Approdato (fin troppo in sordina) Fuori Concorso all’83a Mostra del Cinema di Venezia, Biografía de Jorge Luis Borges di Mariano Llinás (figura cardine della casa di produzione argentina El Pampero Cine e autore, tra le altre cose, del fluviale La flor) è tra gli oggetti cinematografici più inclassificabili e meravigliosi dell’annata: un’opera in puro stile El Pampero in cui perdersi, che trascende ogni categoria predefinita per consegnare allo spettatore un labirinto cinematografico in cui la finzione prende il sopravvento sulla realtà, in cui il personale entra sotto forma di digressione in una ricerca donchisciottesca verso l’impossibile, in cui l’inutile diventa la forma, il motore e l’obiettivo stesso di una pellicola in continuo divenire e in continua creazione estetica.
Una Biografía de Jorge Luis Borges fatta di feticismi e di ossessioni
La Biografía de Jorge Luis Borges di Mariano Llinás è costruita a partire da un’approfondita ricognizione delle carte che lo scrittore porteño ha lasciato, dei libri che ha letto e dei luoghi che ha attraversato. Un tentativo di decifrare una vita singolare: quella di un uomo che ha vissuto come un guerriero clandestino, la cui causa era la letteratura, concepita al tempo stesso come un regno e un paesaggio. Se le spie della Guerra Fredda combattevano dalle loro scrivanie o da una casa disabitata per difendere la propria metà del mondo, Borges combatteva da una biblioteca per ampliare i confini della sua tribù: quella di chi considera libri, trame e parole la parte più importante dell’universo.
Nato come progetto su commissione di Nicolás Helft, «collezionista e lettore fanatico di Borges fin dall’infanzia» come ama definirsi lui stesso, in possesso di un immenso archivio di materiali appartenuti allo scrittore delle Finzioni e de L’Aleph, Biografía de Jorge Luis Borges prende avvio come il tentativo di sistematizzare la vita impossibile di uno degli scrittori più influenti della letteratura novecentesca: i cartelli che, in apertura della pellicola, descrivono le informazioni essenziali della vita di Borges si alternano a inquadrature in cui Llinás poggia su un tavolino pile e pile di libri vecchi, scoloriti e trasandati.
(ph. Aleksander Kalka – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
In maniera del tutto inaspettata, quello che pare essere (per chi non conosce la fantasia e la giocosità dello stile El Pampero Cine) un documentario biografico tradizionale su un importante scrittore si presenta per quello che poi, di fatto, sarà: un ammasso di libri, oggetti, fogli di carta disposti su un tavolino. L’impresa di Mariano Llinás – affiancato da uno dei massimi esperti borgesiani, il ricercatore e traduttore Ernesto Montequín – appare sin da principio, difatti, titanica: ricostruire una delle vite più enigmatiche, più lacunose, più incredibili della storia della letteratura attraverso gli oggetti e i luoghi posseduti, abitati o visitati da Borges stesso.
Testimonianza dopo testimonianza, libro dopo libro, città dopo città, Llinás con Biografía de Jorge Luis Borges tenta di decifrare gli elementi materiali posseduti dall’autore porteño e di incasellarli in una rigida rendicontazione della sua vita – un progetto che, sin dalle prime battute del film, si presenta come impossibile e donchisciottesco nell’illusione che muove l’autore nella sua ricerca. Così Biografía de Jorge Luis Borges si tramuta, e presto diventa la cronistoria di un’indagine impossibile da risolvere, di una ricerca in cui i libri, gli oggetti e i luoghi borgesiani diventano scene del delitto colme di indizi che aprono porte, creano collegamenti, danno vita a infinite ipotesi, a piste e possibilità di lettura.
Nelle sue cinque ore e mezza di durata (divise in tre parti, senza che neppure un minuto appaia fuori posto), l’opera di Llinás segue l’esaminazione inutile e farneticante – lente d’ingrandimento alla mano – di libri scritti da Borges, di lettere e cartoline che testimoniano momenti della vita privata dell’autore, di luoghi da lui abitati, descritti, sognati, bramati, visitati, alla disperata ricerca di un indizio che possa sciogliere il rebus Jorge Luis Borges.
(ph. Aleksander Kalka – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
Il mistero inseguito da Llinás e Montequín – presentati come un’accoppiata à la dottor Watson e Sherlock Holmes rispettivamente – si rivela alla fine fondamentalmente impossibile da chiarire: la vita di Borges rimane un’enigma irrisolvibile attraverso le tracce che l’autore de L’Aleph ci ha lasciato. Quello che rimane, in Biografía de Jorge Luis Borges, è così il racconto dell’ossessione dell’autore verso il suo Sacro Graal intellettuale, e una rendicontazione del potere feticistico e auratico che gli oggetti degli archivi borgesiani hanno sui protagonisti della ricerca, potenzialmente capaci secondo loro di aprire le porte all’infinito e di svelare gli arcani occulti della vita dell’autore porteño.
Il protagonista della Biografía de Jorge Luis Borges finisce, a ben vedere, per essere l’atto stesso della ricerca – l’accumulo di nozioni, di prove, di ambienti, di teorie e di congetture talmente fitto da non rendere il mistero alla base di quella ricerca più intellegibile, ma anzi, al contrario, da renderlo sempre più opaco e inafferrabile.
Ciò che provano (e ci comunicano) Llinás e Montequín durante la loro avventura infinita e ambiziosa tra scartoffie e posti sparsi nel mondo non appare, di fondo, così dissimile dalla sensazione che si prova mentre si ricerca per una tesi di laurea, per un saggio scolastico/accademico, o anche solo perché si è caduti in un rabbithole online dal quale sembra non esserci una via di uscita o una qualche risposta. Biografía de Jorge Luis Borges può, così, essere letto come il racconto di un rabbithole fatto di carta che ossessiona Llinás da una vita intera, e dal quale, forse, non riuscirà mai ad uscire per davvero.
Il giocoso e vitale labirinto di Mariano Llinás

L’ossessione di Mariano Llinás per Jorge Luis Borges caratterizza tutta la sua vita sin da quando l’ha iniziato a leggere – come da lui stesso dichiarato – all’età di quindici anni. L’influenza dello scrittore argentino sul cineasta suo compatriota emerge con grande evidenza all’interno del lavoro di quest’ultimo: le opere che Llinás ha realizzato nel corso della sua carriera (in primis il suo capolavoro, il già citato La flor) si caratterizzano per l’ironia colta, la qualità labirintica della narrazione e la capacità di giocare con il proprio medium – elementi stilistici condivisi con (o, sarebbe più corretto dire, mutuati da) la prosa limpida eppure infinita dello scrittore novecentesco.
L’indagine portata avanti dalla Biografía de Jorge Luis Borges si fa così, dunque, più di una semplice ricerca ossessiva: Llinás vuole connettersi e approfondire Borges per capire al meglio la propria arte dalle radici attraverso la vita del maestro che ha modificato per sempre il suo modo di approcciare l’arte.
Il rapporto d’identità (artistica e non solo) tra Borges e Llinás ricorre come tema e come figura all’interno della Biografía de Jorge Luis Borges in più occasioni, dall’emozionante sequenza in cui si sovrappongono le parole pronunciate dalla voce dello scrittore argentino, impressa sul vinile, e ripetute dalla voce del regista, colta in presa diretta, creando così un unisono significativo e memorabile; fino alla stessa ammissione da parte del regista argentino che sul finire della pellicola, giunto ormai quasi al termine della sua impresa impossibile, riflette: «Scrivere una biografia significa anche viverla; immaginare la vita di qualcun altro significa immaginare la vita di se stessi».
(ph. Aleksander Kalka – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
La qualità che, però, eleva Biografía de Jorge Luis Borges e lo rende una delle opere più memorabili, appassionanti e notevoli degli ultimi anni non è tanto la stratificata e complessa relazione tra Llinás e Borges (pure aspetto decisamente ragguardevole), quanto il suo essere un’opera di creazione visiva ed estetica continua, capace di costruire in fieri sé stessa e di testimoniare il divenire della sua stessa creatività. Marche estetiche evidenti della pellicola di Llinás sono, a ben vedere, le inquadrature di libri e di paesaggi, colti attraverso il parabrezza dell’auto del regista argentino, in cui non si occultano le manipolazioni che portano l’operatore di macchina (Agustín Mendilaharzu) a costruire un’immagine pulita.
Biografía de Jorge Luis Borges non ha infatti paura di mostrare il cambio di focus impreciso, l’alterazione della focale o degli ISO che modificano l’oscurità o la luminosità dell’immagine, la correzione del bilanciamento del bianco – protagonista di una memorabile sequenza in cui Llinás e Mendilaharzu cercano di regolare le cromie dell’immagine di modo da restituire sullo schermo il colore verde giada di una copertina della rivista SUR descritta all’interno di un racconto in esso contenuto, per rendere l’idea della mise en abyme e della vertigine che i racconti di Borges generano -, come non ha paura di costruire immagini che il suo stesso autore definisce «cliché», «vezzi da scuola di cinema», «poco riuscite».
Inserire queste imperfezioni all’interno del film significa rendere visibile il proprio atto creativo nel suo stesso farsi, giocando con lo spettatore e con le convenzioni che vorrebbero al cinema un’immagine artefatta e pulita. L’esplicitazione dell’atto creativo non si ferma, tuttavia, solo a queste inquadrature: la Biografía de Jorge Luis Borges che Mariano Llinás crea è, a ben vedere, un’opera labirintica fatta di materia viva nel suo mutare continuo, in cui non solo lo spettatore è chiamato a perdersi ma in cui è lo stesso autore a perdersi, digressione dopo digressione, invenzione visiva dopo invenzione visiva.
(ph. Aleksander Kalka – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
La struttura stessa dell’opera – ordinata attraverso ventisei sezioni segnalate dalle lettere dell’alfabeto – si apre a sequenze di ogni tipo, da reinterpretazioni di controverse interviste borgesiane lette in campo e controcampo da marito (lo stesso Llinás) e moglie (Laura Paredes, volto iconico di El Pampero Cine, protagonista di Trenque Lauquen di Laura Citarella) a continue digressioni che vedono per protagoniste oche carine, ciminiere misteriose, un vecchio cortometraggio di Llinás girato in una delle location del documentario.
E poi ancora: una diatriba bibliografica tra Llinás e Montequín risolta tramite conversazioni su WhatsApp; un inserto in cui il regista stesso sbuffa, tradendo – verso la fine della seconda parte – una certa irritazione mista a incredulità nei confronti della lunghezza della sua pellicola; uno strano documento in cui i nomi del regista e dello scrittore argentino si fondono, presupponendo che la finzione (pare) stia prendendo il sopravvento sulla realtà («El mundo serà Tlön!» commenta ironico Montequín, rievocando l’indimenticabile racconto borgesiano Tlön, Uqbar, Orbis Tertius); un finale in cui la messinscena fittizia palesa i suoi tratti di realtà documentale.
Biografía de Jorge Luis Borges gioca, così, ironicamente con il linguaggio cinematografico e col proprio pubblico in un’esplorazione continua delle possibilità espressive del mezzo filmico tramite la fusione della realtà con la finzione, tramite le sfide alla tradizione del linguaggio filmico e alle aspettative degli spettatori, tramite giochi formali che, più che semplici vezzi, traducono in forma visiva la sensazione di vertigine e di scrutare l’infinito che si prova altrimenti solo leggendo un racconto dell’autore argentino. Nella sua attenzione alle digressioni come momenti di possibilità creativa, Llinás pare tenere fede a una massima di Adolfo Bioy Casares (scrittore amico intimo di Borges) evocata nella pellicola da Montequín: «è attraverso le digressioni che la vita entra nei racconti».
È possibile che qualche spettatore derubrichi Biografía de Jorge Luis Borges a puro gioco intellettuale e vezzo creativo, a masturbazione dell’ego e della cultura dell’autore – anche a fronte della già citata durata impegnativa di cinque ore e mezza -, a un’opera style over substance, in cui la forma sovrasta il senso e il significato dell’opera stessa, incapace com’è di concludere la propria missione di stendere una biografia borgesiana.
(ph. Luca Zambelli Bais – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)
Per quanto possa essere vero che l’opera di Llinás si segnali proprio più per il suo stile che per la sostanza – anche se, come si sarà evinto, a parere di chi scrive in quest’opera lo stile è sostanza -, è altrettanto vero che queste posizioni critiche non colgono il senso di gioia, di curiosità e di meraviglia che si prova di fronte a un’opera labirintica, vitale, giocosa, colta, matura, stratificata, complessa e articolata come Biografía de Jorge Luis Borges. Chi scrive prova, a esser sincero, un po’ di pena per questo ipotetico e triste spettatore, cieco di fronte a un’opera che esalta la bellezza dell’arte, della ricerca, del viaggio e dell’inutile attraverso la sua forma di creazione e di creatività continua.
Più che raccontare la vita complessa, controversa, ritirata e incastrata tra i libri di Borges, l’opera di Mariano Llinás mette in scena la vertigine creativa che si prova di fronte ai lavori del suo maestro letterario in una pellicola capace di creare infiniti cortocircuiti artistici in cui i piani della realtà e della finzione si sovrappongono, in cui i romanzi e i luoghi hanno (forse) il potere magico di contenere le vite delle persone a noi care, in cui la mise en abyme delle sue scene non genera solo vertigine nello spettatore, ma un puro senso di estasi artistica e cinematografica.
Fondendo road movie, giallo e documentario (pur superando al tempo stesso le convenzioni di ciascuno di questi generi) in una confezione smaccatamente indipendente, Biografía de Jorge Luis Borges è un raro e necessario inno all’inutile, alla ricerca, all’atto artistico fine a se stesso che non cambierà la società, ma può certamente cambiare la vita a chi ne fruisce. Mariano Llinás, con l’encomiabile libertà artistica che è ormai il marchio di fabbrica di una realtà come El Pampero Cine, racconta gli infiniti labirinti dell’arte e della vita in cui perdersi, forse, significa anche ritrovare un po’ di se stessi. E il naufragar m’è dolce – per evocare un altro scrittore – in questo labirinto.
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