Quando si parla di Jackass succede una cosa curiosa: per qualche minuto si torna tutti ragazzini. Si ride di cose che, fuori da quel contesto, sarebbero semplicemente terribili. Un uomo che viene travolto da un toro, qualcuno scaraventato contro un muro, corpi lanciati nei modi più assurdi.
Eppure con Jackass tutto questo ha sempre funzionato. Dietro ogni caduta c’era un gruppo di amici che si divertiva davvero. Ed era proprio quella sincerità, più dello stunt in sé, a rendere tutto irresistibile.
Johnny Knoxville ha definito Jackass: Best and Last il capitolo conclusivo della saga. Lo aveva già detto in passato, è vero. Questa volta, però, è difficile non credergli. Il film è attraversato da una nostalgia evidente, destinata a colpire soprattutto chi è cresciuto con loro.
Il primo colpo

C’è un momento, all’inizio del film, che racchiude perfettamente questo sentimento. Knoxville mostra il primo stunt che abbia mai filmato: quello in cui si spara al petto con un revolver, protetto da un giubbotto antiproiettile e qualche rivista pornografica. Un filmato rimasto escluso dalla serie originale e recuperato proprio per questo ultimo capitolo.
È un gesto che oggi fa impressione, perché nel frattempo il pubblico conosce tutto quello che è successo dopo. Quello sparo diventa il punto d’origine di una storia destinata a lasciare un segno nella televisione e a trasformarsi in uno dei franchise più improbabili del cinema.
Prima di ogni film compariva sempre la stessa schermata nera: “Gli stunt che state per vedere sono eseguiti da professionisti. Non provateli a casa“. Era un divieto rivolto a tutti. Allo stesso tempo, aveva il sapore di una promessa: da quel momento in poi ci si sarebbe divertiti come pazzi.
Benvenuti in Jackass

Poi arrivava Johnny Knoxville a dare il benvenuto e, sulle prime note di Corona dei Minutemen, iniziava qualcosa di unico.
La forza di Jackass non è mai stata soltanto negli stunt. Quelli, col tempo, sono stati copiati. La vera intuizione fu raccontare un’amicizia. Lo spettatore rideva perché sembrava di essere lì, in mezzo a quella compagnia. È anche per questo che Jackass è sopravvissuto ai suoi imitatori: gli stunt potevano essere replicati, il rapporto tra quelle persone no.
Jackass ha venduto l’archetipo dell’amicizia maschile: prese in giro, fiducia assoluta, scherzi crudeli, affetto nascosto dietro una testata. Un linguaggio rozzo, infantile, spesso irresponsabile, ma incredibilmente riconoscibile.
Da MTV al cinema

Tutto nacque quasi per caso. Jeff Tremaine, insieme a Spike Jonze e Johnny Knoxville, intuì che quelle follie potevano diventare qualcosa di più di semplici videoclip amatoriali. Il 1° ottobre 2000 MTV trasmise la prima puntata di Jackass.
Dopo appena venticinque episodi sembrava già finita. Invece era soltanto l’inizio. Nel 2002 arrivò Jackass: The Movie, un film capace di infrangere qualsiasi regola narrativa. Nessuna vera trama, nessun percorso da seguire, nessuna morale finale. Solo una raccolta di stunt e scherzi costruita con un ritmo talmente preciso da conquistare il pubblico di tutto il mondo.
Quel passaggio fu decisivo. Jackass dimostrò che un gruppo di amici con una telecamera e un’idea folle potevano bastare per creare un franchise cinematografico.
Il conto del tempo

Rivedere oggi quei volti fa un effetto diverso. Johnny Knoxville porta sul corpo le conseguenze di una vita passata a superare ogni limite: oltre quindici commozioni celebrali, lesioni, fratture e un’emorragia cerebrale. Anche gli altri membri del gruppo sono uomini di mezza età segnati fisicamente da un quarto di secolo passato davanti alla telecamera.
E poi c’è il vuoto lasciato da Ryan Dunn, la cui assenza continua a farsi sentire ogni volta che il gruppo si riunisce.
Per questo Jackass: Best and Last assume un significato particolare. È il momento in cui una compagnia guarda indietro e si accorge che il tempo è passato davvero. È difficile immaginare che un programma come Jackass possa ricevere oggi lo stesso via libera da una grande emittente. È cambiato il modo di intendere l’intrattenimento, il rischio, la responsabilità, persino la comicità fisica.
L’ultimo saluto

Il montaggio finale, accompagnato da We’ll Meet Again, è il vero colpo al cuore. Le immagini d’archivio non celebrano soltanto gli stunt più folli. Raccontano venticinque anni di amicizia, cadute, risate, assenze e ritorni.
È il saluto di un gruppo che ha trasformato la stupidità in un linguaggio universale. Un gruppo nato senza un vero piano, diventato fenomeno mondiale proprio perché sembrava impossibile da costruire a tavolino.
Forse Jackass finisce davvero qui. La sensazione, però, è che a chiudersi non sia soltanto una saga cinematografica. Si chiude un pezzo di adolescenza per milioni di persone che, ogni volta che sentiranno partire le prime note di Corona, ancora una volta, sembrerà che quei venticinque anni non siano mai passati.
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