«Non aprite quella porta» e la sottile linea tra suono e rumore

Non aprite quella porta di Tobe Hooper è sicuramente uno dei film più scioccanti degli anni Settanta. Il suo eco terrorizzante ha attraversato la storia del cinema sino a conquistarsi la fama di film di culto. Distribuito nel 1974, il film merita senza ombra di dubbio un posto tra le massime opere cinematografiche di sempre. Un classico del cinema horror che, come altri del suo genere, si ispirò alle tante atrocità commesse in quegli anni. Tra i punti di forza, dopo una regia psichedelica ad una messinscena pseudo-documentaristica irripetibile, spicca un’innovazione sonora degna di un capolavoro immortale.

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La produzione all’origine del mito

La visionaria pellicola, inizialmente intitolata con il nome in codice Headcheese, era un progetto da tempo situato nella mente del regista, che prima di allora lavorava come operatore presso la University of Texas di Austin, con un solo progetto indipendente alle spalle: Eggshells. Il soggetto, ancora in fase embrionale, prevedeva una trama non ben definita, ma caratterizzata da alcuni elementi riscontrabili nella versione finale, che in Italia si cela dietro al titolo cultistico di Non aprite quella porta.

La produzione fu avviata nell’agosto del 1973, nei pressi di Austin. Le riprese durarono circa un mese, intervallate da una successione di strani eventi, nei quali solo una produzione indipendete come questa poteva incappare: incidenti sul set, scarsa igiene, problemi di salute causati dall’eccessivo makeup ed un estremo sforzo psicologico per venire incontro alle esigenze di un regista ostinato.

Non aprite quella porta

La situazione socio-politica: il vero orrore di «Non aprite quella porta»

Come sopra citato, la bozza di Hooper (da un’idea di Kim Henkel) traeva spunto da una strana parola che indica una possibile chiave di lettura. Per “Headcheese” si intende una particolare preparazione, che consiste nella cottura esauriente degli scarti cartilaginei dopo il macello, sino a ridurli ad una massa gelatinosa, assai ben lontana dalla nostrana “coppa di testa”. Senza dilungarci in riflessioni culinarie, il modo in cui la versione americana viene descritta nel film suggerisce la decostruzione fisica e interiore dell’essere umano, segnata dalla recente disfatta americana ed il crescente numero di violenze interne allo stato.

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Scartata dal titolo ma inserita comunque nella pellicola, questa parola è stata successivamente riproposta attraverso un omonimo film sperimentale del 2002, diretto da Duane Graves e Justin Meeks, che condivide inoltre alcune delle locations storiche del film di Hooper.

La critica feroce che permea The Texas Chainsaw Massacre (titolo originale di Non aprite quella porta) non crea un collegamento diretto con la guerra, ma si estende ad una visione d’insieme molto più complessa. Non solo i militari, che come animali da macello venivano inghiottiti dal fronte vietnamita, le cui gesta erano regolarmente insabbiate, ma anche gli orrori sconosciuti e paradossalmente più vicini che si nascondevano nelle remore regioni di confine, frutto di una società emarginata che da anni faceva della disinformazione il suo pane quotidiano, anzi, la sua headcheese.

Non aprite quella porta

Il country di «The Texas Chainsaw Massacre», un contrasto perfetto

La canzone più conosciuta del film è probabilmente Fool For A Blonde di Roger Barlett, cantautore ed ex membro della Jimmy Buffett’s Coral Reefer Band. La canzone, mossa da un motivetto tipico delle strimpellate da country leggero, rappresenta un ricordo dello stesso Barlett di quando sedeva all’esterno di un bar di Austin per ammirare, assieme all’amico musicista Bill Callery (Hands On The Wheel), le bionde collegiali di ritorno a casa.

Non è altro quindi che un ammuffito ricordo di un passatempo alquanto discutibile, che risulta invece confermare il senso di disorientamento indotto dalle sperdute aree rurali che circondavano quel van in viaggio per il Texas. Gli sventurati protagonisti offrono un passaggio ad un autostoppista vagabondo, che sembra immediatamente interessarsi in modo sgradevole alla bionda final girl Sally, interpretata da Marilyn Burns, probabilmente una delle tante bionde texane cantate da Barlett… o forse la stessa a cui toccherà una tragica sorte nella surfeggiante Chainsaw dei Ramones.

La colonna sonora, musica per le nostre orecchie?

Il comparto sonoro giocò un ruolo di primo piano. La sua miscela composta dai più svariati strumenti musicali, da chitarre distorte a tal punto da privarsi del loro stesso suono a pianoforti scordati, fu la formula giusta per enfatizzare i momenti più sconvolgenti ed il loro eco silenzioso, simbolo della caducità della vita. Non a caso i famosi banchetti, per i quali fu utilizzato un forcone metallico strusciato su un tavolo, sono stati visivamente composti in modo da ricordare alcuni dipinti della vanitas, i cui oggetti e soggetti, morti ed immobili, sembrano comunque collidere tra loro.

Per poter affrontare al meglio le tempistiche che la travagliata produzione richiedeva, Tobe Hooper e Wayne Bell registrarono i “rumori” della colonna sonora mesi prima dell’inizio delle riprese. Il montaggio venne effettuato nel soggiorno di casa Hooper, il quale si rivelò sin da subito incline ad una registrazione il più straniante e sperimentale possibile. Il production designer Bob Burns si occupò della ricerca di oggetti da inserire, mentre il tecnico Ted Nicolaou del missaggio. Ma il vero genio fu quello di Bell, la mente dietro al tema inquietante che accompagna i titoli di apertura.

Non aprite quella porta

Si dice che gli animali, come alcuni soggetti affetti da una malattia particolare, possano confondere il suono armonico di uno strumento con quello rugginoso e straziante di un rumore indefinito, soprattutto se rinchiusi in una stanza buia in attesa della fine. Ed è proprio questo l’effetto che suscita il film, quello si un mattatoio umido ed angusto dal quale non si può uscire.

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Edoardo Rimoldi