Stranger Things è finito e con esso un viaggio che è durato dieci anni. La prima sta gione è andata in onda nel 2016 e nella notte del 01 gennaio 2026 è stato trasmesso l’ultimo episodo della quinta. Cosa ha significato una serie come Stranger Things, cosa ci lascia e cosa ci dice dello stato delle serie TV oggi?
Cosa è stato veramente Stranger Things, nostalgia per un tempo mai vissuto

Stranger Things non ha inventato niente, nessun immaginario, nessuna passione per i giochi da nerd, nessuna moda degli anni ’80: diciamolo, ha cavalcato un’onda che si stava formando, l’ha accresciuta e l’ha resa universale. Quando la prima stagione di Stranger Things è uscita, nell’ormai lontano 2016, l’immaginario nostalgico anni ’80 stava prendendo piede, ma non era ancora così pervasivo e mainstream. Lo è diventato grazie alla serie dei fratelli Duffer.
Hanno saputo recuperare un immaginario cinematografico e letterario già piuttosto riconoscibile, quello di Spielberg e Stephen King, e farne un linguaggio vero e proprio, non limitandosi alla semplice citazione (di cui pure Stranger Things è piena). Si potrebbe fare l’elenco delle storie, dei film, dei libri che sono stati citati, saccheggiati e reinterpretati dai Duffer, ma a cosa servirebbe? Non direbbe niente di più e niente di meno di una serie che è sempre stata molto più di questo.
Riproponendo non gli anni ’80 reali ma gli anni ’80 visti attraverso la lente del cinema e della letteratura, Stranger Things fin dall’inizio punta su uno stato d’animo ben preciso, che diventerà la sua cifra più rappresentativa, la nostalgia; nostalgia per un mondo che la maggior parte degli spettatori non ha conosciuto ma che sente suo, proprio perché inventato. Gli anni ’80 in questo senso diventano il luogo dell’infanzia di ognuno di noi, un luogo popolato da oggetti simbolo come i walkie-talkie, le biciclette e D&D.
Dall’infanzia all’età adulta
Come molti altri prodotti prima di questa serie, Stranger Things non racconta altro che il passaggio dall’infanzia all’età adulta, un passaggio difficile, doloroso, pieno di battaglie personali, perdite, ma anche momenti felici.
Nella prima stagione Mike (Finn Wolfhard), Dustin (Gaten Matarazzo), Lucas (Caleb McLaughlin) e Will (Noah Schnapp) hanno 12 anni, nell’ultima 18, sono passati 6 anni in cui si sono innamorati, hanno perso persone speciali (RIP Eddie), combattuto padri e mostri del Sottosopra. Adesso, a serie conclusa, entrano nell’età adulta, lasciando dietro di sé, inevitabilmente, quello che rappresentava l’infanzia, il gioco, la fantasia, le campagne inventate.
La metafora dell’infanzia e del passaggio dell’adolescenza non è certo nuova nelle narrazioni di questo tipo, e anche in questo Stranger Things non ha mai avuto la pretesa di essere una serie innovativa, ha sempre cercato di essere qualcosa di più pervasivo ed emozionale. L’ultima scena in cui Mike chiude la porta della cantina, lasciando spazio alla sorellina Holly, sancisce simbolicamente un passaggio di testimone: l’uscita definitiva dall’infanzia e l’ingresso nell’età adulta, con tutto ciò che comporta.
Stranger Things si configura così come un racconto di formazione collettivo, in cui crescono non solo i personaggi, ma anche gli spettatori, chiamati a confrontarsi con la nostalgia per la propria infanzia, per la propria adolescenza e per quella vissuta attraverso i prodotti culturali che hanno amato.
Un finale tanto atteso, giocato sull’emotività

Un’attesa come quella per la quinta e ultima stagione di Stranger Things non si vedeva da molto tempo. Forse l’ultimo grande finale in grado di generare così tanto hype e innescare una discussione così vivace è stato quello di Game of Thrones (e non è stato un bel finale, a detta di moltissimi fan).
Nemmeno il finale di Stranger Things è perfetto, anzi, ci sono molte cose criticabili. Chiudere una serie di così grande impatto è sempre difficile, ma i Duffer se la sono cavata bene; il finale è coerente con la natura poliedrica della serie che negli anni ha assunto diverse sembianze e ha toccato diversi generi. Vengono condensate, infatti, tutte le diverse anime di Stranger Things, il fantasy, l’horror, l’avventura, il coming of age, ma la decisione davvero vincente è stata quella di puntare tutto sull’emotività.
Questa ultima stagione non è al pari di quella che l’ha preceduta (forse la quarta è davvero la migliore delle stagioni di Stranger Things), ha un andamento discontinuo e i Duffer in alcuni casi hanno preso scelte discutibili, ma proprio il continuo fare leva sulle emozioni dei personaggi, sulla loro amicizia, suoi loro rapporti, sulla loro intimità, tocca anche la nostra affezione alla serie, una scelta furba che permette di farci sorvolare su altre cose che invece risultano meno riuscite.
Le critiche al finale di Stranger Things
Tra le critiche che possono essere mosse alla serie è da nominare sicuramente la scelta, quanto meno discutibile, di sviluppare la storia di Henry / Vecna all’interno di uno spettacolo teatrale non accessibile a tutti. Se poteva essere interessante creare un dialogo tra diversi media, risulta inefficace la decisione di non approfondire all’interno della serie determinati aspetti fondamentali per la comprensione della storia. Si fanno diversi riferimenti a ciò che viene rappresentato nello spettacolo teatrale ma non tutto viene sviscerato in modo esauriente; certo le informazioni sono a facile portata grazie alla diffusione da parte di creator su YouTube, Instagram e TikTok ma da parte degli autori non è stato creato un ecosistema di informazioni efficace e accessibile.
Un’altra scelta che non è risultata vincente è stata quella di dividere la stagione in tre volumi. Il primo volume, infatti, è molto più emozionante e coinvolgente del secondo che di fatto precede il finale e ne è semplicemente un prologo. Netflix ha voluto evitare il binge watching della serie, cercando di alimentare l’attesa della visione, ma questo non ha giovato allo sviluppo narrativo della storia.
I fratelli Duffer dedicano gli ultimi quaranta minuti dell’episodio finale a ciò che accade ai protagonisti dopo la grande battaglia, si concentrano sui loro legami e sui loro rapporti. Con una chiusura circolare, la narrazione li riporta esattamente dove li avevamo conosciuti: nella cantina di Mike, intenti a giocare a Dungeons & Dragons. Vecna e il Mind Flayer vengono sconfitti in modo relativamente sbrigativo, soprattutto se confrontato con le battaglie grandiose e spettacolari delle stagioni precedenti, ma è evidente che non sia questo il vero punto del discorso dei Duffer.
Ciò che più conta non è la sconfitta del nemico in sé, ma il fatto che essa avvenga grazie alla capacità del gruppo di restare unito. L’amicizia che tiene insieme i personaggi sopravvive alla fine dell’avventura, non si esaurisce con la scomparsa di Undici né con la chiusura del Sottosopra e si conferma essere il vero tema centrale di Stranger Things.
Come Netflix ha cambiato il nostro modo di fruire la serialità

A serie conclusa, è possibile osservare come Stranger Things abbia modificato più volte il modo di approcciare le serie televisive. La prima stagione ha contribuito in modo decisivo alla legittimazione e all’affermazione del rilascio integrale degli episodi, l’ultima, invece, segna un ritorno a un’esperienza di visione collettiva. Netflix aveva già adottato, a partire dal 2013, il modello del rilascio integrale in un’unica soluzione con serie originali come House of Cards e Orange Is the New Black, ma Stranger Things risulta centrale perché, pur non essendo la prima a utilizzare questo modello distributivo, riesce a trasformarlo in un fenomeno culturale di massa, consolidando definitivamente il binge-watching come pratica mainstream.
Da quel momento in poi, il rilascio integrale si afferma come modello privilegiato non solo da Netflix, ma anche dalle altre piattaforme di streaming, almeno fino agli ultimi anni, in cui si assiste a un lento ma diffuso cambiamento di rotta. Sempre più serie vengono distribuite secondo formule differenti: il ritorno all’episodio settimanale, la pubblicazione di due episodi alla volta o la suddivisione in volumi. Da un lato, è evidente l’intenzione delle piattaforme di prolungare la fruizione e, di conseguenza, la durata degli abbonamenti, dall’altro, emerge una crescente preferenza da parte del pubblico per una modalità di visione più tradizionale, percepita come più attenta e consapevole.
Con quest’ultima stagione, Stranger Things ci riporta più vicini un tempo in cui gli spettatori erano impegnati nella visione dello stesso episodio nello stesso momento, un’esperienza condivisa, tipica della serialità televisiva tradizionale, che si era progressivamente persa proprio a causa del rilascio integrale. In questo senso, Stranger Things si configura come ultima serie universale in grado di muovere un discorso collettivo, di generare una dimensione condivisa che vede coinvolto un pubblico quanto mai vasto e trasversale.
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