“Evolvendosi, il talento mi ha reso incapace di vivere. E così, nell’illusione di creare me stesso, ho creato solo quello che sentivo e in cui riuscivo a credere”.
Fiocchi di neve cadono nel buio e avvolgono con silenziosa violenza le ruote e i vetri dei finestrini di un treno. Un uomo solo – con una valigia, molti pensieri, moltissimi ricordi – sale sul treno, prende posto all’interno di un vagone solitario, guarda attorno a sé, guarda dentro di sé. È l’8 dicembre 1934, il treno è diretto a Stoccolma, l’uomo è Luigi Pirandello. Così inizia Eterno visionario, film scritto e diretto da Michele Placido, prodotto da Rai Cinema, Goldenart Production e GapBuster, in uscita nelle sale il 7 novembre 2024.
Eterno visionario è costruito su un’unica linea narrativa – il viaggio in treno compiuto da Pirandello per giungere a Stoccolma e prendere parte alla cerimonia di assegnazione del Premio Nobel per la letteratura -, nella quale sono incastonati i ricordi, i pensieri e i tormenti dello scrittore, i quali prendono vita attraverso numerosi e intensi flashback. Eterno visionario si presenta come un film biografico, che risponde a uno specifico interrogativo: è possibile raccontare la vita di Pirandello? Se la letteratura e la vita sono in un continuo ed eterno dialogo, se la vita diventa letteratura e la letteratura prende vita, è possibile scandagliarle entrambe? Cosa accade quando il cinema si inserisce nella relazione simbiotica tra vita e letteratura?
Eterno visionario, la famiglia allo specchio

L’Eterno visionario è Luigi Pirandello, ma visionaria è anche la moglie Antonietta Portulano ed eterno è l’amore per i figli Stefano, Fausto e Lietta e per l’attrice Marta Abba. Sin dalle prime inquadrature, è evidente quanto la dimensione famigliare costituisca il principale e primario serbatoio artistico dello scrittore e quanto proprio essa stessa consenta a Pirandello di tracciare una sismografia dell’esistenza. Pirandello scrive perché scrivere significa ruotare attorno a un groviglio di oggetti in cui si coagula una vita che non riesce a essere se stessa, fuggire dall’ossessione, “dimenticare di essere nati” – come rivela lo scrittore, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, al figlio Stefano (Giancarlo Commare), in una scena di Eterno visionario.
Stefano è il figlio perfetto, è la spalla su cui piangere, è il braccio a cui aggrapparsi. Accompagna il padre ovunque, gli è accanto durante le prove sul palcoscenico e dietro le quinte; è presente quando Pirandello incontra per la prima volta Marta Abba e quando il pubblico, infastidito, rumoreggia durante la prima dei Sei personaggi in cerca di autore al Teatro Valle di Roma, nel 1921. Alla maniera di un segretario, Stefano è al servizio del padre, gli porge la mano senza chiedere nulla, solo un po’ di amore.
Fausto è sempre in fuga: scappa dalle inquadrature così come scappa dalla famiglia, o forse solo dalla vita. Scappa quando la madre urla mentre tutti mangiano, scappa quando la madre si denuda in manicomio, e infine scappa davvero per andare a vivere a Parigi e diventare un pittore.
Lietta è la figlia prediletta, la figlia amata, la figlia infelice. Non riesce a dare un nome al dolore e alla malattia della madre, si lascia spesso trascinare dalle lacrime, forse desidererebbe inconsciamente che la madre non esistesse. Quando sposa un uomo e va a vivere in Cile, perde l’amore del padre – che pure le salva la vita -, perde il primo figlio a causa di un aborto spontaneo, perde anche se stessa, o forse no: solo molti anni dopo comprende di non essere mai stata veramente viva, di essere morta quel giorno in cui tentò di togliersi la vita puntandosi alle tempie una pistola scarica.
Marta Abba è, agli occhi di Pirandello, una seconda moglie o una quarta figlia. È l’eterna musa, l’incarnazione dell’amore platonico, del talento, della bellezza. Lo salva dal grigiore famigliare e dall’assuefazione emotiva, gli dona o gli restituisce vita; si lascia amare da lontano, con gli occhi chiusi, come vediamo chiaramente in Eterno visionario.
Tra follia e smarginatura: il personaggio di Antonietta nell’Eterno visionario

Infine c’è Antonietta – interpretata in Eterno visionario da Valeria Bruni Tedeschi, alle prese con un ruolo simile già ne La pazza gioia – , la moglie, affetta da un delirio paranoide, che le trasforma il volto e le trasfigura gli occhi, rendendola folle agli occhi degli altri. La sua violenza è quella di una scheggia di vetro che cade per terra senza spezzarsi, quella del ramo di un albero che resta incastrato in una porta, quella di una lama capace solo di solleticare il dolore. Tutta la tragedia si compie nei suoi pensieri, non nelle sue azioni.
La follia della donna, mostrata in Eterno visionario, è la follia di Enrico IV – protagonista dell’omonima tragedia in 3 atti -, di Vitangelo Moscarda (Uno, nessuno e centomila), del protagonista della novella La carriola. Costui si concede “d’esser pazzo, d’esser pazzo per un attimo solo, d’uscire per un attimo solo dalla prigione di questa forma morta, di distruggere, d’annientare per un attimo solo, beffardamente, questa sapienza, questa dignità”.
Antonietta comprende, in momenti di lucidissima irrealtà, che la follia è l’unico modo per vivere possibile, che dare un nome al mondo significa smarginarsi, perdere i contorni di sé e della realtà, sentire “la testa che si scolla come carta da parati” – come scrive Elena Ferrante ne L’amica geniale: storia di chi fugge e di chi resta a proposito di un’esperienza, quella della smarginatura, che investe il personaggio di Lila. Antonietta, in Eterno visionario, addossa su di sé la condanna di vivere in un’altra realtà e credere che sia vera.
Eterno visionario, Pirandello e il cinema

Se in Eterno visionario viene posto in evidenza soprattutto il rapporto luminoso di Pirandello con il teatro – attraverso la presenza dell’attrice Marta Abba e di Massimo Bontempelli, autore del testo teatrale Nostra dea, messo in scena nel 1925 da Pirandello – il rapporto con il cinema è, invece, molto più nascosto. Questo viene delineato raccontando due eventi, che si caricano di dolore e morte: il momento in cui svanisce la possibilità di realizzazione di un film ispirato ai Sei personaggi in cerca di autore con Marta Abba e col regista tedesco Murnau; e il momento in cui Pirandello ha un malore durante le riprese del film tratto dal suo romanzo Il fu Mattia Pascal.
In questo modo, Eterno visionario riflette la relazione non idilliaca di Pirandello col cinema, che è anche, in fondo, la relazione tra letteratura e cinema. Pirandello fa parte – insieme a Bontempelli e a De Amicis – di quella prima generazione di scrittori che agli albori del ‘900 restano affascinati e al tempo stesso spaventati dal cinema, che si presenta sin da subito come una macchina in grado di produrre fantasmi.
Bontempelli lo racconta ne La mia morte civile, attraverso la storia di un attore condannato a rivivere le emozioni provate durante le riprese di un film ogni volta che quest’ultimo viene proiettato, in qualunque parte del mondo, anche in sua assenza. De Amicis ne parla invece in Cinematografo cerebrale, radiografia della mente di un uomo, i cui pensieri scorrono come immagini cinematografiche. Invece, Pirandello confessa la propria diffidenza nei confronti del cinema non all’interno di un testo narrativo, ma in un saggio del 1929, Se il film parlante abolirà il teatro:
“Il teatro intanto, così di prosa come di musica, può star tranquillo e sicuro che non sarà abolito, per questa semplicissima ragione: che non è lui, il teatro, che vuol diventare cinematografia, ma è lei, la cinematografia, che vuol diventare teatro; e la massima vittoria a cui potrà aspirare, mettendosi così più che mai sulla via del teatro, sarà quella di diventarne una copia fotografica e meccanica, più o meno cattiva, la quale naturalmente, come ogni copia, farà sempre nascere il desiderio dell’originale”.
Convinto dell’insostituibilità del teatro, Pirandello accusa il cinema di essersi messo sulla strada della letteratura e ritiene che solo quando esso si libererà della letteratura e si legherà alla musica, diventando “cinemelografia“, potrà fare la sua rivoluzione.
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