Close your eyes (titolo originale Cerrar los ojos) è la storia dell’enigmatica scomparsa di Julio Arenas (José Coronado), un attore sparito durante le riprese di un film nel 1990: il suo corpo non è mai stato ritrovato. Più di vent’anni dopo, un programma che si occupa di casi irrisolti decide di ricostruire la sua storia. Tra gli intervistati principali c’è Miguel Garay (Manolo Solo), regista del film e amico d’infanzia di Julio. Miguel inizia a scavare tra i ricordi, rinvenuti sottoforma di enormi pellicole ormai difficili da proiettare, reperti preistorici di un passato tutto sommato recente.
Close your eyes, una storia di ritorni

Victor Erice ritorna con Close Your Eyes, film presentato quest’anno al festival di Cannes. Ritorna a distanza di 30 anni da Il sole della mela cotogna, il suo ultimo lungometraggio. E lo fa con una storia basata proprio sul ritornare.
Close your eyes si sviluppa interamente intorno a un’assenza che attende di essere rimarginata: da un ritorno, dal riapparire di un corpo, dal materializzarsi di qualcosa di familiare. Julio sarà morto in un incidente? O si tratta di suicidio? O sarà ancora vivo e avrà “semplicemente” deciso di sparire nel nulla? Close your eyes non presenta risposte, solo ipotesi, teorie del complotto e stralci di ricordi riassemblati per formare una sorta di spiegazione, di risposta pacificante.
Nemmeno la ricomparsa insperata di Julio servirà a schiarirci le idee: l’uomo che vediamo non ricorda nulla del suo passato, delle sue scelte e dei suoi legami. Ricompare sulla scena con un altro nome, datogli da qualcun altro, immerso in faccende manuali, del tutto dimentico di sé. La questione diventa ancora più complessa: l’identità si costruisce sulla memoria? E quanto diventa fragile quest’identità quando la memoria di un’intera vita può essere spazzata via in un secondo? Che ruolo possono avere le immagini in questo processo?
La terza questione è quella che più interessa Erice: attraverso i frammenti del film “che non è mai esistito”, mostra l’ostinata caparbietà della vita che resiste. Oggetti insignificanti come una fotografia e la pedina di un re rubate dal set diventano schegge sopravvissute di un’identità in frantumi, briciole di ricordo che permettono la ricostruzione parziale della vita di un uomo, la testimonianza muta e potente di qualcosa che sopravvive alla labilità della memoria.
Close your eyes e il cinema come ectoplasma

La storia raccontata da Close your eyes è una vicenda fatta di vuoti che si fanno voragine, di sottrazioni e di lacune, di fantasmi che ritornano, fanno un giro e se ne vanno di nuovo. Ma è soprattutto una storia che parla di cinema come entità spettrale, un ectoplasma in grado di far rivivere ciò che non c’è più, di dare un’illusione di corporeità a ciò che non è più visibile in altro modo. Attraverso questa storia di fantasmi redivivi e di perdite irrecuperabili, denuncia la fragilità delle immagini, il loro dover sottostare alle regole del tempo proprio come gli esseri umani, la loro incapacità di catturare e trattenere la vita, di sublimarla e renderla eterna.
Ma al tempo stesso ne rivela la potenza inespressa, quella che quando si sprigiona costringe a chiudere gli occhi e a rifugiarci nel buio: un’oscurità dove le immagini rimangono impresse, la stessa oscurità necessaria per l’esistenza stessa di quei fotogrammi. In sostanza, il cinema non ci renderà eterni, ma forse ci può far rimanere ancora per un po’.
Close your eyes si costruisce lentamente e prepara il suo epilogo attraverso un’inanellamento di immagini chiare, limpide e ordinate. Non ci sono più miracoli al cinema da quando è morto Dreyer: ma nonostante tutto, Victor Erice mostra ancora fiducia nella potenzialità rievocativa e costruttiva delle immagini, nonostante la loro labilità.
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