I diari di Angela – Noi due cineasti inizia con due parole, «indignazione» e «non», in cui sembra essere racchiuso il senso e il significato ultimo dell’unione artistica, cinematografica e sentimentale di Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian.
Anche (e soprattutto) per questo le prime parole che Angela Ricci Lucchi pronuncia all’inizio del primo capitolo della trilogia – «Io voglio usare il mio lavoro per esprimere la mia indignazione, la nostra indignazione» – appaiono come una dichiarazione di intenti, nascosta tra i fotogrammi e poi mostrata in un acquerello-manifesto dal titolo NON NON NON, esposto per la prima volta nel 2012 in occasione della prima retrospettiva di installazioni e di opere di Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian allestita negli spazi della Fondazione HangarBicocca di Milano:
non-politico
non-estetico
non-educativo
non-progressivo
non-co-operativo
non-etico
non-coerente
contemporaneo
All’origine della sperimentazione artistica di Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian c’è il contemporaneo. Un contemporaneo che procede per negazioni, per assenze, per cancellature. Un contemporaneo che nasce a partire da ciò che non c’è, da ciò che c’era un tempo e che ora ha smesso di esserci: tutto ciò che non è politico, estetico, educativo, progressivo, cooperativo, etico, coerente è contemporaneo. È contemporaneo tutto ciò che non è.
I diari di Angela – Noi due cineasti, disarchiviare le immagini per farle rivivere

I diari di Angela – Noi due cineasti non è solo un documentario e non è solo un film, perché si muove liberamente tra le categorie del film d’archivio e del documentario-diario, descritto da Marco Bertozzi come l’unica delle tre tipologie di documentario che caratterizzano il cinema degli anni zero in cui «prevale l’intenzione dell’autore di muovere da un’esperienza autobiografica, viaggio, memoria familiare o comunque rilettura decisamente personalizzata del mondo intorno a sé»1.
È in questa dimensione che I diari di Angela – Noi due cineasti assume la forma di un diario filmato, di un memoir cinematografico, di una trilogia sull’assenza, di una lunga lettera d’amore e d’addio in tre capitoli che Yervant Gianikian scrive ad Angela Ricci Lucchi, sua compagna di vita e d’arte.
Angela Ricci Lucchi muore il 28 febbraio 2018. Circa sei mesi dopo Yervant Gianikian presenta alla 75^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il primo capitolo della trilogia I diari di Angela – Noi due cineasti, definendolo «un disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere».
Al primo capitolo ne seguono altri due, realizzati nel 2019 e nel 2025, rispettivamente un anno e sette anni dopo la morte di Angela Ricci Lucchi, e accade qualcosa che neanche Yervant Gianikian aveva immaginato: «Non avevo idea che tanti film privati sarebbero diventati poi un unico corpo, e che il nostro diario parallelo filmico e scritto si sarebbe sincronizzato con tanta precisione».
I diari di Angela – Noi due cineasti ha origine, dunque, da un atto di disarchiviazione: disarchiviare i filmini privati, le fotografie, gli acquerelli e i diari per farli rivivere e per far vivere ancora Angela attraverso la pellicola, attraverso i margini.
Un atto che chiama in causa ciò che Jacques Derrida scrive all’interno di Mal d’archivio, quando afferma che la parola «archivio» contiene in sé la parola greca «ᾰ̓ρχή», che significa «inizio, cominciamento» ma anche «comando», e che l’archivio è tirannico perché chiude le immagini, le intrappola, le imprigiona2. Da ciò deriva che l’atto di disarchiviare le immagini, l’atto di tirare fuori le immagini da un archivio, sia un atto di trasgressione.

Sulle immagini d’archivio – tratte in parte dai film girati dalla coppia dagli anni Settanta in poi e in parte dai filmini privati amatoriali che documentano i viaggi di Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian in giro per il mondo, la costruzione e la creazione dei loro film e la loro intera esistenza – si innestano le parole tratte dai diari di Angela, lette da Yervant Gianikian nel primo e nel secondo capitolo e da Lucrezia Lerro nella seconda metà del secondo e nel terzo, in cui la cronaca dei viaggi e della creazione artistica lascia spazio al racconto intimo della malattia.
Forse non è un caso che nel terzo capitolo di I diari di Angela – Noi due cineasti a interpretare le parole di Angela non sia più la voce di Yervant, ma quella di Lucrezia Lerro, quasi come se dietro questo passaggio di testimone (e di voci) possa nascondersi l’incapacità da parte di Yervant di raccontare la malattia e la morte di Angela, l’impossibilità di dirle addio. Una delle ultime pagine di diario lette dalla voce di Yervant risale, infatti, al gennaio 2016:
«Dal gennaio 2016 in questo diario che chiamo cronache voglio fermare ciò che trascorre nella nostra vita di ogni giorno, le cose ripetute di sempre: alzarsi, nutrirsi, prendere fiato, riposarsi mentre scorre la nostra incessante ricerca di arte; soprattutto fissare le piccole e grandi cose, quelle differenti sorprendenti che fanno di ogni giorno un’avventura diversa. E questo anno prescelto la nostra vita ha avuto una nuova svolta. Il tempo è diventato prezioso».
Nella scena successiva Yervant filma Angela nell’atto di raccogliere dei pomodori nell’orto della loro casa a Pavo. Angela cammina a malapena, si tiene in piedi mediante l’ausilio di una stampella, si volta verso Yervant per chiedergli di aiutarla con il cesto e flebilmente dice qualcosa che a primo impatto non sentiamo davvero, qualcosa cui non facciamo davvero caso: «Questo è l’ultimo raccolto».
Ovvero: questa è una delle ultime volte che Yervant e Angela trascorrono del tempo in serenità a Pavo. Ovvero, ancora: questa è una delle ultime volte che Yervant ha la possibilità di filmare Angela, di fermare il suo volto, di imprigionarla nella pellicola.
I film di Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian: tra found footage e cinema analitico

Ma chi sono Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian prima di incontrarsi?
Prima di conoscere Yervant Gianikian, Angela Ricci Lucchi studia con Oskar Kokoschka a Salisburgo e nel 1972 realizza una mostra a Ferrara, presentata da Renato Barilli. Tre anni dopo realizza un cortometraggio, Alice profumata di rosa, definito a più riprese «film profumato» perché la proiezione è accompagnata dalla diffusione di essenze aromatiche.
Nel 1976 Angela Ricci Lucchi inizia a lavorare ad un’inchiesta che ruota attorno a una domanda – «Cos’è la rosa per te?» -, cui seguono altre domande simili, semplici e al tempo stesso essenziali. Domande alle quali, tra gli altri, risponde anche Cesare Zavattini. L’inchiesta, raccolta in una scatola in lamiera zincata contenente 66 risposte di artisti e sconosciuti, viene pubblicata per le edizioni Pari & Dispari, e tra i nomi di coloro che rispondono alle domande poste da Angela c’è anche quello di Yervant Gianikian, che Angela conosce nello stesso periodo3. Non è inverosimile pensare che la relazione tra Yervant e Angela sia iniziata proprio con una domanda, con una rosa.
Prima di conoscere Angela Ricci Lucchi, Yervant Gianikian realizza delle opere con materiali ritrovati, filma gli oggetti e ne realizza dei cataloghi cinematografici. Si tratta di oggetti qualunque – nella maggior parte dei casi giocattoli e fotografie -, messi insieme secondo lo stesso principio che è alla base del film di found footage, teorizzato per la prima volta da William C. Wees come «un’opera che ricicla e ricontestualizza immagini preesistenti»4 secondo tre diversi approcci: compilation, collage e appropriation.
Un principio non molto distante da quello con cui Picasso realizza i primi collage e Kurt Schwitters, artista dadaista, dà vita ai suoi Merz, collage nati dall’assemblaggio di oggetti. Unendo la tradizione artistica di Picasso e Schwitters con quella di A movie di Bruce Conner e delle Cinepoesie del Gruppo ’70, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi realizzano film sugli oggetti.
Il primo è Erat Sora, un cortometraggio il cui titolo è tratto dall’anagramma di un poema di Ezra Pound e in cui alle riprese realizzate da Angela con una cinepresa 8mm si sovrappongono le immagini girate da Yervant.
Ciò che viene dopo è un’incessante e infinita ricerca sulla violenza del ‘900 – da Dal Polo all’Equatore (1987) a Uomini, anni, vita (1990), da Prigionieri della guerra (1995) a Inventario balcanico (2000), da Oh! Uomo (2004) a Pays Barbare (2013), da Frammenti elettrici (2001-2013) a Notes sur nos voyages en Russie 1989-1990 (2011) -, seguita da una ricerca sulla violenza della morte. Sull’ineluttabilità dell’addio. E sull’impossibilità di raccontarlo.
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- M. Bertozzi, Storia del documentario italiano. Immagini e culture dell’altro cinema, Marsilio, Venezia, 2008. ↩︎
- J. Derrida, Mal d’archivio: un’impressione freudiana, Filema, Napoli, 2005. ↩︎
- S. Toffetti, Yervant Gianikian – Angela Ricci Lucchi, hopefulmonster, Torino, 1992. ↩︎
- W. C. Wees, Recycled Images: The Arts and Politics of Found Footage Films, Anthology Film Archives, New York, 1993. ↩︎
