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Marty Supreme, una scalata verso il fallimento

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8 minuti di lettura

Marty Supreme di Josh Safdie non parla di successo, ma di fede: è il racconto su chi crede ciecamente nel mito capitalista del successo, nel sogno americano, nel farcela con le proprie forze e nel raggiungere l’obiettivo passando sopra tutto e tutti. 

Marty Supreme (Timothée Chalamet) che gioca a ping pong in un locale notturno, insieme a tante persone.

Accompagnato da una massiccia e pervasiva campagna di marketing sostenuta tutta da un Timothée Chalamet che durante il tour promozionale ha giocato con i confini tra realtà e finzione, attore e personaggio, Marty Supreme punta con la stessa ambizione del suo protagonista a essere un’epopea sulla figura tragica e ridicola del sognatore corrotto dalla cultura statunitense del successo a tutti i costi. Ma il suo protagonista non riesce del tutto a reggere questo impianto narrativo di così ampio respiro, finendo per incarnare una parabola del fallimento già vista e di cui Safdie stesso, insieme al fratello Benny, si è fatto cantore in modo ben più incisivo con i suoi primi lavori.

Marty Supreme, il ping pong, l’America

Primo piano di Marty Supreme sorridente, seduto su un letto in una camera, con in mano la cornetta del telefono.

Tutto questo è finto, è una recita, quello che vedrete là sopra è un personaggio, non sono veramente io. Sono le parole di Marty Mauser prima di una partita programmata in cui deve interpretare la parte del perdente. Ma Marty non è capace di essere un perdente, nemmeno per scherzo, nemmeno per finta: è nato per essere un vincitore e per dimostrarlo a tutto il mondo, è destinato ad essere il volto americano del ping pong, il campione assoluto. 

Il Marty Supreme di Timothée Chalamet si muove per il mondo con una fede incrollabile nella sua missione: lui ha un obiettivo da raggiungere ad ogni costo, essere campione mondiale di ping pong, diventare colui che renderà popolare la disciplina negli Stati Uniti. Ma le circostanze lo smentiscono costantemente: inanella un errore dopo l’altro distruggendol le vite di chi gli sta intorno, sfrutta chiunque ma rimanendo sempre con un pugno di mosche in mano, ma questa serie di fallimenti non lo scalfiscono. 

Una fede implacabile in sé stesso che si traduce in una continua performance: Marty si muove in un mondo fatto di finzioni dove tutti sono impegnati a interpretare una parte: dalla madre all’amante, dallo zio al facoltoso uomo di potere fino a sua moglie, grande attrice ritirata dalle scene.

Per districarsi in questa rete di illusioni anche Marty deve costruirsi un’immagine per andare avanti, e sceglie quella del ragazzo impulsivo e arrogante, ma spontaneo e senza peli sulla lingua. Ma anche quest’identità apparentemente non filtrata è un’illusione, frutto delle menzogne che Marty racconta a sé stesso per poi propinarle agli altri: ma la differenza cruciale è che alla fine rimane l’unico a credere alle sue stesse bugie.

Marty Supreme gioca sulla voragine che divide realtà e percezione, sull’immagine di un uomo patetico così accecato dalla sua mania di rivalsa da ignorare ogni contraddizione in cui finisce inevitabilmente per cadere: anche quando si ritrova a sconfessare i propri principi fondamentali cedendo a ogni compromesso rimane impassibile, convinto della necessità di raggiungere l’obiettivo ultimo.

La sua fede cieca nell’autorealizzazione personale che lo trascinerà fuori dall’anonimato diventa una forza distruttiva che investe le vite di chiunque incontra: ma è una distruzione senza un vero peso specifico, una fiamma flebile che provoca qualche ustione più che un incendio capace di radere al suolo il mito dell’hustler statunitense.

Il caos disperso di Marty Supreme

Marty Supreme nell'omonimo film corre per strada con la camicia aperta.

Quella scarica elettrica di angoscia e adrenalina che è la cifra dei primi Safdie diventa una luce al neon che si accende a intermittenza: i 150 minuti di Marty Supreme sono scanditi da occasionali scintille di caos che si spengono subito in una lunga e agonizzante odissea di errori senza rischio e di mezze conquiste smorzate. 

Da Good Time a Uncut Gems, i personaggi dei Safdie sono sempre stati degli inetti urbani che all’inazione e all’immobilismo sostituiscono un movimento forsennato e senza direzione. Guidati da una fame viscerale e diretti verso la conquista di un successo indefinito da ottenere ad ogni costo, vivono costantemente con l’acqua alla gola, andando avanti accumulando un disastro dopo l’altro in una sfibrante condizione di rischio perenne ed estremo che angoscia loro, ma soprattutto noi che li guardiamo. 

In Marty Supreme quella voracità e l’angoscia costante di raggiungere il traguardo sembrano posticci, imperativi calati dall’alto i cui fili di sceneggiatura che li muovono sono fin troppo visibili. Marty dice di dover essere un campione di ping-pong, di non essere nemmeno capace di contemplare un’alternativa diversa o la possibilità del fallimento, di essere disposto a tutto pur di raggiungere l’obiettivo, e in un certo senso lo dimostra anche con le azioni: ma non rischia mai davvero, anche quando sembra essere sull’orlo del precipizio. 

Marty Supreme vuole costruire un protagonista egoista, narcisista e megalomane offuscato dalle sue stesse manie di grandezza, il simbolo della marcescenza del sogno americano, ma non ha il coraggio di affilare la lama e di demolire davvero il suo personaggio: Marty perde costantemente, ma non perde mai davvero, e quel rischio che è la cifra narrativa ed estetica dei Safdie rimane sempre contenuto, ben attento a non straripare al di fuori del perimetro della storia. 

Il controllo non viene mai perso del tutto, la lama non va mai davvero a fondo, e questa titubanza a mettere in scena il fallimento nella sua dimensione più brutale preclude Marty Supreme dall’olimpo dei grandi personaggi contemporanei, degli underdog che non hanno paura di annegare nelle loro ossessioni, i cui naufragi tragici, ridicoli e spesso vani sono stati tali da diventare piccoli miti.

Anche quando gli eventi sembrano sfuggire di mano la situazione finisce per riarticolarsi e riassestarsi in una calcolata precarietà dosata con il contagocce, ben lontana dalla spirale frenetica in cui si affannavano gli altri underdog safdiani. Quello che rimane è una recita, un personaggio scarno che si muove all’interno di un rischio calcolato, in una scalata verso il successo e una caduta nell’ordinario senza troppe sorprese, senza scintille e senza sangue.


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Classe 1999, una delle tante fuorisede in terra sabauda. Riguardo periodicamente "Matrimonio all'italiana" e il mio cuore è diviso tra Godard e Varda. Studio al CAM e scrivo frammenti sparsi in giro per il mondo.

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