Lo chiamavano Jeeg Robot

Lo chiamavano Jeeg Robot, il film di supereroi all’italiana

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12 minuti di lettura

Lo chiamavano Jeeg Robot, uscito nel 2015, è appena tornato al cinema, un’occasione per riguardare e ricordare un film che, oltre a essere il vero film di supereroi italiano, è anche uno dei più importanti e significativi degli ultimi anni. Le radici affondano in un amore per i fumetti e lo sguardo verso il cinema americano, ma Lo chiamavano Jeeg Robot è un film estremamente italiano, e, almeno per questa volta, non è un male.

I precedenti

I germi di Lo chiamavano Jeeg Robot si possono già vedere nei due corti realizzati precedentemente da Mainetti, Basette del 2008 e Tiger boy del 2012. Basette è un corto liberamente ispirato a Lupin III e conta la presenza di Valerio Mastandrea (Lupin), Marco Giallini (il miglior Jigen della storia), Daniele Liotti (Goemon) Flavio Insinna (Zenigata) e Luisa Ranieri (Fujico), attesta la passione per gli anime di Mainetti e mostra già la voglia di rileggere certe storie alla luce della tradizione italiana, inserire elementi codificati del genere in un territorio considerato estraneo, attraverso un’operazione sapiente di rilettura che risulta, alla fine, coerente in maniera perfetta.

Tiger boy porta la storia di Matteo, bambino di nove anni, che si fabbrica la maschera del suo eroe, il wrestler romano Il tigre, e la indossa costantemente, senza mai togliersela; capiremo poi quanto la maschera sia per Matteo il simbolo di qualcos’altro e gli serva per trasformarsi in un supereroe.

Nel corto c’è un elemento fondamentale che ritornerà anche in Lo chiamavano Jeeg Robot: l’inserimento da parte di Mainetti di un elemento disturbante, il racconto dello squallore, della bassezza, del brutto, senza edulcorazioni, con una sincerità e un realismo sconcertanti, ma che conferiscono a queste storie la profondità che avevano bisogno per non scadere nella banalità. Banali non lo sono affatto e segnano un percorso che verrà confermato con i lungometraggi, in cui la fantasia incontra la realtà, o meglio il realismo.

Lo chiamavano Jeeg Robot, un supereroe tutto italiano

Lo chiamavano Jeeg Robot, i protagonisti Claudio Santamaria (Enzo) e Ilenia Pastorelli (Alessia) sul divano.

Lo chiamavano Jeeg Robot potrebbe essere definito come una origin story, racconta, infatti, cosa succede a Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) dopo che acquisisce superpoteri entrando in contatto con sostanze radioattive nel Tevere. Enzo è un emarginato, un piccolo criminale della provincia romana che delinque per sopravvivere e la cui unica aspirazione è quella di essere lasciato in pace, a condurre la propria vita indisturbato, isolato da tutti, mangiando solo budini alla crema e guardando solo film porno.

Un ritratto di una vita squallida, come squallido e misero risulta essere Enzo, incapace di instaurare un qualsiasi rapporto, soprattutto con una donna. Ed è proprio una donna, Alessia (Ilenia Pastorelli) a “trasformarlo” in Jeeg Robot. Alessia, come Enzo, è una ragazza isolata dalla società, con problemi mentali e vittima di violenze sessuali, fissata con l’anime di Gō Nagai, che si lega a Enzo e in lui rivede Hiroshi Shiba, Jeeg Robot d’acciaio. Sarà il rapporto controverso e malato, ma anche semplice e malinconico tra i due a far diventare Enzo il supereroe che Alessia credeva che fosse.

Che cos’è un eroe? Un individuo di grande talento e straordinario coraggio, che sa scegliere il bene al posto del male, che sacrifica se stesso per salvare gli altri, ma soprattutto agisce quando ha tutto da perdere e nulla da guadagnare

La prima particolarità del supereroe di Mainetti è che è del tutto estraneo ai supereroi classici; solitamente i supereroi possiedono poteri speciali ma a loro sono attribuiti anche valori positivi e per questo si contrappongono ai cattivi che, al contrario, incarnano il male assoluto. Lo scontro codificato è proprio quello tra bene e male. In Lo chiamavano Jeeg Robot questo elemento non c’è, o meglio compare solo alla fine, quando la storia volge al termine.

Enzo, infatti, è lui stesso un delinquente, non malvagio ma comunque dedito a piccoli crimini, ma soprattutto caratterizzato da qualità che normalmente non sono accostate a un protagonista positivo, è un uomo inutile e gretto, le cui caratteristiche negative non possiedono nemmeno quel fascino negativo che avvolge gli antieroi che popolano tanto cinema americano da Tony Soprano in avanti.

La sua evoluzione, come nel racconto più stereotipato, è affidata a una donna. In questo Mainetti riprende le convenzioni dei fumetti e cinecomics e relega il ruolo di Alessia a puro motore per la trasformazione, la crescita di Enzo. È possibile riconoscere il trope Women in Refrigerators, cioè della donna nel frigorifero, tendenza che vede il personaggio femminile diventare vittima di omicidio o violenza, avvenimento che ha la sola funzione di generare l’evoluzione del protagonista maschile. Quest’ultimo compie, quindi, una maturazione, mentre il personaggio femminile non ha un proprio arco narrativo ed è ridotta a semplice espediente narrativo in funzione dell’uomo. Enzo, grazie alla purezza di Alessia, diventa Hiroshi Shiba.

Lo chiamavano Jeeg Robot, il villain di Luca Marinelli

Luca Marinelli è lo Zingaro in Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti.

Ma come in tutte le storie supereroistiche che si rispettino, a ogni supereroe corrisponde un supercattivo, e Mainetti non delude presentando lo Zingaro di Luca Marinelli, la vera star di questa storia, come lui avrebbe voluto essere ricordato. Se Enzo è dimesso, senza iniziativa, abbandonato alla vita, il suo contraltare, Fabio Cannizzaro, detto lo Zingaro, è esagitato, desidera la fama aspirando a diventare un personaggio mediatico, una star di YouTube. Lo Zingaro è un nemico tutto italiano, provinciale, invischiato con la mafia e criminali di bassa lega, appassionato di musica italiana anni 80 tutta al femminile, aspira a essere famoso ed è disposto a tutto per esserlo.

Io vojo fa’ ‘r botto. Vojo che ‘a gente se piega a pecoroni quanno me ‘ncontra pe’ salutamme, così je posso piscia’ ‘n testa.

L’uso indiscriminato della violenza per ottenere riconoscimento e rispetto caratterizza ogni sua azione: tutto diventa una coreografia da lui architettata, la cui colonna sonora è offerta dalle canzoni di Anna Oxa, Loredana Bertè e Nada. È un personaggio talmente sopra le righe che rischiava di trasformarsi in una semplice macchietta, uno di quei caratteri che funzionano perfettamente all’interno di un fumetto ma che perdono credibilità quando vengono trasposti in un contesto realistico.

Tuttavia Luca Marinelli riesce in qualcosa di unico: infonde allo Zingaro una follia esibita ma anche una motivazione concreta e plausibile, trasformandolo in un’icona. Così anche una scena folle, come l’uccisione dei mafiosi accompagnata musicalmente da Ti stringerò di Nada, finisce per risultare credibile all’interno della narrazione.

Mo me dovete ascortà tutti, perché tutti ’o dovranno sapè, pure i sanpietrini. In questi anni m’avete ignorato, calpestato, carcerato dentro a quer canile de merda ’n mezzo a ’e cimici e a ’e zecche, e mo basta: mo cambia ’a musica. È arrivato er momento de fa’ er botto più grosso de tutti i botti che ve potete immaginà. Stay tuned

Una nota a margine: nel 2015 Luca Marinelli interpreta lo Zingaro in Lo chiamavano Jeeg Robot e Cesare in Non essere cattivo di Claudio Caligari, due personaggi che gli permettono di imporsi definitivamente sulla scena del cinema italiano contemporaneo.

Il realismo italiano in Lo chiamavano Jeeg Robot e Non essere cattivo

 nel 2015 Luca Marinelli interpreta lo Zingaro in Lo chiamavano Jeeg Robot e Cesare in Non essere cattivo di Claudio Caligari, due personaggi che gli permettono di imporsi definitivamente sulla scena del cinema italiano contemporaneo.

E proprio con Non essere cattivo, ultimo film del compianto Claudio Caligari, Lo chiamavano Jeeg Robot ha molto in comune per quanto riguarda la narrazione di una realtà tutta italiana. I due film non possono essere più diversi, ma il contesto in cui sono ambientati è pressoché identico, una Roma di periferia povera, degradata e criminale. Per questo Lo chiamavano Jeeg Robot risulta un particolare incontro tra il genere supereroistico americano con tutti i suoi stilemi e la tradizione del realismo italiano con un’attenzione tutta rivolta verso gli ultimi e i diseredati.

Lo chiamavano Jeeg Robot è ambientato a Tor Bella Monaca, i personaggi parlano il dialetto romano e le azioni criminali caratterizzano la realtà locale: non sono di portata globale come avviene nei cinecomic americani. La storia probabilmente si svolge in un futuro prossimo sull’orlo del declino, in cui avvengono diversi attentati terroristici che interessano proprio la città di Roma. Mainetti riconduce anche questo aspetto a una tradizione italiana e a una realtà locale: l’attentato che lo Zingaro vuole compiere allo Stadio Olimpico rimanda infatti a quello fallito del 1993, creando così un legame diretto tra la dimensione fantastica del film e la memoria storica della violenza mafiosa nel contesto italiano.

Lo chiamavano Jeeg Robot, oltre a essere stato il grande esordio al lungometraggio per Gabriele Mainetti, è un film capace di dimostrare come anche in Italia sia possibile reinventare il cinema di genere senza rinunciare a uno sguardo profondamente radicato nella realtà sociale.


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Chiara Cazzaniga, amante dell'arte in ogni sua forma, cinema, libri, musica, fotografia e di tutto ciò che racconta qualcosa e regala emozioni.
È in perenne conflitto con la provincia in cui vive, nel frattempo sogna il rumore della città e ferma immagini accompagnandole a parole confuse.
Ha difficoltà a parlare chiaramente di sé e nelle foto non sorride mai.

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