Il regista Manuel Wetscher durante il photocall di Eklipse a Venezia 83 (ph. Aleksander Kalka - Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
Il regista Manuel Wetscher durante il photocall di Eklipse a Venezia 83 (ph. Aleksander Kalka - Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)

Venezia 83 – Eklipse, l’intervista al regista Manuel Wetscher

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Durante l’83ª Mostra del Cinema di Venezia, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Manuel Wetscher, regista di Eklipse, film austriaco presentato nella sezione Orizzonti, che racconta di un’estate spensierata in cui due bambini (interpretati da Finlay Brown e Moritz Holhrieder) che scoprono le discriminazioni degli adulti. Manuel ci ha parlato del suo rapporto personale con il film, con i due giovani protagonisti e delle varie letture che si possono dare al suo lavoro.

La genesi di Eklipse

NPC – Quanto c’è di Manuel nel film, al di là della vicenda di tuo padre [il padre di Manuel è scomparso di AIDS quando lui aveva sette anni, causa che gli fu nascosta per anni, ndr]? Penso alla montagna, alla fattoria, al personaggio di Chris. C’è stata nella tua infanzia un’estate simile a quella raccontata nel film?

MW – Penso che non ci sia una linea netta che separi ciò che è realmente accaduto da ciò che non lo è, però tutto il contesto della fattoria e dello stare lì viene dalla mia esperienza. Non esattamente nel modo in cui viene raccontato nella storia, ma passavo l’estate con mio nonno, che accompagnavo e aiutavo. Per diverse estati portavo con me anche un amico di scuola, che rimaneva lì insieme a me.

Soprattutto all’inizio del film, quindi, ci sono cose come la costruzione della diga, oppure le scene serali con la televisione, lo stare insieme in quella stanza dove lui dorme… Sono luoghi e situazioni che vengono dalla mia esperienza. Naturalmente poi li abbiamo adattati e abbiamo trovato le immagini cinematografiche adatte. Quindi ci sono dei legami con la mia vita, ma ciò che accade esattamente tra i due ragazzi e il modo in cui si sviluppa la storia viene dal film e dal lavoro sulla sceneggiatura.

NPC – Anche le riprese in VHS alla fine del film?

MW – Sì, sono tutte mie.

La delegazione di Eklipse con il regista Manuel Wetscher durante il photocall (ph. Aleksander Kalka - Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
La delegazione di Eklipse con il regista Manuel Wetscher durante il photocall
(ph. Aleksander Kalka – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)

NPC – Penso anche che la montagna e tutta l’atmosfera abbiano un ruolo fondamentale nel raccontare questa storia. Ci sono tutti quei silenzi che successivamente si creano tra i ragazzi, ma anche il silenzio della montagna sembra riflettere la distanza che lentamente nasce tra loro quando scoprono la verità.

MW – Sì, questa dimensione è stata molto importante per noi. Volevamo capire come passare dalle cose molto piccole e dai primi piani, che rappresentavano in qualche modo l’amicizia e la vicinanza, al paesaggio, che invece è molto ampio, vasto e alto. E da lì andare ancora oltre, verso la luna e il sole. È un po’ una metafora della società e del mondo esterno, del rapporto tra ciò che è piccolo e ciò che è enorme, e del modo in cui queste dimensioni interagiscono.

NPC – Come il visibile e l’invisibile. E anche il contrasto tra il silenzio e le parole, che secondo me ritorna alla fine nella metafora dell’eclissi. Nel tuo caso, quanto tempo dopo hai scoperto la verità su tuo padre?

MW – Soltanto dieci anni dopo. Avevo sette anni quando morì, quindi ero molto più piccolo rispetto al protagonista. All’inizio mi dissero che era morto di polmonite, una cosa simile a quella raccontata nel film; per molto tempo ho creduto a quella versione, poi, quando avevo diciotto anni, la verità è venuta fuori più o meno per caso.

Da quel momento ho cominciato a confrontarmi con questa cosa, a pensarci e ad avere tutte quelle domande. Per un po’ ho cercato semplicemente di conviverci: solo più tardi, studiando arte e avvicinandomi al cinema, mi sono reso conto che forse attraverso un film avrei potuto parlare di qualcosa che non ero davvero in grado di esprimere o riassumere in un altro modo. Il cinema poteva permettermi di mostrare le conseguenze, i sentimenti e le dinamiche che stanno dietro a questo tema. Era questo che volevo esplorare, ed è ciò che il film cerca di fare visivamente.

NPC – Penso che, dal punto di vista visivo, riesca molto bene a trasmettere quella sensazione. C’era anche tra te e tuo padre la stessa separazione che vediamo tra Tomy e suo padre?

MW – Lui era sempre in ospedale, e alla fine non lo vedevo. Quindi sì, quella distanza è qualcosa che ho vissuto anch’io, ed è curioso, perché per un certo periodo, soprattutto mentre scrivevamo il film, volevamo effettivamente mostrare il padre, entrare anche nell’ospedale. Ma soltanto durante il processo ci siamo resi conto che rimanere con i ragazzi rendeva la storia molto più forte.

Lavorare con i due giovani protagonisti

NPC – Com’è stato trovare gli attori giusti? Lavorare con ragazzi così giovani è sempre delicato, soprattutto quando si affrontano argomenti come questo. È stato difficile? E come avete affrontato con loro un tema così sensibile?

MW – Lavorare con loro è stato fantastico. Non sembrava quasi di lavorare con dei bambini, erano davvero molto maturi. È stato incredibile vedere quello che erano capaci di fare e la forza che avevano.

Li abbiamo trovati attraverso dei casting nelle scuole, non sono attori professionisti. Fin dall’inizio abbiamo cercato di fare i provini in coppia, perché per me era chiaro che la prima cosa di cui avevamo bisogno era credere che fossero davvero amici: non puoi semplicemente scegliere due persone separatamente, metterle insieme e poi scoprire che tra loro non c’è nulla. Con loro invece è stato evidente fin dall’inizio, bastava che fossero nella stessa stanza. Non avevano bisogno di dire molto: li guardavi e capivi che tra loro c’era qualcosa, e per noi questo è stato fondamentale.

Poi, per la mia esperienza di lavoro in fattoria sapevo che non tutti sono capaci di entrare in quegli spazi. Alcune persone hanno paura, gli ambienti sono stretti e c’è un odore molto forte, quindi un’altra cosa importante era portarli lì e capire se avessero davvero voglia di stare in quell’ambiente e muoversi al suo interno. Anche da questo punto di vista sono stati bravissimi.

I due attori protagonisti Finlay Brown e Moritz Holhrieder durante il photocall di Eklipse a Venezia 83 (ph. Aleksander Kalka - Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
I due attori protagonisti Finlay Brown e Moritz Holhrieder durante il photocall di Eklipse a Venezia 83
(ph. Aleksander Kalka – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)

Abbiamo trascorso del tempo con loro nella fattoria, poi è arrivata la questione del tema del film. Prima abbiamo dato loro la sceneggiatura da leggere insieme ai genitori; successivamente siamo tornati da loro e abbiamo chiesto se avessero delle domande, da cui abbiamo iniziato a parlare dell’argomento. Avvicinandoci alle riprese siamo entrati più in profondità nei temi di cui forse non erano pienamente consapevoli, anche perché nel film molte cose rimangono tra le righe.

Ne abbiamo parlato e loro, da adolescenti molto tranquilli, rispondevano semplicemente: «Sì, nessun problema». Era divertente perché a volte mi facevano sentire come un vecchio che si preoccupava troppo. Era come se mi dicessero: «Non preoccuparti così tanto, va tutto bene». Naturalmente, quando lavori con dei ragazzi, lavori anche con i loro genitori, perché sono loro a poter stabilire le condizioni in cui i figli possono lavorare. Quindi c’era un dialogo sia con i ragazzi che con i genitori, affinché capissero quello che stavamo facendo.

Inoltre avevano una persona che li seguiva costantemente e che non lavorava per il film, ma esclusivamente per loro, se avevano bisogno di fare una pausa, per esempio. Ci sono regole piuttosto rigide sui tempi di lavoro giornalieri dei minorenni (al momento delle riprese avevano 12 e 13 anni), quindi c’erano tutti questi elementi pensati per proteggerli. Ma in generale è stata davvero una bellissima esperienza.

NPC – Si assomigliano anche fisicamente. È stata una scelta intenzionale?

MW – No. In fase di scrittura avevamo persino immaginato un contrasto maggiore tra loro, poi però abbiamo deciso di privilegiare quella sensazione di cui parlavo prima: volevamo vedere la loro chimica.

NPC – Dove avete girato Eklipse?

MW – Ad Alpbachtal, in Tirolo, e poi un’altra parte in Alto Adige. Anche la troupe veniva da quelle zone e, in realtà, anche i ragazzi: uno viene dal Tirolo e l’altro da Bolzano, quindi anche i dialetti sono simili. Anche lo zio, per esempio, è italiano.
La valle da cui provengo io è collegata a quella in cui abbiamo girato. C’è un legame molto forte attraverso il dialetto e il paesaggio, ed è stato abbastanza facile mescolare le varie provenienze.

All’inizio pensavamo di prendere soltanto persone provenienti da una singola valle o da una determinata regione, poi abbiamo capito che naturalmente anche i dialetti cambiano leggermente e, soprattutto, le persone si spostano. Non esiste una situazione in cui tutti parlano esattamente lo stesso dialetto, soprattutto in luoghi di montagna.

È stato interessante lavorare su questo aspetto. Abbiamo sempre cercato l’autenticità e alla fine ci siamo resi conto che fosse più autentico avere una certa mescolanza tra regioni diverse piuttosto che far provenire tutti dalla stessa zona, perché nemmeno nella realtà funziona così.

NPC – È un mosaico.

MW – Esatto, un mosaico. Una differenza sottile, però c’è, e penso che ciò sia importante anche perché permette di capire immediatamente che non sono, per esempio, un padre con due figli o due fratelli.

Il ruolo del silenzio e dei suoni

NPC – Anche il film è quasi completamente privo di colonna sonora, tranne che verso la fine. Era fin dall’inizio vostra intenzione non utilizzare musica oppure è stata una scelta nata durante la lavorazione?

MW – Per noi il luogo stesso era già molto musicale e sensoriale. È curioso, perché dal mio punto di vista nel film c’è parecchia musica, ma viene utilizzata in un modo diverso rispetto a quello a cui siamo abituati quando pensiamo a una colonna sonora. Per esempio, nella storia del padre scopriamo che lui e lo zio suonavano in una band. Ascoltano il CD e poi quella musica torna anche in macchina. Anche quando vanno alla locanda c’è una band che suona, quindi abbiamo utilizzato soprattutto musica diegetica.

Poi abbiamo utilizzato molti sintetizzatori per ricostruire i suoni: i macchinari che senti o il rumore dell’acqua spesso hanno un secondo livello creato con un sintetizzatore; anche elementi come il fuoco vengono trattati in questo modo, per renderli più sensoriali, più fisici. Quando arriva il camion che raccoglie il latte, per esempio, ci sono tantissimi suoni già presenti nell’ambiente e abbiamo cercato di sincronizzarli quasi come fossero delle composizioni.

I brani musicali legati all’eclissi, invece, oppure quelli che sentiamo quando vediamo la luna, vengono maggiormente dall’esterno. Quando utilizzavamo quel tipo di musica volevamo esplorare ciò che i personaggi stavano vivendo in quel momento, dove stavano andando con i loro pensieri.

Il significato dell’eclissi secondo Manuel Wetscher

NPC – L’eclissi è un elemento centrale del film, ed è aperta a diverse interpretazioni. La prima, naturalmente, potrebbe essere quella della verità temporaneamente oscurata dalla “bugia a fin di bene” che la madre racconta al figlio. Quando l’eclissi finisce e torna la luce, però, potrebbe essere letta anche come una metafora di come improvvisamente vengano illuminate e rese visibili tutte quelle caratteristiche umane delle quali fino a quel momento i ragazzi erano stati protetti: il pregiudizio, il tabù, l’odio, la paura di ciò che è diverso. Cosa ne pensi?

MW – Penso che il film voglia lasciare aperta questa interpretazione, dare allo spettatore lo spazio per leggerla in modi diversi. Quindi mi piace questa idea: quando torna la luce, dopo che lui ha compreso qualcosa osservando l’eclissi, probabilmente anche il mondo gli appare diverso, e forse cambia anche il modo in cui noi spettatori guardiamo ciò che vediamo.

Per me, però, è interessante anche ciò che è emerso durante il montaggio, quando cercavamo di capire cosa Tomy stesse realmente comprendendo in quel momento. Non si tratta soltanto del fatto che la luna rappresenti l’oscurità e che qualcosa venga nascosto. Nel fenomeno dell’eclissi, proprio nel momento in cui tutto diventa buio, cominci a vedere la corona solare, che in realtà è sempre presente ma che puoi vedere soltanto in quel momento. Per me questa immagine era molto potente: è proprio nell’oscurità che diventa possibile, a quel punto, comprendere qualcosa.

Quando abbiamo scritto il film non sapevamo che quest’anno ci sarebbe stata un’altra eclissi. Poi ero in Francia e l’ho vista, quasi per caso, insieme a un gruppo di persone che si erano ritrovate tutte lì per osservarla. Quello che mi ha davvero colpito è stata questa sensazione: persone che quasi casualmente si riuniscono per guardare qualcosa che diventa un grande evento.

Ho pensato che fosse curioso: avevamo lavorato così a lungo su questo film, avevamo costruito qualcosa intorno a quell’esperienza e poi, anche se in un contesto completamente diverso, ho potuto provare davvero quella sensazione. È una cosa molto rara ed è anche uno degli elementi che abbiamo cercato di inserire nel film. Quindi, ancora una volta, ciò che avevamo raccontato risultava autentico.

Il regista Manuel Wetscher durante il red carpet di Eklipse a Venezia 83 (Ph. Andrea Avezzù - Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
Il regista Manuel Wetscher durante il red carpet di Eklipse a Venezia 83
(ph. Andrea Avezzù – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)

NPC – Trovo curiosa questa coincidenza dell’eclissi e, in realtà, questo mi porta all’ultima domanda.
Sono passati ventisette anni dall’anno in cui è ambientato il film. Pensi che oggi ci sia una consapevolezza diversa riguardo all’AIDS e a questo tipo di malattia? Sarebbe ancora possibile ambientare oggi un film come questo parlando di AIDS, oppure credi che la maggiore conoscenza che abbiamo oggi potrebbe evitare una situazione come quella raccontata in Eklipse?

MW – Penso che, se lo ambientassi oggi, probabilmente dovresti affrontarlo da un’angolazione leggermente diversa. Durante la realizzazione del film, però, a un certo punto è stato piuttosto sconvolgente rendersi conto che, anche se le conoscenze mediche aumentano e i trattamenti migliorano sempre di più, allo stesso tempo la stigmatizzazione, l’omofobia e tutti gli altri elementi che circondano il tema di cui parla il film possono tornare a rafforzarsi. Anche con determinati partiti politici al potere, per esempio, queste dinamiche possono diventare nuovamente più forti.

Quindi, se pensiamo in termini universali a ciò di cui parla il film – l’esclusione, per esempio – ci rendiamo conto che sono cose ancora presenti oggi. È un po’ come l’eclissi stessa: credo che il film cerchi di lasciare spazio al modo in cui ciascuno guarda ciò che accade e al modo in cui lo interpreta.

NPC – In effetti l’AIDS è quasi una spada di Damocle sospesa sopra i protagonisti, che non vediamo mai direttamente, né il padre di Tomy, né gli effetti della malattia. Se dovessi ambientare Eklipse ai giorni nostri, quale potrebbe essere la “malattia invisibile” al posto dell’AIDS?

MW – Non lo so, è una domanda difficile! Dovrei pensarci, perché, come dici tu, sono tutti gli elementi che circondano la malattia a renderla ciò che è nel film. Quindi è difficile trovare un’analogia diretta!

Ringraziamo Manuel Wetscher per la disponibilità e la gentilezza mostrate durante la realizzazione dell’intervista.


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Classe 2000, marchigiano ma studio Comunicazione all'Università di Padova. Mi piacciono la pallacanestro, i cani e tanto tanto cinema. Oh, e casomai non ci rivedessimo, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

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