal titolo trova allora il suo corrispettivo più intimo proprio in Tomy: per un momento qualcosa si frappone tra lui e quella luce con cui aveva guardato il mondo fino a quel momento, il quale si apre ad una nuova dimensione di vergogna e discriminazione.

Dietro una storia legata a un momento storico preciso, gli anni in cui l’AIDS continuava a portare con sé un enorme stigma sociale, si nasconde in Eklipse un racconto sul momento in cui l’infanzia incontra per la prima volta i pregiudizi degli adulti. Tomy non perde semplicemente un’estate spensierata: scopre che le persone possono allontanarsi per qualcosa che lui non comprende e che perfino l’amore della propria famiglia può tradursi in un silenzio difficile da decifrare.

La speranza però resta: se l’eclissi è per definizione un fenomeno passeggero, anche il buio che attraversa Tomy non può essere definitivo. All’emergere della verità e della conoscenza, una mano tesa in aiuto e l’abbraccio di una madre diventano il primo passo per riconciliare ciò che si è diviso e per ricominciare a guardarsi con occhi nuovi.


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Classe 2000, marchigiano ma studio Comunicazione all'Università di Padova. Mi piacciono la pallacanestro, i cani e tanto tanto cinema. Oh, e casomai non ci rivedessimo, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

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