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Stringimi Forte: la sensibilità di un dramma

4 minuti di lettura

Un dramma confuso, oscuro, quello portato sul grande schermo da Mathieu Amalric, figura ormai di spicco del cinema francese, regista sensibile di Stringimi Forte, film distribuito da Movies Inspired, dal 3 febbraio al cinema. Un film che è una ricostruzione; una ricostruzione carica di suspense drammatica, capace di creare impercettibilmente un climax destinato poi a implodere in un risolutivo finale.

Stringimi Forte, da un libro commovente un film unico

Stringimi forte Mathieu Amalric

Alba, una serie di polaroid lanciate nervosamente e in modo violento una sopra l’altra su un letto, una fuga silenziosa, quella di una madre e di una compagna; il risveglio, la colazione e l’imbarazzo di un padre di fronte ai propri figli di dover ripartire, di dover ricostruire. Ecco l’inizio, l’incipit della storia. Una questione misteriosa, personale e familiare, privata e allo stesso tempo sociale. Vicky Krieps, straordinaria interprete contemporanea del cinema europeo e non solo (protagonista femminile de Il filo nascosto), è Clarisse, la madre, la compagna; colei che fugge, o che sembra fuggire. 

Stringimi Forte è tratto da Je reviens de loin, libro del 2003 scritto da Claudine Galea. Un amore a prima vista: “L’ho letto in treno e mi sono messo a piangere, singhiozzando come un bambino”, ha dichiarato Amalric, che qui si occupa anche della sceneggiatura. Sceneggiatura costruita per pezzi discordi tra loro, come fosse un puzzle sbagliato; al quale mancano alcune pedine, ma che in qualche modo riesce a concludersi, a completarsi, rivelandosi perfetto.

La regia di Amalric nel solco neorealista

Stringimi forte Vicky Krieps

In Stringimi Forte lo stile di regia, quello di Amalric, sembra seguire la teoria neorealistazavattiana del pedinamento dei personaggi. Guidati dalla macchina da presa, accompagnati da continui pezzi di musica classica suonati al piano, noi spettatori seguiamo passo per passo ogni movimento dei personaggi, soprattutto quelli della protagonista.

Noi, divenuti ora fantasmi, personaggi invisibili dentro la storia, siamo lì; anche quando Clarisse non c’è, anche quando Clarisse scappa, anche quando Clarisse non si vede, noi, spettri invisibili, siamo lì. E allora noi, divenuti osservatori impercettibili, ci muoviamo con Clarisse, fuggiamo con lei, seduti sul sedile posteriore della sua auto, corriamo con lei nella sua apparente evasione. E allora noi, divenuti ora spie inavvertibili, rimaniamo fermi, trattenuti in casa con la famiglia della protagonista, insieme a Marc (marito) e ai due figli, tutti orfani allo stesso modo. 

Stringimi forte scena

Clarisse scappa, vuole vedere il mare dice. Fugge, lontano. Ormai sola, ad occhi chiusi immagina Lucie e Paul (figli) crescere, Marc invecchiare; ad occhi chiusi sembra riuscire a dialogare con il marito ora lontano. Clarisse però non c’è, non è con loro; li pensa ma ancora non torna, li immagina ma ancora non torna. Si limita a riapparire, un giorno; cercando di ritrovare un filo ormai andato perduto, forse per sempre. Clarisse adesso è come noi, osservatrice esterna, impercettibile. Dice: “Ç’est pas moi qui est partie”, e forse è vero; forse non è stata lei a partire.

Articolo di Lorenzo Fiorentino


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