In concorso alla 82esima edizione del Festival di Venezia, Bugonia è l’ultimo film di Yorgos Lanthimos, che torna per la terza volta di fila a collaborare con Emma Stone e per la seconda con Jesse Plemons. Remake di un film sud-coreano intitolato Save the Green Planet! (Jang Joon-hwan, 2003), il film è protagonista di uno strano scambio culturale presente qui al Lido: il greco Lanthimos adatta un film sud-coreano, mentre Park Chan-wook adatta il greco Costa-Gavras col suo nuovo No Other Choice (2025). Vediamo di capire se Lanthimos abbia fatto o meno un buon lavoro.
Perché Bugonia? La spiegazione del titolo del nuovo film di Yorgos Lanthimos
Per chi se lo stesse chiedendo, no, il titolo non trova spiegazione all’interno del film. Bugonia fa riferimento ad un episodio delle Georgiche di Virgilio, nel quale il pastore e apicoltore Aristeo sacrifica due tori per far rinascere le api dalle loro carcasse: il fenomeno in questione è proprio la bugonia.

Allo stesso modo il personaggio di Plemons, un apicoltore complottista, convince suo cugino a rapire una potentissima CEO di un’azienda farmaceutica (Emma Stone), con il pretesto di provare la presenza di alieni che stanno avvelenando la Terra. Dopo averla sequestrata, le preesistenti debolezze dell’uomo cominciano a venire galla, mentre la tagliente lingua della donna riesce a rigirargli contro le sue stesse parole, ovviamente nel tentativo di sfuggirgli.
Questa è già una differenza importante rispetto all’originale sud-coreano, dalle premesse invece identiche: l’industriale rapito in Save the Green Planet! comincia a capire come raggirare il suo sequestratore solo molto più avanti nel film rispetto alla Stone, superiore ed in controllo. I rari momenti in cui i ruoli si invertono hanno a che fare con la violenza fisica: la CEO è abituata a vincere le proprie battaglie grazie alla violenza psicologica, come ci è mostrato già dai primi istanti di Bugonia, nei quali ricatta emotivamente i suoi dipendenti per farli lavorare più del dovuto, sfoderando una serie di tattiche standard per le logiche neoliberali.
È morta la regina, lunga vita alla regina
La differenza sociale fra vittima e rapitore è esacerbata anche dal modo in cui parlano: lei prova a disinnescare la situazione con metodi da business meeting, esprimendosi con lo stesso gergo con cui parla giornalmente agli azionisti, lui al contrario è sboccato ed emotivo nel parlare, con inflessioni e sonorizzazioni che ne lasciano trasparire le reali intenzioni. Anche questo serve a sottolineare che nonostante la follia del personaggio di Plemons, lui e la Stone vengono realmente da pianeti diversi.

Più avanti verrà rivelato che la vendetta ecologista dell’apicoltore altro non è che un regolamento di conti personale: incapace di processare la malattia della madre, causata da prodotti della compagnia della Stone, si è convinto che il coma in cui ora ella riversa sia un esperimento alieno per testare la razza umana. Proprio sfruttando queste debolezze personali la CEO riesce a mettere in crisi il suo rapitore ed il povero cugino che ha scelto di accompagnarlo in questa folle impresa.
Come fu per Il Sacrificio del Cervo Sacro (2017), anche in Bugonia al centro stanno due elementi: la rilettura in chiave moderna di un mito classico e i rapporti familiari che legano i personaggi e ne complicano le dinamiche. Impossibile ignorare l’enorme -e forse scontata- metafora classista importata dall’originale sud-coreano: aliena o non aliena, la CEO di Emma Stone è responsabile della situazione in cui versa la vita di Plemons ed ha in qualche modo “controllato le menti” di chiunque osasse mettere in dubbio la sua autorità sul posto di lavoro e nella società in generale.
In linea con questa lettura anticapitalista anche l’utilizzo della musica, chiaramente satirica delle colonne sonore americane da bel film col finale da favola: smielati violini lasciano il posto a musica sperimentale nei momenti più stranianti ed una morbosa e grafica violenza prendono il sopravvento sulla storia strappalacrime dell’apicoltore e sua madre. Chi aveva apprezzato la brutalità e il grottesco di Kinds of Kindness (2024) certamente apprezzerà anche Bugonia. Chi invece aveva accusato Poor Things (2023) di provare a parlare di femminismo in maniera superficiale probabilmente incontrerà qui lo stesso problema.
Due film a confronto: Bugonia di Yorgos Lanthimos e Save the Green Planet! di Jang Joon-hwan
Forse la colpa più grave di Bugonia -oltre a non avere nulla di particolarmente nuovo da dire sui temi anticapitalisti ed ecologisti che affronta- è quella di non reggere il confronto con l’originale: più folle, violento, radicale nelle soluzioni proposte e approfondito nelle critiche mosse. L’aspetto più interessante di questa rilettura di Lanthimos è l’inclusione di tutta la sfera complottista nata negli ultimi anni sui social.
Per motivi prettamente “anagrafici” –Save the Green Planet! è del 2003- l’originale menzionava distrattamente la passione del suo protagonista per le teorie del complotto, mentre Lanthimos lo rende uno dei temi centrali: vediamo Plemons ascoltare podcast affini a The Joe Rogan Experience, leggere oscuri blog e prendere le sue informazioni da Sub-Reddit. Non a caso Emma Stone utilizza il termine specifico di “eco-chamber” nel descrivere le credenze dell’uomo.
Molto meno interessante è invece appunto tutta la questione anticapitalista: Bugonia è certamente attuale nel contenuto -basti pensare a quanto ha fatto parlare di sé Luigi Mangione– ma non nella forma, che aggiunge poco o nulla ad un film di vent’anni fa. Bugonia diverte, lascia stupiti e interdetti come il miglior cinema di Lanthimos ha sempre saputo fare, ma non colpisce appieno il bersaglio come hanno invece fatto i suoi film più recenti.
Seguici su Instagram, Facebook e Telegram per sapere sempre cosa guardare!
Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!

Complimenti per la recenzione molto precisa e interessante. Vedere questo film offre la passibilità di rflettere su vari spunti, quelli indicati nella recenzione e su altri (valore del pensiero, della mente , su come è facile manipolare persone sofferenti che si aggrapano anche ad idee complottiste, alieni ecc…).
Tuttavi per il titolo avevo pensato a qualche cosa non legato ai miti, anche se mi rendo conto che questa spiegazione è più altisonante,
Io avevo semplicemnte pensato che Bugonia fosse il luogo di rigine della protagonista, dove in maniera, molto realistica e aderente a quanto ub atto succede, viene decisa la morte del genere umano. Solo gli animali, gli insetti sopravviono, forse perché danno meno fastidio e già programmati?
Grazie e buon lavoro
Buongiorno, bella recensione, interessante nei paragoni col film del 2003. Io Ho visto Bugonia ieri sera, all’oscuro di tutto, e nella mia ignoranza, mi ha colpito molto e mi é decisamente piaciuto. Senza entrare in una critica profonda e culturale, vorrei dire che é un ottimo esempio di Cinema con la C maiuscola. Ciao