Casey Affleck approda in Concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia con il suo terzo lungometraggio, Company, in cui riflette sulla potenza delle connessioni umane. Purtroppo, non riesce appieno a instaurarne una con il pubblico, poiché preferisce più la forma al contenuto.
Company, la matriosca di storie
Company è una matrioska di storie umane. Dopo aver bussato alla casa sbagliata, nel 1975 una misteriosa donna di nome Evelyn (Emily Alyn Lind) viene invitata a restare durante una serata privata. Per intrattenere gli ospiti, racconta una storia che dà inizio alla sequenza di racconti che compongono il film. È la storia di Tom (Nick Nolte), un vecchio eremita nel 1953 che trova e accoglie Alice (Caylee Cowan) dentro casa sua. Alice gli chiede di farle compagnia, raccontandogli a sua volta una seconda storia, che trasporta lo spettatore nel 1903: la storia di due coniugi, Emmett (Scoot McNairy) e Rebecca (Adelaide Clemens), che accolgono in casa propria Caleb, un giovane cinico trovato privo di sensi nella neve.

Caleb inizia così a lavorare come aiutante, pattugliando la tenuta poiché la zona è diventata il teatro di strani omicidi: le vittime sono trovate decedute, senza cuore. Con il passare del tempo, i sospetti ricadono sul nuovo arrivato, che viene giudicato come individuo potenzialmente pericoloso. Ma Rebecca vede qualcosa in lui: un’anima persa, sofferente e incapace di lasciarsi alle spalle il risentimento che prova.
Attraverso lunghe conversazioni notturne, i due mettono alla prova i rispettivi punti di vista sull’esistenza umana. Per Caleb, la compassione di Rebecca è inutile in un mondo che non dà nulla, ma toglie soltanto; per Rebecca, invece, l’ossessione di vendetta di Caleb è pericolosa perché potrebbe mettere in moto un circolo vizioso di cui non si riesce a vedere la fine.
Company non riesce a scalfire la superficie
Casey Affleck considera Company come l’ultimo film di una trilogia inaspettata. Se nel suo primo lungometraggio, I’m Still Here (2010) con Joaquin Phoenix, il regista parla di un uomo egoriferito che rifiuta attivamente ogni tipo di amore, e se il secondo, Light of My Life (2019), mostra un altro uomo che darebbe la sua stessa vita per la felicità e il benessere della figlia, in Company Affleck vuole chiudere il cerchio, allontanandosi dalla polarizzazione dei punti di vista presenti nei suoi film precedenti, e affronta una delle domande più complesse dell’esistenza umana: come si dovrebbero affrontare le sofferenze della vita?

Company cerca di rispondere a questa domanda, non riuscendoci completamente. L’impianto narrativo “a matrioska” è un escamotage sfizioso, ma niente di più. Non riesce a restituire la complessità umana delle emozioni dei personaggi coinvolti, in balia degli eventi della loro vita, né delle vicende che racconta, riducendosi a un semplice esercizio di stile, purtroppo sterile alle ambizioni del film.
Il contrasto tra i punti di vista di Caleb e Rebecca è evidente, e le lunghe conversazioni attorno al fuoco ne sono la prova. Però, purtroppo, le diverse visioni dei personaggi rimangono inconciliabili fino alla fine – rea di una svolta soprannaturale forzata e non necessaria –, dove si intuisce un presunto cambiamento in uno dei due. Cambiamento, però, immotivato.
Company scalfisce la superficie di un discorso molto più ampio su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, su come fare ad aggiustare i torti subiti, sul risentimento provato dalle persone coinvolte; ma non scava veramente a fondo. Il film si ferma alla superficie e fa intravedere un barlume della grazia che esiste nell’accettare la sofferenza come parte della vita, riconoscendone l’esistenza senza conferirle il potere totalizzante della vendetta.
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