Nella società contemporanea il giudizio sembra sempre più un bivio: un punto in cui scegliere una via per poi percorrerla testardamente, senza preoccuparsi di ciò che c’è nella strada esclusa. Non pare contemplato il confronto, l’errore, l’apertura a visioni lontane dalla propria. Che poi sarebbe il bello del cinema, scambiare opinioni differenti, dialogare, a volte imparare – conoscere meglio le persone (e quindi anche se stessi) attraverso le diverse interpretazioni date a un’opera.
Con questa lista vogliamo concentrarci su quei film cosiddetti divisivi, quelli che nel corso dell’anno hanno ricevuto un’accoglienza estremamente positiva o negativa, analizzandone le sfumature, cercando l’arcobaleno là dove spesso il giudizio si ferma al bianco o al nero.
Bugonia

Yorgos Lanthimos continua ad affermarsi come un autore di tutto punto, riuscendo a far incontrare la complessa macchina hollywoodiana con la sua personale visione del mondo. Nel suo operato, alla singolare firma stilistica, si aggiunge anche la pluripremiata collaborazione con Emma Stone (La favorita, Povere Creature) e con il suo attore feticcio Jesse Plemons (Kinds of Kindness). Bugonia, il suo ultimo film, ha esordito all’82esimo Festival di Venezia, creando un certo scalpore tra critica e pubblico.
C’è chi ha apprezzato il film del regista, che ha come al solito infuso l’opera del suo stile visivo eclettico e di una pesante satira sociale, e chi invece l’ha ritenuto un passo indietro rispetto ai lavori precedenti. Di fatto, Bugonia sembra più un esercizio di stile per Lanthimos, che pare abbandonare alcune componenti del movimento artistico di cui fa parte, la greek weird wave, per concentrarsi esclusivamente sul weird, sullo strano. Le tematiche sociali vengono trattate solo in superficie, optando per la generazione di scandalo e risate, senza una vera e propria riflessione.
Mickey 17

Dopo essere stato il primo regista con un film non in lingua inglese a conquistare l’Oscar per il Miglior Film, Bong Joon-ho è tornato alle coproduzioni con gli Stati Uniti (dopo Snowpiercer e Okja). Mickey 17 è un interessante mix di fantascienza e critica sociale, che attinge elementi da molteplici mondi diversi: si percepiscono tanto l’influenza della distopia della fantascienza classica, come quella di Asimov, quanto la la riflessione ambientale dello Studio Ghibli. A tutto ciò si aggiunge un pizzico di satira umoristica, consegnata dalle performance di Mark Ruffalo, Toni Collette e del protagonista Robert Pattinson. Nonostante questo, per molti il film è apparso come un passo indietro rispetto a Parasite, ma anche a capolavori precedenti come Memorie di un assassino.
Effettivamente, il regista e sceneggiatore non riesce qui, come aveva fatto in precedenza, a unire pienamente i generi in fase di scrittura, facendo risultare talvolta i vari atti discordanti tra loro. Mickey 17, se privato del nome di Bong Joon-ho, a uno spettatore qualunque sembrerebbe un altro film appartenente al filone “Eat the rich“, che sta spopolando da alcuni anni a questa parte (Saltburn, Glass Onion, The Menu): indubbiamente con un livello qualitativo più alto, ma che lascia comunque poco su cui riflettere.
Attualmente Bong Joon-ho è impegnato in un nuovo film d’animazione, The Valley (con la collaborazione di Werner Herzog e John Carpenter), un progetto sperimentale e interessante e, chissà, forse anche una sorta di riscatto per il non del tutto riuscito Mickey 17.
Emilia Pérez

All’uscita, Emilia Pérez è stato senza dubbio il film più discusso della stagione invernale, non tanto per motivi strettamente filmici quanto per questioni extra-cinematografiche. Presentato a Cannes, il musical segue la vita di un gangster messicano che realizza di essere trans e, dopo aver intrapreso il percorso di transizione, cerca una nuova vita in cui compie anche una sorta di penitenza per gli atti orribili precedentemente commessi. Il regista Jacques Audiard è stato al centro di numerose polemiche: il Messico viene mostrato in maniera poco realistica, il film è girato negli studi di Parigi anziché nel paese stesso, senza includere attori messicani nei ruoli principali, e con uno spagnolo parlato con accenti molto diversi tra loro.
A ciò si aggiunge la mancanza di una ricerca approfondita sull’effettiva esperienza trans, che molti hanno visto come una rappresentazione immaginaria, da parte di una persona cisgender, della vita di una persona trans. Emilia Pérez, ovviamente, non punta al realismo, ma propone una realtà sopra le righe, con movimenti di macchina esagerati, colori sgargianti e sequenze musicali eccessive sia nei testi che nelle coreografie. L’opera è stata apprezzata da una buona parte della critica, così come da molti membri dell’industria, arrivando persino a entrare nella lista dei 50 migliori film di Sight & Sound.
Senza dubbio il compito del cinema è quello di innovare, pensare al di fuori degli schemi convenzionali e portarci realtà che altrimenti non avremmo mai potuto immaginare. Rimane però lecito interrogarsi su quale sia il limite entro cui la rappresentazione delle minoranze possa essere spinta, consapevoli de fatto che una narrazione inaccurata può generare incomprensione e conseguenze concrete sulle vite di molti.
Avatar – Fuoco e cenere

Nel 2009 James Cameron ha strabiliato il pubblico di tutto il mondo portando sullo schermo il mondo di Pandora. Avatar è stato un viaggio fantastico di intrattenimento e immersione, capace di far raggiungere al cinema picchi tecnologici che prima del kolossal visivo di Cameron sembravano impensabili. Nel 2023 i Na’vi sono tornati a popolare lo schermo nello straordinario sequel Avatar – La via dell’acqua, che ha nuovamente scioccato per il fotorealismo raggiunto. Avatar: Fuoco e Cenere, uscito nelle sale italiane il 17 dicembre 2025, non sembra però ottenere lo stesso risultato.
I fan di Cameron continuano ad ammirare l’immersione in questo mondo originale, mentre altri ritengono che il regista abbia ormai raggiunto il fondo del barile e che la narrazione (mai stata punto di forza di Cameron) sia diventata troppo ripetitiva.
Senza alcun dubbio è anche grazie a Cameron che sono stati possibili film come quelli degli Avengers: Avatar è stato un pioniere della computer grafica. Tuttavia, così come il Marvel Cinematic Universe sembra andare in una direzione stagnante, forse anche la metafora del colonialismo ambientata in un’altra dimensione inizia a stancare. Bisognerà attendere gli incassi di questo terzo capitolo per capire se la genesi di Pandora, così come immaginata da Cameron, avrà un seguito.
After the hunt

After the hunt, presentato fuori concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, e approdato molto in fretta su Prime Video dopo una distribuzione cinematografica limitata, ha diviso critica e pubblico. Negli ultimi film di Guadagnino (da Challengers in avanti, con Bones and All come film di passaggio) è possibile individuare un’intenzione ricorrente da parte del regista: lavorare sulla forma come strumento per dare una configurazione visiva alle tematiche, costruendo un dispositivo cinematografico che non si limiti ad accompagnarle, ma le completi e vi entri in dialogo, rendendo forma e tema elementi complementari, c’è però chi non ha riscontrato questa intenzione in After the hunt (così come non l’aveva riscontrata in Queer) e ha condannato il film come pavido, pretenzioso e inconcludente.
After the hunt si svolge all’interno dell’Università di Yale e vede coinvolti due professori di filosofia, Alma Imhoff (Julia Roberts) e Hank Gibson (Andrew Garfield), e una loro studentessa afroamericana, Maggie Price (Ayo Edebiri). Tra discorsi filosofici e pseudo-intellettuali, i tre intrecciano una strana rete di rapporti che imploderà con la denuncia di Maggie, che sostiene di essere stata molestata sessualmente da Hank.
La critica rivolta a After the Hunt si concentra soprattutto sull’ambiguità narrativa intenzionale, percepita come confusione. Il film, infatti, lascia volutamente ampie zone grigie e non offre risposte univoche, nel tentativo di spingere lo spettatore a porsi le stesse domande dei personaggi; questa scelta è stata interpretata come mancanza di coraggio. Così facendo, Guadagnino scardina le dinamiche consuete per un film che tratta di molestie e stravolge il rapporto con lo spettatore, producendo smarrimento e confusione; anche per questo il regista è stato accusato di schierarsi contro le istanze legate al consenso, alle molestie e al movimento MeToo, e di utilizzare tali tematiche in chiave provocatoria, senza offrire un approfondimento critico adeguato.
La trama fenicia

Presentato in concorso per la Palma d’Oro al Festival di Cannes, La trama fenicia è l’ultimo film di Wes Anderson che, affiancandosi a The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun (2021) e Asteroid City (2023), compone questo nuovo capitolo della sua filmografia. Grand Budapest Hotel (2014) ha infatti chiuso una prima fase della carriera del regista e, al contempo, inaugurato la seconda, configurandosi come un vero e proprio film ponte. In questa nuova stagione, Anderson ha progressivamente enfatizzato il proprio stile visivo fatto di simmetrie rigorose, zoom, piani frontali e palette cromatiche pastello, fino a sfiorare un manierismo spinto, una vera e propria gabbia estetica che rischia di ridursi a puro esercizio di stile.
Nonostante questa fase della carriera di Anderson possa ormai dirsi consolidata, La trama fenicia non è stata esente da critiche, anzi. Il film racconta la storia di Zsa-zsa Korda (Benicio Del Toro), un miliardario dai molti nemici intenzionato a realizzare un’infrastruttura utopica — comprendente un tunnel ferroviario, un canale e una diga — e il rapporto complesso con la figlia Liesl (Mia Threapleton). A fare da contorno, una costellazione di personaggi interpretati da volti noti, tra cui spicca Michael Cera; del resto, la presenza di un cast d’eccezione rappresenta da sempre una delle cifre stilistiche del cinema di Anderson.
Ciò che viene maggiormente rimproverato al regista è l’incapacità di generare un reale coinvolgimento dello spettatore: i personaggi appaiono bidimensionali e la narrazione manca di sostanza, riducendosi a una sequenza di teatrini giustapposti. L’esasperazione dell’estetica conduce così a un appiattimento della materia narrativa, con uno stile che risulta autoreferenziale e svincolato dalla storia, privo di una reale funzione di senso. Questo svuotamento di significato a favore della forma porta a considerare La trama fenicia come una riproposizione stanca di soluzioni ed espedienti già ampiamente consolidati, senza offrire elementi di reale novità.
Eddington

Fare politica è divisivo, ma tutto è politica. Ari Aster continua a evolvere il suo cinema, abbandonando definitivamente l’horror di Hereditary e Midsommar che lo ha reso uno dei registi emergenti più interessanti e promettenti del panorama cinematografico mondiale; con Beau ha paura, e adesso con Eddington, il regista newyorkese sceglie di fare un cinema teorico più complesso, dove l’orrore esiste ma assume forme sociali (e social, in quest’ultimo). Eddington è in qualche modo un western – destrutturato certo – ma comunque un’opera che parla degli Stati Uniti, di frontiere astratte tra diversi tipi di autorità, quindi del potere e dell’abuso di questo. COVID, complottismo, sette, razzismo.
Tante, forse troppe tematiche da trattare, ma c’è un fil rouge che unisce tutto: il web. Aster tesse la rete social che tiene legato un mondo colmo di odio, di sospetti, sempre alla ricerca di un colpevole, di un’opinione discordante, di un’epifania che illumini menti deboli, confuse, alla ricerca di qualcosa per continuare a vivere.
Aster ha messo tanta carne al fuoco, e lo ha fatto con un cast di stelle da blockbuster (Joaquin Phoenix, Pedro Pascal, Emma Stone, Austin Butler), con una durata significativa di 145 minuti, e con una narrazione ostica. I temi trattati, sempre mossi da idee estremiste sia da una parte che dall’altra, lo rendono un film polarizzante per natura.
The Shrouds

Questa lista si chiude con la morte, con l’ultimo film di David Cronenberg, che per alcuni è esso stesso la morte della sua carriera. Il maestro del body horror – tornato al genere nel 2022 con Crimes of the Future, anche quello parecchio divisivo – dirige un dramma psicologico dove fantascienza e horror sono solo un pretesto per l’elaborazione del lutto di Karsh (un Vincent Cassel non a caso esteticamente somigliante al regista). Nei body horror di Cronenberg siamo abituati a trasformazioni fisiche, a corpi che si arricchiscono di nuove appendici; in The Shrouds, invece, il regista sembra voler aggiungere al protagonista l’elemento massimo di assenza e sottrazione: la morte.
La vita di Karsh viene stravolta con la perdita della moglie (una straordinaria Diane Kruger). Egli affronta il grave lutto diventando ossessionato dalla morte, dai cadaveri, da tutto ciò che rende ancora almeno un po’ reale (quindi viva) la persona cara ormai defunta.
La morte diventa quindi parte della mente e del corpo del protagonista, in un film opprimente, criptico, desolante nella sua compatita falsa speranza. Non sorprende che un film del genere abbia avuto giudizi contrastanti, ma forse anche questa volta l’opera verrà compresa meglio nel tempo. Magari contestualizzandolo meglio all’interno di una filmografia che ha sempre scelto di non piacere a tutti.
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