15/18 (A place to heal, Cedric Khan, 2026)

Venezia 83 – Lo sguardo pungente sulla fragilità adolescenziale di 15/18 (A Place to Heal)

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7 minuti di lettura

Il tema della salute mentale nei giovani e negli adolescenti è sempre più discusso negli ultimi anni, ma è ancora raro imbattersi in uno sguardo dall’interno senza paternalismi né giudizi. Il regista francese Cédric Kahn (Il caso Goldman, Making Of) punta a questo obiettivo presentando in Concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia il suo 15/18 (A Place to Heal), un duro ma toccante dramma sulla fragilità e sui nuovi inizi.

15/18 (A Place to Heal), reale ma non documentario

Lucia (Malou Khebizi), 17 anni, viene accompagnata dalla polizia nel reparto di psichiatria adolescenziale di un ospedale pubblico, un luogo che conosce fin troppo bene. Una volta tornata nel reparto, ritrova l’amica Eloïse (Zoé Monpart), ricoverata da tempo, e incontra un nuovo gruppo di adolescenti, ognuno alle prese con le proprie difficoltà.

Guidata da Etienne (lo stesso Cédric Khan), l’équipe medica cura e ascolta i ragazzi e incontra le loro famiglie, confrontandosi con la dura realtà delle vite dei propri pazienti mentre cerca di mandare avanti un reparto sovraccarico e a corto di risorse. Tra pazienti e personale sanitario nascono legami fragili, in un delicato equilibrio che lascia intravedere momenti di speranza, possibilità di guarigione e persino qualche risata. Ma un giorno l’arrivo di Enzo (Kenji Peyran), un nuovo e misterioso paziente, minaccia di sconvolgere tutto.

Cédric Khan in uno scatto di Stephanie Cornfield a Venezia 2026.

Kahn ha dichiarato di aver trascorso tre settimane nel reparto psichiatrico adolescenziale di un ospedale di Parigi, mentre la sua co-sceneggiatrice Kahina Le Querrec faceva lo stesso per ben sei mesi in provincia, osservando e annotando con la massima discrezione possibile le sessioni di terapia in famiglia, le attività ricreative di ogni tipo e soprattutto la vita quotidiana dei pazienti, i loro momenti più ordinari. Così la sceneggiatura di 15/18 (A Place to Heal) ha preso lentamente forma: i personaggi dei 12 pazienti e dei 10 membri del personale sono stati plasmati unendo storie e riscrivendo situazioni, in modo da evitare che veri pazienti potessero riconoscervisi e per evitare l’effetto documentario.

I tanti volti di 15/18 (A Place to Heal)

Se sulla carta Lucia è la protagonista, 15/18 è un film estremamente corale: Kahn racconta uno ad uno i giovani pazienti membri del reparto omonimo (interpretati da attori in molti casi alla prima esperienza), dando a ognuno il proprio spazio e la propria riconoscibilità, permettendo così allo spettatore di affezionarvisi e conoscerne le complessità e le gioie. La sezione 15/18 corre costantemente sul filo di un precario equilibrio, in perenne bilico tra i momenti di leggerezza e quelli in cui i traumi individuali vengono alla luce, che spesso rischiano di trasformare l’ambiente intero in una polveriera.

Il lavoro di documentazione di Kahn emerge chiaro proprio nei momenti di dialogo, che colpiscono per accuratezza ed impatto anche chi è meno ferrato sull’argomento. Il regista francese ha identificato quattro livelli principali di comunicazione tra i suoi personaggi, ognuno dei quali scende un po’ più a fondo nel loro animo: i briefing mattutini tra il personale, che cerca la leggerezza di affrontare la giornata; le conversazioni tra gli adolescenti, i loro momenti di spensieratezza e quelli di confessione; le sessioni di terapia tra genitori e figli, ricche di insidie e ad alto tasso emotivo ed infine quelle tra pazienti e dottori, che sono il nucleo del trattamento stesso.

Da questo realismo nasce il grande punto di forza di 15/18 (A Place to Heal): abbiamo modo di esplorare i volti dei personaggi a 360° e di avere a cuore le relazioni e le dinamiche che si vanno a creare. Non ci sono personaggi stereotipati né figurine, ma persone reali, concrete, con vere difficoltà e vere speranze. Kahn non punta all’effetto lacrimuccia né all’emozione forzata: tutto si dispiega in maniera estremamente naturale, spesso anche in maniera dura e senza sconti, ma ciò non lo rende un film triste. Ci sono molti momenti di piccola felicità in 15/18, che sono proprio quelli a cui sovente bisogna aggrapparsi durante le giornate.

15/18 (A Place to Heal), non solo i ragazzi

15/18 (A place to heal, Cedric Khan, 2026)

15/18 (A Place to Heal) sostiene in toto i suoi ragazzi, ma è anche un film di grande tributo a tutto il personale sanitario. Uomini e donne, giovani o esperti, che fanno del proprio meglio con sacrifici e poche risorse mettendo da parte le proprie stesse fragilità, mentre hanno a che fare con pazienti che danno tanta emozione quanto richiedono in termini di cure, attenzioni, pazienza.

Se in 15/18 non c’è giudizio verso i ragazzi o i dottori, un occhio più critico è rivolto invece ai genitori. La comunicazione con i figli è un punto nevralgico di 15/18: fare il genitore è il mestiere più difficile al mondo, ma, consapevoli di ciò, gli sceneggiatori Kahn e Le Querrec mettono soprattutto l’accento sul dialogo spesso fallimentare, aggressivo o inesistente di padri e madri con i protagonisti, l’origine da cui spesso nascono le difficoltà dei figli; la genitorialità tout court è un tema che non manca anche in questa edizione del Festival.

15/18 si perde solamente nell’ultimo atto, quando – dopo quello che è quasi un falso finale – prosegue abbandonando l’ospedale e la vena più realistica per una direzione molto più filmica, che non sarebbe di per sé un difetto, ma che in questo contesto risulta estranea rispetto a quanto visto fino a quel momento. Nonostante ciò, 15/18 (A Place to Heal) si conferma una delle sorprese più piacevoli del Festival di quest’anno, grazie al suo mix corale di realismo, durezza e delicatezza.


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Classe 2000, marchigiano ma studio Comunicazione all'Università di Padova. Mi piacciono la pallacanestro, i cani e tanto tanto cinema. Oh, e casomai non ci rivedessimo, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

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