In una realtà come quella contemporanea – in cui gli equilibri mondiali sono sempre più fragili, in cui la verità si fa sempre più un concetto distorto e nebuloso, in cui il mondo diventa un posto sempre più oscuro e inconoscibile – i documentari rappresentano sempre più una risorsa fondamentale. Le migliori pellicole del cinema del reale, difatti, sono capaci di affrontare di petto le questioni più pressanti, più urgenti e più importanti della contemporaneità con lucidità, senza tuttavia trascurare l’aspetto puramente cinematografico.
Quest’anno in particolare è stato particolarmente ricco di documentari di livello: opere che da un lato disaminano le tematiche che animano il dibattito quotidiano – dal genocidio palestinese al razzismo sistemico negli USA, passando per la crisi della democrazia globale, le questioni ambientali, l’influenza dei linguaggi mediali e le battaglie per i diritti civili -, dall’altro sono non solo in grado di dialogare con le forme espressive del presente, ma riescono anche a superarle, andando così a cogliere un’idea di cinema sempre più sperimentale, più innovativa e più “post-cinematografica”.
In questa lista abbiamo dunque raccolto i dieci documentari più notevoli dell’anno che si sta chiudendo: film capaci di farci aprire gli occhi e la mente, di connetterci e di mettere in luce il nostro presente, di far progredire ciò che il cinema (del reale e non solo) può essere. Opere, queste, che nel loro insieme compongono un mosaico complesso, sfaccettato e articolato del mondo in cui viviamo.
NB: I film documentari nella lista non sono ordinati secondo una scala di gradimento o di valore; l’ordine è prettamente cronologico, in base alla data di uscita – al cinema o in streaming –nel nostro Paese.
No other land

Vincitore del più ipocrita premio Oscar come Miglior documentario della storia dell’Academy, No other land racconta di Yuval e Basel, due attivisti, il primo israeliano e il secondo palestinese, alle prese con l’occupazione della Cisgiordania da parte di Israele. L’intelligenza del film è quella di parlare un linguaggio semplicissimo, capace di rivolgersi anche a quei pochi che ancora dubitano della causa per la liberazione del popolo palestinese.
Senza la retorica solita di questi documentari dal forte impegno sociale, No other land risulta quasi freddamente distante dal proprio contenuto: la scelta non fa che sottolineare la violenza perpetrata dai coloni e dai militari israeliani, contrapponendovi la distaccata normalità con cui i protagonisti affrontano il pericolo e le ingiustizie. Un po’ come Benicio del Toro in Una battaglia dopo l’altra, il loro segreto è rimanere calmi ed essere persone comuni, con tutta la loro umanità e il loro buonsenso, di fronte alle atrocità degli oppressori.
Per finire, The other land rimarca il legame con la terra in maniera anche immaginifica: parla da sé l’immagine di copertina, con uno dei protagonisti sdraiato in terra, le cui forme si confondono con quel del paesaggio; per un palestinese perdere la terra è perdere il corpo. Disponibile su Wanted.
Grand Theft Hamlet

Quanto ancora il cinema potrà permettersi di ignorare le rivoluzioni audiovisive dei contenuti social e dei videogiochi? Davanti a progetti come Grand Theft Hamlet, che cammina sulla sottile linea che separa – o collega? – documentario e finzione, la domanda non trova facile risposta. Si tratta di una messa in scena teatrale dell’Amleto di Shakespeare interamente ambientata all’interno di una lobby pubblica del videogioco Grand Theft Auto Online.
Oltre alle numerosi riflessioni che il film suscita circa il periodo del COVID (nel quale è stato girato) o sulla natura della comunicazione social, pone lo spettatore davanti a un nuovo tipo di rappresentazione del reale. Come può un documentario, che per sua natura dovrebbe ritrarre il reale, essere completamente ambientato in un mondo virtuale? Se addirittura la camera con cui tutto è ripreso è essa stessa virtuale – in GTA Online è possibile fare riprese con il telefono del proprio personaggio – cosa rimane della specificità documentaristica?
Qualsiasi film interroghi lo spettatore sulla natura del proprio medium ponendo più domande di quante risposte fornisca merita di essere guardato per sbirciare sul futuro di continue contaminazioni mediatiche che attende il cinema. Disponibile su Mubi.
Fiume o morte!

Cosa ha rappresentato l’occupazione di Fiume nel 1919 per la sua città e la sua gente? In che modo D’Annunzio aleggia ancora nella Storia geografica delle sue immagini? Igor Bezinović realizza un documentario ibrido ricco di ironia e sarcasmo, in cui intervista e provina chi abita ora la città (Rijeka nell’attualità croata del nome) e lascia che siano loro, ognuno con il proprio vissuto e inclinazione, a riportare in scena in un irresistibile re-enactment la bizzarra vicenda di sedici mesi in cui il Vate ha imposto sistematicamente la sua identità, appropriandosi, per lui a buon diritto, di un territorio che poco dopo sarebbe divenuto il confine orientale dell’Italia fascista, ad anticiparne gesti e ideologie.
Accanto al materiale d’archivio, Fiume o morte! accosta multiple versioni rievocative di D’Annunzio, sghembe e creative, che corrono su Fiat Spider iper-contemporanee o si lanciano in assoli di chitarra elettrica come in un surreale e carnevalesco raduno filmico di sosia e comparse. La libera interpretazione di un copione storico già scritto, da parte di gente comune, delle più disparate appartenenze sociali, garantisce un approccio partecipato e comunitario dei conquistati, punk fino al midollo, che, rivendicandone gli anacronismi, osservano la memoria collettiva di un luogo ri-accadere come in una satirica performance. In questo modo il cinema esorcizza un reale rimosso più attuale che mai. Disponibile su Wanted.
Colonna sonora per un colpo di stato

Nikita Chruščëv suona le percussioni con le sue scarpe nelle aule dell’ONU, Louis Armstrong atterra a Leopoldville per distrarre i Congolesi dall’imminente colpo di stato, la musica afroamericana combatte contro la segregazione negli Stati Uniti. Il jazz è stato compagno privilegiato della politica per decenni e il suo ruolo come strumento culturale del potere è conclamato. Musica per liberare e musica per schiavizzare sono il soggetto del mastodontico Colonna sonora per un colpo di stato, due ore e mezza di forsennato montaggio fra colpi di stato, ingerenze politiche della CIA e musica jazz negli anni Sessanta.
Il regista Johan Grimonprez tesse una fitta rete di collegamenti da un materiale d’archivio all’altro senza mai ricorrere all’uso della narrazione e affidandosi in toto al senso creato dal montaggio: immagini e musica dialogano nel ripercorrere alcuni degli anni più tumultuosi del secondo dopoguerra, passando con disinvoltura da un’esibizione di Dizzy Gillespie all’assassinio di Patrice Lumumba.
La forza del documentario sta proprio nell’aver trasformato il proprio contenuto nella sua stessa forma: più che di montaggio tradizionale si potrebbe parlare di una ricchissima sessione di free jazz cinematografico, con assoli di tromba – lunghe sequenze di rapidi montaggi di immagini in libera associazione –, lamentosi canti – le sequenze più politiche e drammatiche, senza tagli – e ripide scale musicali e visive. Disponibile su Prime Video e su IWonderFull.
Apocalisse nei Tropici

Dopo il successo di Democrazia al Limite del 2020, la regista di documentari Petra Costa torna a parlare del suo Paese, il Brasile, mappando l’ascesa di un sempre più influente potere della religione sulla situazione politica dello Stato: Costa segue non solo alcune delle figure più importanti della politica brasiliana – come il presidente Luiz Inácio Lula da Silva e l’ex-presidente Jair Bolsonaro – ma anche il più famoso telepredicatore brasiliano, Silas Malafaia, invischiato apertamente con gli ambienti di estrema destra brasiliana.
In Apocalisse nei Tropici Petra Costa continua la sua disamina della crisi della democrazia aggiornando tale riflessione all’ascesa dell’influenza religiosa legata agli ambienti filo-fascisti. Attraverso uno sguardo critico e una confezione pulita (sia pur convenzionale) nella messinscena, la regista inquadra con grande precisione, arguzia e intelligenza lo sviluppo teocratico della democrazia brasiliana e lo stallo sempre maggiore delle istanze democratiche – fenomeni, questi, che non possono non risuonare anche al di fuori del contesto brasiliano, in una visione che si rende necessaria per l’Occidente tutto data la sua acutezza e lungimiranza. Disponibile su Netflix.
Eight Postcards from Utopia

Un archivio sconfinato di pubblicità televisive della Romania post-socialista si rincorrono in poco più di un’ora in un satirico gioco di giustapposizioni visuali, tra promesse di soldi facili e rapidi, feticci, gingilli e brand occidentali. Il filosofo Christian Ferencz-Flatz e l’iconoclasta regista Radu Jude lavorano come archeologi dissacranti dell’immagine, riesumano reliquie kitsch e scarti miserabili della società di consumo rumena post-rivoluzione, per farli scontrare a morte dentro lo stesso anarchico contenitore cinematografico, come farebbe Enrico Ghezzi smontandoli e rimontandoli nei suoi frammenti disomogenei e ri-significanti, riscrivendone la storia e l’evoluzione iconografica (a cui Jude si è già dedicato con precedenti lavori).
Eight Postcards from Utopia mostra l’eredità visiva di chi dopo la caduta di Ceaușescu rimane disorientato e idealizza il capitalismo in cerca di un nuovo regime da cui essere sedotto, un’industria di immagini commerciali che vende maldestramente futuro e passato, ma con altrettanta goffaggine nasconde il presente politico dentro le imperfezioni analogiche di uno spot disturbato e per sempre degradato. Opera caotica e irriverente di otto capitoli e un epilogo ri-organizzati secondo diversi tipi di logica interna, solo in apparenza collage documentaristico di found footage non-lineare, Jude e Ferencz-Flatz mettono in moto più verosimilmente un blob di quella materia grigia (o nera?) che chiamiamo filmati, assolti nel filtro inverosimile dell’inoffensività. Disponibile su MUBI.
Pomeriggi di solitudine

Il primo documentario ufficiale di Albert Serra, radicale artista visivo catalano, è ancora una volta un esperimento visionario di cinema esposto, reale antropologico in forma di performance, che usa e confonde senza futili biografismi il ritratto del carismatico torero Andrés Roca Rey per raccontare della nostra connivenza di sguardo, dello sfilarsi dei limiti morali di fronte all’esaltazione euforica ed erotica dello spettacolo. La corrida si trasforma in un evento rituale reiterato a memoria fin dalla sua fondazione, con il segno della croce che ne apre e ne chiude l’oscena liturgia.
Pomeriggi di solitudine contiene i tipici universi storici di Serra, rarefatti e in via di dissoluzione, popolati da eroi stanchi e annoiati, archetipi viziosi traditi dalle loro stesse agiografie. Così Roca Rey assomiglia più a un Messia bestiale glorificato dal sangue di altri, circondato solo in apparenza da devoti apostoli adoranti che lo vestono e lo svestono con ripetitività del suo attillato e luccicante traje de luces, mentre dall’altro lato, sulle tribune, fedeli lasciati fuori campo lo acclamano bramandone il sacrificio agonizzante. In maniera ricorrente un toro ci guarda dritto in macchina, sa di essere guardato, rimane il dubbio di cosa sappiamo noi del nostro sguardo.
Sotto le nuvole

Dopo il Grande Raccordo Anulare, l’isola di Lampedusa, la terra di confine tra Siria, Iraq, Kurdistan e Libano, il pluripremiato documentarista italiano Gianfranco Rosi dedica un ritratto alla città meridionale per eccellenza, Napoli: città fatta di uomini semplici, lavoratori onesti dallo spirito inconfondibilmente partenopeo su cui incombe la spada di Damocle del Vesuvio, simbolo della fragilità della vita e della società umana.
Sotto le nuvole, insignito del Premio Speciale della Giuria alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, è probabilmente il suo film migliore: un’opera capace di coniugare l’approccio osservazionale a una costruzione narrativa e d’immagine al tempo stesso lirica e ironica, in cui l’estesismo tipico del regista – ben emblematizzato dal bianco e nero pulito con cui il film è girato – si traduce in un’espediente capace di restituire il senso di eternità delle questioni affrontate da Rosi. Un’opera capace di guardare alla realtà e di riflettere al tempo stesso su grandi questioni metafisiche: solo un grande autore di documentari riesce ad arrivare a questo risultato.
The Perfect Neighbor – La vicina perfetta

Giugno 2023, Ocala (Florida): i centralini del 911 ricevono insistenti telefonate da una donna bianca di 59 anni che lamenta gli schiamazzi dei bambini (perlopiù afrodiscendenti) nella strada adiacente la sua abitazione. Lo scontro tra questa donna e la sua vicina, madre di uno dei ragazzi “molesti”, precipiterà molto velocemente in una tragedia inutile e dolorosa.
The Perfect Neighbor – La vicina perfetta inquadra con lucidità le tensioni razziali e la violenza (quasi) legittimata dallo Stato e dal Secondo emendamento. L’ultima fatica della documentarista Geeta Gandbhir, però, non è uno dei classici documentari true crime: attraverso la scelta radicale di utilizzare nel film solo le immagini provenienti da bodycam e da telecamere a circuito chiuso della polizia, The Perfect Neighbour non solo teorizza un nuovo modo di pensare e raccontare il genere del true crime, ma si mette in dialogo con forme del visuale inedite al cinema ma capaci di cogliere con maggiore puntualità la realtà. Il risultato è un film davvero inconsueto e radicale nel cogliere e riflettere sulla realtà. Disponibile su Netflix.
The Encampments – Gli Accampamenti

Di tutta questa selezione dei migliori documentari del 2025 The Encampments – Gli Accampamenti è certamente quello più “tradizionale” nella forma: inquadrature a mezzo busto di persone sedute per essere intervistate, alternate a filmati d’archivio con narrazione delle suddette in sovrimpressione. Il valore sta tutto nel contenuto: il documentario racconta delle settimane di protesta che all’inizio del 2024 hanno paralizzato prima le università statunitensi e poi quelle di mezzo mondo in solidarietà con la causa del popolo palestinese e contro il coinvolgimento delle istituzioni nel genocidio israeliano.
Oltre ad essere racconto del senso di comunità nato in quei giorni, The Encampments – Gli Accampamenti è anche un dettagliato resoconto della repressione subita dagli studenti e dal personale che hanno protestato; la visione è consigliata in coppia con un grande classico del cinema documentario: At Berkeley (2014) del grande autore di documentari Frederick Wiseman è uno dei più complessi ritratti delle istituzioni sulle quali si fondano le democrazie occidentali mai girati, ed è l’altra faccia della medaglia di The Encampments; se il secondo si occupa del punto di vista degli studenti, il primo consente di osservare le decisioni prese nelle stanze di potere degli atenei, mostrandone la logica meccanica e impersonale.
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