Sbatti il mostro in prima pagina, film del 1972 di Marco Bellocchio (Esterno Notte), è una riflessione morale sul tema della manipolazione dell’informazione. La storia segue le vicende di Bizanti (Gian Maria Volonté), caporedattore de Il Giornale, alle prese con questioni lavorative quotidiane – come la scelta delle notizie che andranno in prima pagina – in un clima di estrema agitazione politica.
Sbatti il mostro in prima pagina, le istruzioni di una buona propaganda
La storia narrata è liberamente ispirata al caso Sutter, un fatto di cronaca nera del 1971. In Sbatti il mostro in prima pagina, ambientato in un’epoca italiana pregna di rivolte e scioperi comunisti e anarchici, alcuni di essi sfociati in vere e proprie guerriglie, la redazione de Il Giornale deve far i conti con la notizia dell’omicidio della giovane Maria a Milano, distorcendone le informazioni – specialmente riguardo i colpevoli – sotto le pressioni di esponenti della politica italiana per poter influenzare l’elettorato in vista delle prossime elezioni.
Un delicato gioco di potere che si attua dietro le quinte, insomma, e che fa sorgere una domanda evidente: «Quali sono i confini entro cui può essere manipolata una notizia?». Intorno a questa domanda ruota tutto il senso di Sbatti il mostro in prima pagina.
Si potrebbe pensare che è un dovere dei giornalisti quello di diffondere notizie scevre di soggettività, ma non solo non è facile, è impossibile. La soggettività troverà sempre il modo di infiltrarsi. Dunque bisogna spostare il focus su un altro aspetto: se la soggettività è inevitabile, quando diventa manipolazione e successivamente propaganda? E soprattutto, di chi è la colpa?

Il caporedattore de Il Giornale – quotidiano fittizio di destra – offre allo spettatore gli strumenti necessari per trovare le risposte, sia a parole che con i fatti. Emblematica da questo punto di vista la scena di Sbatti il mostro in prima pagina in cui redarguisce il giovane Roveda (Fabio Garriba) per il titolo che ha dato al suo articolo “Disperato gesto di un disoccupato: si brucia vivo padre di cinque figli” poiché è conscio del fatto che il lettore non voglia leggere il giornale per sentirsi turbato; al contrario, il lettore de Il Giornale vuole essere sereno, vuole una parola di conforto, un palliativo per una vita già dura di per sé.
L’informazione inizia pian piano a trasformarsi in qualcos’altro, in qualcosa di accomodante, né sfidante né critico, e il titolo diventa “Drammatico suicidio di un immigrato”, deresponsabilizzando in questo modo la società intera nei confronti dell’estremo gesto compiuto da un uomo che dovrebbe invece essere stato protetto e integrato in quella stessa società.
Ma la colpa, se di colpa si parla, non è solamente di Bizanti; è anche della gente comune che vuole leggere notizie comode, che vuole sentirsi rassicurata, che vuole far parte di un gruppo di analoghi benpensanti. Ma per far fronte comune – come l’estrema destra insegna – c’è bisogno del nemico del popolo: il diavolo socialista. Il giornale diventa quindi uno strumento di informazione contro il socialismo e l’assassino della povera Maria prende le fattezze di un comunista anarchico.

Sbatti il mostro in prima pagina è costellato di parallelismi con le tecniche usate nel periodo nazista. Il primo, e più evidente, è la citazione a Goebbels e ai concetti cardine di una buona propaganda. Semplicità, ripetitività. E non è un caso che Bizanti citi la pubblicità statunitense, poiché anch’essa si fonda sugli stessi principi. Inoltre, c’è volutamente un accento sulla divisione dei compiti, tant’è che Bizanti caccia Roveda perché sta ficcando il naso in qualcosa che non è di sua competenza.
La divisione dei compiti, uno dei baluardi della macchina nazista, è fondamentale per la buona riuscita di qualsiasi piano perché deresponsabilizza le persone coinvolte. Chi vorrebbe far parte di un complotto a danno di un innocente? Nessuno. Ma se invece quel complotto è ignoto e ti dicono che quell’innocente è invece colpevole, allora un giornalista sta solamente facendo il proprio dovere.
Sbatti il mostro in prima pagina, ma non crederci
Ma chi è il vero mostro, quello che si dovrebbe sbattere in prima pagina? Come definirlo? “Meglio scrivere su un giornale di merda ma consapevolmente piuttosto che pretendere di salvare l’anima sputando nel piatto in cui si mangia”, dice questo Bizanti. È meglio essere un Roveda e quindi sostenere rumorosamente i propri ideali con il risultato di venire escluso dai luoghi in cui si può davvero fare la differenza, o essere un Bizanti, consapevole della merda e per questo capace di avere una visione d’insieme più ampia a costo di far parte della macchina dell’ingiustizia?

Sbatti il mostro in prima pagina non si arroga il diritto di dare una risposta, perché la risposta netta è impossibile, ma fa un passo ulteriore, quello di stilare un grande manifesto sull’importanza del pensiero critico. Bizanti ne è la personificazione. Il caporedattore è una persona estremamente consapevole che disprezza il giornale per cui lavora almeno tanto quanto i suoi stessi lettori, poiché sostiene che non mettano mai in discussione le notizie che leggono, seguendo tutto, parola per parola, come fosse il vangelo.
Mentre lui no. Lui vuole averlo, quel quadro d’insieme. Lui non vuole seguire ciò che gli altri gli dicono, come se fosse la parola di dio. Lui vuole formarsi un’idea personale, unica, volutamente chimerica. Tutto questo fa di lui un mostro? Tocca allo spettatore stabilirlo.
Seguici su Instagram, Facebook e Telegram per sapere sempre cosa guardare!
Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!
