«Notturno»: viaggio nel Medio Oriente ferito | Venezia77

Nel 2013 il suo Sacro GRA fu il primo documentario nella storia della Mostra ad aggiudicarsi il Leone d’Oro. Quest’anno, Gianfranco Rosi torna al Lido, ancora in Concorso, con Notturno, già selezionato per altri due Festival imminenti: Toronto e New York.

La normalità nella devastazione

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Notturno nasce da un viaggio lungo tre anni nei territori di confine fra Iraq, Kurdistan, Siria e Libano: zone martoriate da guerre intestine, regimi dittatoriali e conflitti sanguinari. Il film di Rosi, però, non è un documentario sulla guerra combattuta al fronte. Ad interessare il regista sono le storie di chi, in tale scenario infernale, vive la propria normalità. Così una coppia di innamorati conversa su un tetto; un bambino va in cerca di un lavoro per dare da mangiare ai fratelli più piccoli; un cacciatore di frodo aspetta la notte per andare in cerca di selvaggina. Sullo sfondo, le rovine di intere città rase al suolo, i pianti delle madri, lo scoppiettio degli spari; in primo piano, i volti, la quotidianità, la resilienza.

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Notturno” perché la guerra porta in questi territori una notte che sembra non finire mai. Ma i protagonisti di Rosi, esempi di come nell’essere umano risieda una forza – ossimoricamente – disumana, hanno imparato a vedere anche al buio.

“Notturno” perché gran parte dell’Occidente giace nel buio dell’ignoranza riguardo ai conflitti in Medio Oriente, alle loro cause, modalità e conseguenze. Aspetti che però Rosi decide di non indagare. Il film, infatti, non è tanto didattico quanto educativo. Allo spettatore vengono mostrati frammenti di vite che poco insegnano sulle questioni politiche, ma che offrono uno squarcio di intatta verità su ciò che significa vivere in un paese in guerra.

L’universalità del dolore

In Notturno non vi sono didascalie né altro artificio (fatta eccezione per qualche bandiera) che rendano possibile una collocazione spaziale o temporale di ciò che viene mostrato, cosicché non è mai chiaro dove ci si trovi e in quale preciso momento. Questo crea una sensazione di unità tra le varie storie e tra i loro protagonisti. I confini, causa di odio, scontri e morte, non vengono contemplati dalla narrazione di Rosi e persone che la guerra vorrebbe lontane e nemiche si scoprono uguali, accomunate da un dramma che non conosce frontiere.

Rosi: osservatore silenzioso

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A differenza di molti altri documentaristi, Rosi non pone domande. Egli osserva senza intervenire, di modo che ciò che viene filmato assomigli il più possibile alla realtà delle cose. Tale stile si adatta perfettamente a un film come Notturno, che ha nella cattura della quotidianità il fulcro della narrazione.

La normalità dei protagonisti del documentario di Rosi è fatta di silenzi che, uniti a quello del regista, rendono Notturno un film quasi muto. Più che essere al cinema, lo spettatore ha spesso la sensazione di trovarsi ad una mostra fotografica. Infatti, il lavoro sull’immagine è millimetrico: ogni inquadratura è studiata nel più minimo dettaglio e luci e simmetrie hanno il chiaro intento di ammaliare il pubblico; ma, forse, anche quello di far vedere che può esistere la bellezza persino in luoghi in cui essa sembra proibita.

Tuttavia, è quando alle immagini si cuciono i racconti che il documentario riesce davvero ad emozionare, come quando un bambino balbuziente spiega alla telecamera alcuni dei suoi disegni, nei quali il nero delle divise dell’Isis si mischia al rosso del sangue delle loro vittime e al blu delle lacrime di chi assiste a scene che resteranno impresse in loro per sempre.

«Notturno», un film che divide

Notturno è un film destinato a dividere il pubblico, col riproporsi di una critica che già era stata mossa al regista in occasione dei suoi lavori precedenti: un’eccessiva attenzione all’estetica a discapito della naturalezza del contenuto o, addirittura, in contrasto con la sua drammaticità.

Rimane il fatto che Rosi sia un artista che si dona completamente ai propri progetti, una passione che trasuda da ogni fotogramma.


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Cristina Sivieri

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